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CARLO CARAFA (1517/1519-1566)
 
di: Giovanni Dall'Orto

Il cardinale Carlo Carafa
Il cardinale Carlo Carafa.
 
Cardinale. 
Nacque a Napoli, figlio cadetto d'una potente famiglia nobiliare, e per diciassette anni seguì la carriera delle armi nelle guerre che insanguinavano l'Italia: fu prima con le truppe imperiali, poi con quelle francesi. 

Quando suo zio Giovanni Pietro Carafa (1476-1559) fu eletto papa col nome di Paolo IV [1555-1559], Carlo Carafa [1] ricevette da lui il cappello cardinalizio. Lo zio gli affidò importanti incarichi, lasciandogli de facto la guida dello Stato per lunghi periodi. 

Carlo ne approfittò per costruire una rete di intrighi, orientando la politica del papato in senso filofrancese ed anti-spagnolo, in una serie di voltafaccia che miravano ad ottenere in cambio una signoria in Toscana per la casata Carafa. 

La guerra contro l'Impero e la Spagna ebbe però per lo Stato Pontificio (la cui parte meridionale fu occupata dagli spagnoli) esiti disastrosi. La pace di Cave (1557) riportò la situazione allo statu quo, ma stroncò le ambizioni (non gli intrighi) di Carlo Carafa, che si orientò via via in senso filo-imperiale. 

Tutto ciò diede fiato agli oppositori (filofrancesi) dei nipoti del rigido e moralista Paolo IV: la loro condotta scandalosa fu volentieri denunciata allo zio.  
Ad esempio il 17 gennaio 1558 Charles de Guise, Cardinale di Lorena (1525-1574) incaricava l'ambasciatore di Francia a Roma di comunicare al papa lo scandalo suscitato presso la Corte francese dal comportamento dei suoi nipoti. 
Nella lettera affermava tra l'altro che quanti tornavano da Roma erano scandalizzati da ciò che avevano visto, sodomia dei parenti del Papa inclusa: 

"la cosa peggiore che vedevo era una mormorazione e una fama pubblica tanto divulgata che l'aria e tutti gli elementi ne erano infettati per ciò che si diceva che si fa a Roma durante questo pontificato; ed avendo su questo voluto esaminare ed ascoltare privatamente i personaggi autorevoli che sono tornati dall'Italia (...) oltre alla voce pubblica da quelli che sono stati a Roma (...) ho notato che si sentivano scandalizzati d'avere visto e saputo manifestamente ciò che si era presentato ai loro occhi. (...) 
Ed oltre ai principali erano nominati pubblicamente con mio assai gran dispiacere coloro che erano più vicini per consanguineità al nostro Santo Padre il papa, non risparmiando (...) quel peccato così abominevole nel quale non esiste più distinzione fra sesso maschile e femminile" [2].
Secondo un testimone dell'epoca i complici di Carlo in tali forme di lussuria erano: 
il vescovo d'Osimo [Vitellozzo Vitelli (1531-1568), NdR] e quello di Calvi, persone abhorrite dal papa, riputate da lui instromenti di tutte le dissolutezze e fragilità della carne, delle quali era il cardinale incolpato[3].
 
Stemma nobiliare dei Carafa-Maddaloni
Stemma nobiliare dei Carafa-Maddaloni
 Queste voci non possono essere liquidate come semplice calunnia politica. Già nel 1555 (circa) il poeta Joachim du Bellay (1522?-1560), che era allora a Roma, scrisse un sonetto che menzionava un certo Ascanio (a quanto appare appena morto) come amato dal Carafa. 
In questo sonetto invita Amore a piangere, 
"perché qui non devi più commemorare 
il padre al bell'Ascanio, ora devi piangere 
il bell'Ascanio stesso, oh quale perdita! 

Ascanio, che Carafa amava più che gli occhi: 
Ascanio, che superava in bellezza del volto 
il bel coppiere troiano [= Ganimede], che versa da bere agli dèi[4]

Lo "scandalo" arrivò a sfiorare lo stesso papa (un ex Inquisitore, che alla rigidità dei costumi teneva moltissimo), come mostra una pasquinata scritta durante il suo pontificato e che allude al suo preteso gusto per l'"arrosto" (parola che in gergo burchiellesco indica la sodomia) spiegando calunniosamente con tale gusto la sua passione per i roghi dell'Inquisizione: 
"Figli, meno giudizio 
e più fede comanda il Sant'Uffizio. 

