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Arnaldo Bocelli

Felicità di Penna [1957] [1]
Come spesso accade agli artisti “istintivi”, formatisi alla scuola della vita più che alle altre, Sandro Penna ha una certa diffidenza per ogni giudizio critico che cerchi, definendola, di storicizzare la sua arte. 
Non che rifiuti quelli che di lui sono stati dati fin da quando, venticinque anni fa, esordì nelle pagine di una rivista (con l’avvallo, grande, di Saba); ma seguita a rimanere intrigato, come per cosa che riguardi un altro, e diverso, da sé.

Disappunto tanto più sincero in quanto quella istintività non si limita, in lui, al campo della cultura, ma investe la ragione stessa del suo poetare: che Penna è il poeta della vita libera dei sensi, di qua dalla riflessione, dal razionale, e, quindi dalla storia. 
E di cotesto disappunto si fa eco – ne sia o no lui l’autore – la “presentazione” del bel volume di Poesie, pubblicato ora da Garzanti, nel quale ha ordinato la maggior parte della sua produzione, edita ed inedita, di questo venticinquennio: presentazione quasi intesa a scongiurare il pericolo che quelle definizioni tornino a ripetersi…

Ma tanto candore è destinato ancora una volta a rimaner deluso: perché, accanto ai testi del suo primo volumetto (1939) e degli altri due più recenti (Appunti, 1950; Una strana gioia di vivere, 1956), avendo noi oggi sott’occhio quelli finora mai raccolti ma che, composti tra il ’27 e il ’55, fanno da ponte fra gli uni e gli altri, e potendo quindi seguire l’intiera linea del suo lavoro, rimasto tuttavia, per volgere degli anni, fedele ai modi densi e numerati dell’epigramma; ecco che quei primi riferimenti e giudizi ci si mostrano più che mai fondati. 
Si fecero allora i nomi, oltre che di Saba (specialmente dell’ultimo o penultimo Saba, già mirante ad essenzializzare in forme epigrammatiche la sua naturale tendenza al discorso, al “racconto”), del primo Ungaretti (quello, appunto, ancora contratto in immagini balenanti, quintessenziali) e, fra i coetanei di Penna, degli ermetici più dotati: Gatto, Sinisgalli, De Libero

Fu sottolineata la sua affinità con Comisso (scrittore in prosa, ma di una prosa nitidamente poetica), per quel vitalismo alimentato da una gioia dei sensi alacre, anzi ebbra, seppure ombrata, a tratti, di malinconia. E per quell’impressionismo che riesce a contenere la propria estuante sensualità nel giro di pochi versi, nel pregnante  nitore di “quadretti” dove il rapporto parola-colore si esala in vaghezza musicale, furono richiamati i poeti alessandrini e l’Antologia <Palatina, Ndr>

Infine, come dote peculiare della sua poesia, fu indicata la “grazia”: una grazia espressiva che rende puro e leggiero ogni suo estro, anche quelli insorgenti dal fondo più torbido della sua sensualità, quei motivi alcibiadei, quelle figurazioni – così insistite da assumere valore di simbolo – di marinai, operai e soprattutto ragazzi, messaggeri di un mondo restituito alla libertà degli istinti, e per di qua, ancor esso, dalla razionalità e dalla storia.

Ebbene, tutto ciò se giova a caratterizzare il Penna di allora, serve anche per quello più recente. Perché quella fedeltà, cui abbiamo accennato, ai modi epigrammatici altro non significa che nel suo mondo poetico non c’è stato, in questi anni, nessun profondo sviluppo. 

Anonimo ragazzo al mare, 1935Né è da meravigliarsene, dato il particolare suo temperamento. Fra i poeti della sua generazione, e specialmente tra quelli del “gruppo romano” (se pur di gruppo si può parlare, facendo ciascuno parte per se stesso: ma respirarono tuttavia in uno stesso clima, che non fu soltanto letterario ma pittorico), De Libero e Sinisgalli, a lui più vicini, sollecitati all’inizio, dalla poetica dell’ermetismo, anche loro verso forme epigrammatiche (di un epigramma inteso, appunto, come sintesi e illuminazione lirica), hanno poi tentato di sviluppare cotesta essenzialità in un “discorso” poetico più aperto, più disteso, conforme all’evolversi del proprio mondo di là dalle nere sensazioni, contribuendo così allo svolgimento dell’ermetismo che poi doveva diventare nei poeti più giovani affrancamento o ribellione  ad esso.

Penna, invece, pur non potendosi dire un ermetico, sia per la eterogeneità della sua formazione (sulla quale hanno influito anche certi crepuscolari, come Govoni), sia per la sua costante ricerca di un’espressione limpida e piana nella sua condensazione (e qui è da ravvisare specialmente la lezione di Saba), quelle forme svelte e brevi ha seguitato e seguita a sentirle come le più congeniali alla propria ispirazione balenante. 
Anzi, se un mutamento si nota in lui, passando dalle prime alle ultime poesie, è in senso opposto: verso una ancor maggiore concisione, quasi per stringere più da vicino l’ineffabile delle sensazioni, illuminate da quel baleno.

L’epigramma viene assottigliando il numero dei versi fino a due o a tre, e intensificando, quasi per compenso, il ricorso all’analogia: con esiti che se spesso non vanno oltre la notazione frammentaria, talora sono felici:
 

Malinconia d’amore dove resta / 
bianco il sorriso del fanciullo come / 
un ultimo gabbiano alla tempesta”.

