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C'è poco da ridere...
Piccola enciclopedia dell'omosessualità secondo le barzellette.

[da "Babilonia", n. ?,  2006]

di: Giovanni Dall'Orto

Copertina di "Le migliori barzellette gay", 2012
Un libro di barzellette omofobiche che ha fatto molto discutere nel 2014, quando è stato allegato a un settimanale.

Chi non ha desiderato almeno una volta assassinare il vicino di casa, il compagno di banco o il collega d'ufficio che continuava a raccontare barzellette cretine sui finocchi? E chi non ha mai dovuto fingere di trovarle divertenti in situazioni in cui non gli era possibile "scoprirsi" e contestarle?

Vi spieghiamo perché in questi casi l'assassinio sarebbe un'opera meritoria...



La sapete quella del finocchio e del bagnino?

Su una spiaggia un finocchio chiede al bagnino: "Bagnino, com'è il mare, oggi?".
"Incazzato".
"Allora mi butto di culo..."

E quella del salame?

Un omosessuale entra da un salumiere.
"Mi dia un salame, per favore...".
"Glielo affetto?"
"Ma per chi mi ha preso, per un salvadanaio?".

E quella dei due finocchi che fanno il gioco dei desideri? 

Uno dice: "Vorrei essere un albero."
"Perché?".
"Perché tutti gli uccelli verrebbero a fare il nido da me..."
Al che il secondo ribatte: "Io invece vorrei essere un'ambulanza..."
"Un'ambulanza? E perché mai?!"
"Ma perché ti aprono di dietro, te lo sbattono dentro, e tu parti strillando: Uuuuuuuuuu!".

Anche se voi non appartenete alla molto nutrita schiera dei consumatori di barzellette, vi sarà capitato con una certa frequenza di inciampare in qualcuno che raccontava una barzelletta sui finocchi. Probabilmente, ai tempi in cui la vostra omosessualità era ancora un timido germoglio, vi avrà spaventato: se essere gay significa diventare bersaglio delle beffe altrui, vi sarete probabilmente chiesti, "vale davvero la pena di percorrere quella via?".
Ma anche ora che la vostra "gayezza" trionfa senza più problemi, una sensazione di noia e fastidio è il minimo che provoca l'ennesima barzelletta che racconta per l'ennesima volta le cose che avete già sentito un anno fa, tre anni fa, cinque anni fa... e così via.

Il fatto è - credo che gli esempi con cui ho iniziato lo dimostrino senza ambiguità - che per quanto possa partire da lontano, il discorso delle barzellette finisce invariabilmente , a ribadire che gli omosessuali sono quelle persone che nella vita hanno un unico pensiero: farselo "sbattere dietro".
Perché tutta questa monotonia? Proviamo a dare un'occhiata da vicino a questi mini-raccontini così ostili ai gay...



La barzelletta come genere narrativo

La barzelletta costituisce un genere narrativo a se stante. È caratterizzata da alcuni elementi molto precisi, quali la brevità e la presenza obbligatoria di una conclusione costruita in modo da stimolare il riso.
Come tutti i generi letterari "popolari" (dalla telenovela al romanzo rosa) la barzelletta esige una estrema "economia" di scenari. Nei generi narrativi "popolari", infatti, le conclusioni e gli svolgimenti della trama sono "obbligati". Il buono sconfigge il cattivo, l'eroina sposa il principe azzurro; si possono variare i particolari di contorno (Rambo sconfigge i comunisti, l'operaia texana sposa Gei Ar) ma non il modulo di svolgimento dei fatti (Rambo sposa un comunista, l'operaia texana sconfigge Gei Ar...). L'attenzione del fruitore è perciò dedicata a scoprire come, nonostante innumerevoli e catastrofici ostacoli, si arriverà alla conclusione che già conosceva fin dall'inizio. Un caso in cui tale strategia è particolarmente esplicita è per esempio quello del "Tenente Colombo", in cui lo spettatore fin dall' inizio sa chi è l'assassino.

Nella barzelletta questa tendenza a schematizzare gli scenari è spinta fino alle estreme conseguenze. Non solo l'ascoltatore sa come andrà a finire (o come dovrebbe andare a finire), ma addirittura se non è capace di anticipare una possibile conclusione secondo le convenzioni del genere, rischia di non "capire la battuta". Se io non do per scontato che il finocchio della barzelletta del bagnino ha una spiccata predilezione per la sodomia, non riuscirò mai a capire perché si dovrebbe ridere di un uomo che si butta "di culo" in un mare "incazzato".

