BARDASSA o BARDASCIA
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Termine comunissimo nei documenti antichi fino all'Ottocento, ma oggi non più usato.
Deriva dall'arabo bardag, "giovane schiavo", che a sua volta deriva dal persiano hardah, "schiavo".
II riscontro più sorprendente lo troviamo pero nell'italiano ragazzo, derivante dall'arabo magrebino raqqas, "giovane messaggero", "paggio", che è stato messo in relazione con l'evangelico raca (cfr. Matteo, V, 22, di solito tradotto con un banale "stupido"), interpretato proprio come "sodomita passivo", "rottinculo" (vedi in proposito: Warren Johansson, Whosoever shall say to his brother, "racha", "The cabirion and gay books bulletin", n. 10 (winter-spring 1984), pp. 2-4).
L'ampia diffusione passata di questo termine è testimoniata dall'esistenza di un corrispondente francese antico bardache (passato poi a indicare i travestiti sciamanici dell'America del Nord) e di uno spagnolo antico bardaje.
Alcuni esempi d'uso:
| Queste bardasse isfondolati e ghiotti
vanno scopando il dì mille bordelli e per mostrarci se son vaghi e belli cercando van per chi dietro gli fotti. (Francesco Da Colle, seconda metà sec. XV, in: Lanza, vol. 2, pp. 639-640). |
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Siena di quattro cose è piena: di torri e di campane di bardasse e di puttane. (Proverbio attestato nel 1566 in Henri Estienne, Apologie pour Hérodote [1566], Liseux, Paris 1879, p. 41). |
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Aretin, se per quanto hai mostrato sei mezzo pazzo e mezzo sei prudente, (...) mezzo bardascia e mezzo buggiarone dimmi, per Dio, com'è possibil questo? (Nicolò Franco, Rime contro Pietro Aretino, Carabba, Lanciano 1916, p. 47). |