Del resto quanto alla “immobilità” di Penna, che fin dal primo libro aveva capito la sua vera natura, era stato in grado di puntualmente prevederla. Si rileggano queste parole di Sergio Solmi, poste a conclusione di un suo scritto del ’39:
 

Certo, vien fatto di pensare che la miracolosa perfezione di certe sue cose, la vergine rivelazione di certi suoi versi, che, la prima volta, ci fecero pensare addirittura al giovinetto Rimbaud […], i limiti stessi di quel suo affettuoso e trasparente mondo poetico non comportino svolgimenti e arricchimenti di sorta. Penna è quello che è: un dono da prendersi o lasciarsi, come le cose della natura”.

Un dono, in sé, e di sé beato, ché il poeta finisce con l’aver ragione d’ogni tristezza o sofferenza, non solo esteticamente, attraverso la liberazione del canto, ma esistenzialmente, col suo amare la vita così come è. Lo dice egli stesso:
 

“… Sandro Penna è intriso di una strana / 
gioia di vivere anche nel dolore”. 

Ma non c’è, in cotesto atteggiamento, nulla di narcisistico, o di enfatico, da laus vitae; sì un abbandono quasi fanciullesco al flusso delle cose (senza però infantilismi). Penna – ed è uno dei suoi aspetti che più ricordano Comisso – è il poeta non del perché ma del come, non delle cause ma dei fenomeni. 
 

Sole senz’ombra su virili corpi / 
abbandonati. Tace ogni virtù. // 

Lenta l’anima affonda – con il mare – / 
entro un lucente sonno. D’improvviso / 
balzano – giovani isolotti – i sensi. // 

Ma il peccato non esiste più”.

Siamo al di là del bene e del male, in uno stato fra di innocenza e di incoscienza, per cui i richiami alla realtà o alla sensualità più bruciante, paiono scorporarsi in un’atmosfera non sai se maliziosa o incantata, e quelle figure di ragazzi, ecc., i numerosi paesaggi (campagne e soprattutto marine, ché questa di Penna è, impressionisticamente, una poesia a plein-air), i rari ma non meno suggestivi interni, sono permeati da un senso di liquidità e freschezza, come di cose nate or ora, nell’atto, e dal piacere, di evocarle.  Sandro Penna in tarda età
Se la notte d’estate cede un poco / 
sulla riva del mare sorgeranno / 
– nati in silenzio come i suoi colori – / 
uomini nudi e leggeri che vanno. // 

Ma come il vento muove il mare, muovono / 
anche, gridando, gli uomini le barche. // 

Sorge sull’ultimo sudore il sole”.

E anche: 
 

La luna di settembre sulla buia / 
valle addormenta ai contadini il canto. // 
Una cadenza insiste: quasi lento / 
respiro di animale, nel silenzio. / 
Salpa la valle se la luna sale. // 

Altro respira, qui, dolce animale / 
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto / 
di vita in me ripete antica vita. // 

Più vivo di così non sarò mai”.

O, su un tono quasi di canzonetta: 
 

Il mare è tutto azzurro. / 
Il mare è tutto calmo. / 
Nel cuore è quasi un urlo / 
di gioia e tutto è calmo”. 

O, con un gusto già più pittoricamente compositivo di quadretto, appunto: 
 

Dal portiere non c’era nessuno. / 
C’era la luce sui poveri letti / 
disfatti. E sopra un tavolaccio / 
dormiva un ragazzaccio / 
bellissimo. // 

Uscì dalle sue braccia / 
annuvolate, esitando, un gattino”.

È mirabile, come, con una tematica così circoscritta, entro un orizzonte necessariamente così limitato, la fantasia di Penna trovi sempre nuovi incentivi e nuove modulazioni. 
Il suo canto è fortemente ritmato, a volte addirittura sincopato, e insieme filato come un respiro: diventa esso stesso un fatto di natura, pur essendo sempre elaboratissimo e vigilatissimo nella tecnica e nella sintassi, nella metrica (quegli endecasillabi e, più di rado, quei settenari dalla scansione così netta, e pur sfumata, quel giuoco delle rime e delle assonanze, spesso interne, quasi dissimulate) e nella parola (semplice, schiva e pur piena di echi arcani, per i suoi sensi riposti, le sue accezioni polivalenti). 
 

Le nere scale della mia taverna / 
tu discendi tutto intriso di vento. / 
I bei capelli caduti tu hai / 
sugli occhi vivi in un mio firmamento / 
remoto. // 

Nella fumosa taverna / 
ora è l’odore del porto e del vento. / 
Libero vento che modella i corpi / 
e muove il passo ai bianchi marinai”.

Certo, la felicità poetica di Penna non di frequente raggiunge altrettanta pienezza: spesso invece non va oltre i primi versi (gli “attacchi” sono quasi sempre bellissimi), come se il motivo a lungo accumulato, esaurisse in quel primo esplodere tutta la sua carica. 
Sono i difetti, e i rischi, connaturati con quel dono, e  non eliminabili. Ma cotesto dono, in tempi come i nostri di arduo “sperimentalismo” in fatto di poesia, appare più che mai prezioso. 

Arnaldo Bocelli
 


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Note
[1] Arnaldo. Bocelli, Felicità di Penna, 'Il Mondo'', IX 45, 5 novembre 1957, p. 8. La divisione in paragrafi è mia.

La divisione in paragrafi e l'aggiunta di neretti e acapo è mia. Ringrazio Yuri Guaiana che ha scoperto questo documento, lo ha scansito e me lo ha inviato.

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