Tutto il piacere dell'ascolto di una barzelletta consiste nello scoprire come il narratore riuscirà ad arrivare nel modo più imprevedibile possibile ad un risultato scontato. Se io enuncio: "C'è uno scozzese", il mio uditore si preparerà immediatamente all'ascolto di una barzelletta sul tema dell'avarizia. Nello stesso modo se io enuncio: "C'è un finocchio" si porrà in attesa per sapere in che modo riuscirò ad arrivare infine al tema della sodomia.

Così nella già citata barzelletta del salumiere, l'ambiente e la situazione non sembrano tali da permettere la conclusione "canonica"; ma alla prima battuta l'apparizione del salame, con la sua forma fallica, crea nell'ascoltatore l'aspettativa che da quell'oggetto verrà lo scioglimento che si attende. La domanda del salumiere, "glielo affetto?", delude l'aspettativa: non è possibile realizzare un atto sodomitico con un salame a fette. Infine però con un salto mortale l'ultima battuta riesce egualmente ad approdare alla conclusione "giusta" attraverso una serie di associazioni d'idee. Rifiutando di essere considerato un "salvadanaio", il "finocchio" non solo riconosce implicitamente che preferisce farsi infilare il salame intero piuttosto che a fette, ma conferma il sospetto che l'ascoltatore aveva avuto (ma che aveva abbandonato alla seconda battuta) quando era stato mominato il salame: cioè che lo volesse usare per fini sessuali. Come volevasi dimostrare.



La barzelletta come arma di oppressione

Se avete mai provato a protestare con qualcuno che vi stava deliziando con ondate di razzistiche barzellette sui finocchi, vi sarete sentiti rispondere che in fondo sono "solo" barzellette, che le barzellette non hanno mai fatto male a nessuno, e che le si racconta solo per ridere. Magari vi sarete dovuto anche sorbire una paternale su quanto siano permalosi i finocchi, sempre pronti ad offendersi per un nonnulla.

Ebbene, a questo punto un assassinio era giustificato. Perché se è vero che esistono anche barzellette "intelligenti" è altrettanto vero che in massima parte le barzellette sui finocchi sono stupide, volgari e monomaniache: l'immagine che propongono è invariabilmente quella della "checca" assetata dei famigerati "cazzi in culo".
L'innocuità delle barzellette sui finocchi è insomma un mito: sovente esse trasmettono un messaggio estremamente razzista sul posto dell'omosessuale nella società. è vero che una boutade ha meno audience di uno spettacolo televisivo omofobo o di un articolaccio di un Montanelli qualunque. Eppure nella vita di moltissimi omosessuali l'esistenza di queste barzellette ha costituito un ostacolo più serio all'accettazione di sé di quanto non abbiano fatto giornali o libri anti-gay. Per un "aspirante omosessuale" il vedere che le persone che conosce ridono di ciò che vorrebbe essere è un'esperienza sconvolgente. Egli capisce che i suoi amici, così come oggi ridono alle spalle del finocchio delle barzellette, domani non esiteranno a ridere alle spalle del "finocchio" che lui sa di essere.

Il problema è che, in mancanza di altre immagini pubbliche dell'omosessuale, quella contenuta nelle barzellette tende a travasarsi nel mondo reale, tende a diventare l'immagine standard dell'omosessuale. Per chi vive nelle metropoli, dove la visibilità dei gay "in carne ed ossa" è maggiore, l'esistenza di tale stereotipo di solito ha poca importanza. Ma per chi vive in provincia, isolato dagli altri omosessuali, l'immagine fornita dalle barzellette può acquisire (in mancanza di altro) lo spessore di una realtà, così sgradevole da scoraggiarlo dall'entrare in contatto con "simili individui".
E a ben guardare è proprio questo lo scopo per cui vengono create tali barzellette: convincere la gente, e soprattutto coloro che si sentono risvegliare dentro tendenze "diverse", del fatto che la condizione omosessuale è repellente e indesiderabile.



Sederini d'oro

Dopo averne tanto parlato è giunto il momento di vederle direttamente, queste famigerate barzellette.
Poiché all'interno del genere "barzelletta sui finocchi" si possono individuare alcuni "sottogeneri", riunirò in breve per argomento una scelta delle battute meno cretine e meno sconce che ho trovato. Naturalmente sono conscio del fatto che una barzelletta riassunta per iscritto non può avere lo  stesso impatto di una barzelletta recitata e mimata... Ma che volete: in attesa che "Babilonia" sia pubblicata su videocassetta si fa quel che si può...