E ragionate poco: 
ché contro la ragion esiste il foco. 

E la lingua a posto, 
ché a Paolo quarto piace assai l'arrosto" [5].

Di fronte al moltiplicarsi delle accuse di malgoverno il papa all'inizio 
rifiutò di credere, ma alla fine cambiò idea e, furibondo coi nipoti Carlo e Giovanni, li privò delle cariche ed esiliò, nel gennaio 1559, non molto prima della sua morte. 

La caduta di Carlo Carafa sciolse la lingua alle pasquinate, che l'accusarono d'essere un sodomita, come fa la seguente, apparsa alla morte del papa (1559): 

"Guarda, rio [reo, NdR] scellerato, 
che con gli incesti suoi e sodomia 
stassi [se ne sta] co' cardinali in compagnia"... [6].
Tornato a Roma dopo la morte dello zio, Carlo si vide ben presto rinfacciare le disastrose scelte politiche imposte allo Stato della Chiesa; il nuovo papa Pio IV lo incriminò allora per una serie impressionante di crimini (dall'omicidio al peculato all'eresia), fra i quali era compresa la sodomia 
Dopo un processo-farsa in Castel Sant'Angelo Carlo fu condannato (assieme al fratello Giovanni), e giustiziato [7]. 

Va comunque notato che le accuse di sodomia ebbero scarsa o nulla rilevanza nel processo: la vera motivazione della condanna fu infatti politica. Condannandone i nipoti si condannava la politica anti-spagnola di papa Paolo IV, addossando l'intera colpa a loro, utili "capri espiatorii". 
Tant'è che una volta ottenuto il desiderato riavvicinamento alla Spagna, nel 1567 papa Pio V riaprì il processo ed assolse e riabilitò Carlo Carafa.  

La tomba del cardinale Carlo si trova oggi assieme a quella dello zio papa nella Cappella Carafa, nella chiesa di santa Maria sopra Minerva a Roma [8]. 

L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa scheda biografica, e chi gli segnalerà eventuali errori contenuti in questa pagina.

Note 

[1] Sulla vicenda biografica si veda: A. Prosperi, voce: "Carafa, Carlo", Dizionario biografico degli italiani, vol. 19, Istituto Treccani, Roma 1976, pp. 497-507. 
Su questi personaggi così imbarazzanti, zio e nipote, in Rete si trova, "chissà perché", assai poco. 

[2] George Duruy, Le cardinal Carlo Carafa (1519-1561), Hachette, Paris 1882, pp. 296-297. 

[3] Pietro Nores, citato in George Duruy, Op. cit., p. 296. 

[4] Joachim du Bellay, Les regrets [1558], in: Les antiquités de Rome. Les regrets, Garnier-Flammarion, Paris 1971, sonnet 103. 
Non sono riuscito a indentificare Ascanio. 

[5] Silenzi, Renato e Ferdinando, Pasquino, Bompiani, Milano 1932, pp. 227-228. 

[6] Valerio Marucci et all. (curr.), Pasquinate romane del Cinquecento, Salerno, Roma 1983, p. 914. 

[7] Donata Chiomenti-Vassalli, Paolo IV e il processo Carafa, Mursia, Milano 1993. 

[8] Su tutta la vicenda si vedrà anche, con profitto: Edmond Cazal, Histoire anecdotique de l'Inquisition en Italie et en France, Bibliothèque des curieux, Paris 1924, pp. 85-100. (Vi si parla anche di una beffa da 
parte di Annibal Caro contro un Baéza, giovane attore amante del Carafa. Non avendo però rintracciato nessuna fonte antica che confermasse tale vicenda, ho trascurato di parlarne qui).



Originariamente edito in traduzione inglese sul Who's who in gay and lesbian history (a cura di Robert Aldrich e Garry Wotherspoon), vol. 1, ad vocem. Ripubblicazione consentita previo permesso dell'autore: scrivere per accordi.
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