Il primo, ed anche più consistente, gruppo di barzellette è come già detto quello che insiste sull'idea-cardine che l'omosessuale è un essere effeminato sempre alla ricerca di chi glielo sbatta di dietro. In questo sottogenere l'aspetto "ridicolo" della vicenda è spesso dato dal fatto che ciò che per un maschio "normale" appare indesiderabile e minaccioso, per il "finocchio" sarebbe invece desiderabile e ricercato.
Ecco alcuni esempi di questo "genere":


Un omosessuale al mare, con accanto un cagnetto:
"Bagnino, che cosa c'è sotto la sabbia?"
"Sabbia".
"E sotto quella sabbia?"
"Altra sabbia."
"E sotto quella sabbia?"
"Altra sabbia."
"E sotto quella sabbia?"
(Esasperato) "Un cazzo!"
"Bobby, scava!".

Un tizio gira per la città e si accorge di essere pedinato da un finocchio. Dopo aver fatto di tutto per sbarazzarsene si volta e gli grida:
"Brutto finocchio, se non la smetti di rompermi le scatole ti inculo a sangue!"
E l'altro, con voce sognante:
"È una minaccia o una promessa?"

Un finocchio si rivolge con fare languido ad un vigile e gli chiede:
"Mi scusi, uvbano, dove si tvova Via Tovino?".
Il vigile glielo dice.
La scena si ripete più volte, finché il vigile si arrabbia e grida:
"Se mi chiami ancora una volta "urbano" ti ficco il manganello in culo!"
E l'altro:
"Uvbano, uvbano, uvbano!"

Un finocchio ad un altro:
"Io voglio essere sepolto con un nocciolo di pesca in culo".
"E perché?"
"Perché così il pesco crescerà ben concimato, cresce, cresce, e fa i frutti..."
"E poi?"
"E poi arrivano i bambini e per prendere le pesche sgrullano l'albero, e cosi' io goooodo anche da morto!"

Come si chiama l'omosessuale giapponese?
Lano Mifuma...

Questa supposta passione  per la sodomia viene talora descritta come una specie di destino ereditario scolpito nella carne:

Cedendo alle insistenze della famiglia, un omosessuale si sposa. Riesce a mettere incinta la moglie, e finalmente può recarsi in clinica a vedere suo figlio, un maschio. Nella nursery ci sono venti bambini, tutti agitati e piangenti, meno uno, il suo, che sorride beato. Colpito da questo fatto chiede all'infermiera:
"Come mai solo mio figlio non piange? Non avrà qualche malattia?"
E l'infermiera:
"No, non si preoccupi: quando gli togliamo il succhiotto dal sedere frigna come tutti gli altri..."

Ovviamente il tema della sodomia si presta magnificamente per insultare qualche personaggio sgradito, dandogli implicitamente del frocio:

Hitler è ammalato. Il dottore lo visita e gli dice:
"Lei ha bisogno di una supposta: si giri".
Non appena il medico gli ha infilato la supposta, Hitler resta pensieroso per un attimo, poi sorride e dice:
"Sei tu, Mussolini?".

A volte poi il solito concetto viene ribadito alla rovescia: la sodomia non è solo la cosa che più di ogni altra desidera il finocchio, ma anche ciò che il vero maschio teme di più:

Un uomo si iscrive ad un corso per dimagrire. Viene fatto entrare in un lungo corridoio: davanti a sé una donna bellissima e nuda con un cartello: "Se mi prendi me lo metti".
L'inseguimento è vano; allettato dal premio l'uomo si allena però indefessamente, perde sempre più peso, ed ogni volta arriva più vicino alla preda.
Finalmente arriva il momento in cui è sicuro che questa volta acchiapperà la donna.
"Lei ha fatto progressi", gli dice il medico; "questa sarà l'ultima seduta. Le assicuro che oggi batterà tutti i record".
L'uomo viene fatto entrare nel corridoio. Davanti a lui però la donna non c'è.
Sente un rumore, si volta: dietro c'è un energumeno nudo in erezione con un cartello: "Se ti prendo te lo metto..."



Copertina del libro "Si fa.. per ridere", Sperling & Kupffer, 1998.
Anche il militante gay Angelo Pezzana s'è cimentato nel 1998  in una raccolta di barzellette a tema gay, intitolata: Si fa... per ridere.

Effeminatezza e camp

Un altro nutrito gruppo di barzellette è quello che ribadisce, spesso in parallelo con l'accusa di sodomia, l'intrinseca effeminatezza dell'omosessuale. È però impossibile trascriverne la gran parte, perché qui l'elemento che deve scatenare il riso spesso non consiste in una frase inattesa, quanto in un gesto inatteso. Sono barzellette da recitare, non da raccontare.
In ogni caso, ecco un paio di esempi:

"Mamma, oggi ho avuto una lite".
"Davvero, figlio mio? E perché?"
"Un tizio mi ha dato del finocchio."
"E tu...?"
"Ah, io l'ho preso a borsettate!"

Un imbianchino vede, dall'alto dell'impalcatura, un finocchio che aspetta un bus. Inizia a gridargli: "Frocio, rottinculo!", eccetera.
Il finocchio ribatte "Imbrattamuri, crostaiolo!".
La cosa si ripete per qualche giorno, finché una mattina assieme al finocchio arriva una bellissima donna. Dimentico dell'altro l'imbianchino grida: "A bbona!".
Ed il finocchio, salutandolo giulivo:
"Architetto, architetto!"

Un finocchio che ha litigato con un "maschio":
"Non ti picchio perché è maschile, non ti graffio perché è femminile, ma ti odio, ti odio, ti odio!"

Quello dell'effeminatezza non è un tema che colga impreparati gli omosessuali. Per secoli la loro sottocultura si è allenata ad ironizzarci su, inglobandolo in quella tipica costruzione della sensibilità "diversa" che è il "camp". Non è un caso perciò che le rare barzellette che rivelano, per il modo in cui sono strutturate, di essere state prodotte da omosessuali, giochino in modo squisitamente camp col tema dell'effeminatezza. Notevole è la serie che fece furore negli ambienti gay, ai tempi in cui si era sparsa la voce che papa Paolo VI fosse omosessuale.

Un fedele bacia la mano al papa.
"Santità, che splendido anello!"
E lui, con mossa da diva:
"E vedesse li orecchini... ma non me li lasciano mettere!"

Messa grande in Vaticano.
Tutti i cardinali sono schierati.
Ecco entrare il papa.
Il cardinale Casaroli gli va incontro, e giunto di fronte a lui inizia a recitare:
"Salve, o Regina!".
E Paolo VI, agitando la manina:
"Uh, ciao, Ursula!"

Conclave in Vaticano.
Da lontano si vede arrivare qualcuno con in mano un turibolo che spande molto incenso.
Paolo VI aguzza gli occhi ma non riesce a riconoscere chi è che arriva.
Si rivolge a Casaroli e scandalizzato gli chiede:
"Ma chi è quella pazza, che le prende fuoco la borsetta e manco se ne accorge?"

Paolo VI officia, ed in testa ha la mosa tutta di sbieco.
Un prelato gli sussurra: "Santità, la mosa!".
Ma il papa scrolla le spalle con insofferenza.
La cosa si ripete altre due volte, con il prelato sempre più concitato.
Alla fine Paolo VI sbotta:
"Uffa, e va bene! E uno, e due, e tre!" (E qui il narratore fa il gesto che a Napoli si chiama "la mossa", cioè un rapido sculettamento laterale).

La strategia che sta alla base di queste battute è abbastanza evidente: ridurre la realtà della gerarchia cattolica (ossia di una delle istituzioni più ferocemente antiomosessuali) a una dimensione "checchesca", ridicola, e la gerarchia stessa ad un gruppo di "povere donne" che non sanno nemmeno loro cosa fanno.

Va notato che queste barzellette mi sono state raccontate solo da omosessuali (non pare abbiano circolato al di fuori dell'ambiente gay) e soprattutto dai cattolici. Del resto una barzelletta come quella della "mosa" non può che  essere opera di un cattolico: quale laico sa il nome del papale copricapo? Qui la barzelletta nasce dunque per sdrammatizzare una realtà che molti omosessuali credenti vivono in modo drammatico.

Del resto non mancano le punzecchiature prodotte dai gay laici sulle contraddizioni dei gay cattolici:
Un gay sbotta con un amico:
"Basta! Sono stufo! è un bruto! Mi fa lavare, cucinare, tenere la casa come uno schiavo!"

"Ma allora perché non lo lasci?"
(Con voce isterica) "Mai! Sono un cattolico osservante, io: sono contrario al divorzio!"

Ne esistono anche altre sullo stesso tono, ma essendo molto più "pesanti" mi astengo dal riportarle per non offendere nessuno.



Aids che dolor

Una categoria emersa di recente è quella che riguarda l'Aids. A volte si tratta di vecchie battute riciclate per l'occasione, a volte di barzellette nuove. Anche qui però, tanto per cambiare, i vecchi miti di cui ho già parlato si ripresentano con monotona e razzistica regolarità. Come se non bastasse, si legge fra le righe la convinzione che l'Aids sia "la malattia dei finocchi" e che tutto sommato sia una meritata "punizione" del loro comportamento. Giudicate voi.

Cosa vuol dire Aids?
Abuso Indiscriminato Del Sedere...

Cos'è l'Aids?
Un diserbante per finocchi.

Perché l'Aids colpisce gli omosessuali?
Perché è causato da un retrovirus...

Qual è il sapone preferito dai gay?
L'aids dei Caraibi. [La battuta fa riferimento ad una pubblicità Tv di una saponetta, "Fa", "al lime (pronunciato "laim") dei Caraibi"].

Che differenza c'è fra l'Aids e il colera?
Che il colera si prende succhiando cozze, l'Aids succhiando...

Come giocano a moscacieca i finocchi?
"Ce l'aids tu, ce l'aids tu!"

Lo sai come si prende l'Aids?
Perlàno... passa parola! (Parodia della pubblicità del sapone "Perlàna")

Un bambino cinese alla mamma:
"Mamma, mamma, cos'è l'Aids?"

"Eh, calo, è una malattia inculabile..."

Un figlio annuncia alla madre rientrando a casa:
"Mamma, ho due notizie da darti, una buona ed una cattiva. Quella cattiva è che sono frocio."
"Santo cielo! E quella buona?"
"È che tanto sto per morire di Aids..."

L'incredibile perfidia di questa ultima battuta dimostra quanto poco "innocenti" sappiano essere le barzellette...



Non è tutto male...

Fortunatamente non tutte le barzellette in cui si parla di omosessualità sono razziste. Ne esistono anche alcune (poche) in cui la diversità è solo pretesto per giochi di parole (in genere innocui), o in cui addirittura l'elemento che scatena il riso è la volontaria trasgressione della logica che regola le "altre" barzellette. Benché non tutte siano capolavori di buon gusto (A Bari due uomini entrano in una banca: "Vorremmo aprire un libbrette de benche." "Vinculete?" "Eh, ogni tente...") questa categoria riesce per lo meno a fare a meno degli stereotipi maggiormente offensivi. Ecco alcuni esempi, da raccontare agli amici etero quando vorrete dimostrare che si può ridere dell'omosessualità senza necessariamente offendere...

Un camionista raccoglie per strada una giovane suora che fa l'autostop: la trova eccitante e le fa delle avances. Ma lei resiste: "No, no: sono in grazia di Dio!".
Il camionista però insiste, ed è così convincente che alla fine la suora cede:
"E va be', ma ad un patto: lo facciamo in modo da preservare la mia verginità".
Dopo aver fatto i fatti loro, il camionista, rivestendosi, esclama:
"Però, sorella, deve ammettere che noi camionisti ne sappiamo una più del diavolo..."
E la suora:
"Sì, certo, però anche lei deve ammettere che pure noi travestiti non è che scherziamo..."

Qual è il colmo per un fruttivendolo?
Avere il figlio finocchio e non poterlo vendere...

In un paesino veneto il solito scapolone dorato non si decide mai a sposarsi.
Un bel giorno il padre, esasperato, inizia ad incalzarlo, proponendogli una serie di ragazze, che il figlio rifiuta per un motivo o per l'altro.
Alla fine il padre, esausto, chiede: "Ma insomma, si può sapere chi è che ti piace?"
"A me piace Carlo, il figlio del fabbro..."
Fulminato, il padre esplode, con voce isterica: "Cooosa?! Carlo? MAI!!! è un comunista!"

Lui a lei: "Baciami, baciami così!"
"Calma! Si ricordi che io sono una signora!"
"Che scoperta: se volevo un uomo baciavo suo marito..."

E per finire, una freddura di stile inglese, la mia preferita della raccolta:

Due signori al tavolino di un bar. Leggono il giornale.
"Bel tempo, vero?"
"Bel tempo." Silenzio.
"Pero' dicono che pioverà."
"Così dicono." Silenzio.
"Ma... scusi una domanda. Lei è gay?"
"No."
"Neanch'io."
"...Peccato..."

 


 
 Tratto da: "Babilonia", 2006.
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