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Giovanni Boccaccio (1313-1375)

Boccaccio. Miniatura rinascimentale.
Boccaccio. Ritratto di fantasia da una miniatura rinascimentale.

NOTA BENE. Questo testo è un semplice "appunto", pubblicato provvisoriamente in attesa di trovare il tempo
per curare o farne curare la traduzione, il commento, o entrambe le cose.

Genealogiae deorum gentilium libri / Genealogia degli dèi [1371-1374] [1]


Liber IV, cap. 58.
De aquilone seu Borea vento Astrei filio: et collaterali septentrionis qui genuit Zethum Calaim et Arphalicem.
[Libro 4, cap. 58].
AQUILONE OVERO BOREA, figliuolo d'Astreo et congiunto di Settentrione, che generò Cetho, Calai et Arphalice

Boreas seu Aquilo ventus collateralis est Septentrionis, et natura sua habet nubes dissipare et aquas ligare gelu (...).

/p. 82r / BOREA overo Aquilone è vento congiunto di Settentrione [2], et per sua natura può dissolvere le nubi et far gelar l'acque. (...)
Ex hoc plures dicuntur fabule.
Nam Servius dicit eum amasse Yacintum puerum, qui etiam ab Apolline amabatur, et quoniam cerneret amorem pueri in amorem Apollinis magis quam in se flecti, iratus disco ludentem interemit.
Di costui si dicono molte favole, percioché [infatti] Servio vuole ch'egli amasse il fanciullo Hiacinto [nota: Giacinto], il quale ancho era amato da Apollo; onde, perché vedeva il garzone più inchinato ad [bendisposto verso] Apollo che a sé, mosso ad ira lo amazzò [il testo latino specifica che lo uccise mentre gareggiava con il disco (che il vento di Borea deviò contro il ragazzo)].
(...) 
A quibus si corticem fabularum amoverimus, advertemus primo Boream Yacinthum, qui flos est et ideo puer, quia nullus diu vivit flos, amare;
(...)
Dalle quai cose, se leveremo la corteccia delle favole, vedremo prima Borea haver amato Hiacinto, qual [il quale] è un fiore, et però [perciò] è detto fanciullo perché nessun fiore lungamente non vive.
hac in forma, quia forte flabat sepissime per prata plena yacintis, quasi visurus quos diligebat, uti et nos crebro visuri vadimus quos amamus. L'amava poi in questa forma, attento che forse spessissime fiate [dato che moltissime volte] soffiava per prati pieni di Hiacinti, come per veder quelli da lui amati [quasi per dimostrare che li amava]; sì come ancho noi spesso andiamo a veder quelli che amiamo.
Qui Yacintus et ab Apolline, id est a sole, amabatur, nam et ipse productor talium et spectator, amator etiam dicitur, et quia talium fotor est, et ideo a Yacinto amari dicitur,  Questo Hiacinto era ancho amato da Apollo, cioè dal Sole, percioché anch'egli, produttore et riguardatore di tai cose [chi crea e protegge delle cose, ne...], è detto amatore; et perché dà favore a quelli<,> fu detto esser amato da Hiacinto.
quia una queque res id amare videtur, per quod ad esse deducitur et perseverat in esse; nam flores et alia sole agente nascuntur et vivunt, quam diu vivunt. Attento [Dato] che ancho ogni cosa pare che ami colui per lo quale è guidata all'essere et continua nell'essere; onde i fiori et l'altre cose oprando il [grazie all'azione del] Sole nascono et vivono quanto lungamente vivono. 
A Borea autem ideo occisus dicitur, quia Boreas horriditate sui flatus cuncta humore privat atque desiccat. Viene poi detto essere stato morto [ucciso] da Borea perché Borea con la furia del suo soffiare priva tutte le cose d'humore, et le disecca. 
  
Zefiro copula con Giacinto
Frammento di vaso del pittore greco Douris [480 a.C. circa]: il vento Zefiro, nudo e in erezione, ha rapito in volo Giacinto e copula con lui fra le gambe. Da Boardman, p.102.
 
Liber VI, cap. 4.
De Ganimede Troy filio.
[Libro 6, cap. 4].
GANIMEDE FIGLIUOLO di Troio

Ganimedes Troi regis fuit filius, speciosissimus adolescens, de quo sic Virgilius: 

/p. 107v/ GANIMEDE figliuolo di Troio [Troo] fu bellissimo garzone, del quale così scrive Virgilio: [Eneide, V 250-257]:
Intextusque puer frondosa regibus Yda
Veloces iaculo cervos cursuque fatigat,
Acer, anelanti similis; quem prepes ab Yda
Sublimen pedibus rapuit Iovis armiger uncis;
Longevi palmas nequicquam ad sydera tendunt
Custodes sevitque canum latratus ad auras
etc.
"Mentre il fanciullo sopra il monte d'Ida
Cinto di frondi il crin<,> coi dardi, e 'l corso
I cervi turba; fu rapito in alto
Da l'armigero uccel del sommo Giove,
Onde i vecchi custodi del fanciullo
Alzano invan le mani fino al cielo,
Et abbaiano indarno in aria i cani"

[Nota: traduzione moderna: 
"Ganimede, affannato e veloce, mentre di corsa
insegue col giavellotto i cervi veloci
sull'Ida frondoso, e dall'Ida, precipite
viene ad artigliarlo e a rapirlo nell'alto del cielo
l'aquila, alata ministra di Giove: i vecchi custodi
tendono invano le mani disperate alle stelle,
s'accanisce nell'aria il latrato dei cani",
ecc. La traduzione moderna, è quella, anonima, online su Biblio.net]

Ovidius autem post Maronem dicit: <tutta la parte che segue manca nel testo antico E dopo Virgilio, Ovidio disse:
Rex superum Frigii quondam Ganimedis amores 
Arsit; et inventum est aliquid, quod Iuppiter esse, 
Quam quod erat, mallet. Nulla tam alite verti
Dignatur, nisi que poterat sua fulmina ferre. 
Nec mora, percusso mendacibus aere pennis
Accipit Yliadem, qui nunc quoque pocula miscet,
Invitaque Iovi nectar Iunone ministrat
etc.
"Ci fu una volta che il re degli dei, invaghito di Ganimede,
scovò un essere, diverso da quel che lui era,
in cui preferì mutarsi: un uccello. Ma fra tutti
accettò d'essere solo quello in grado di reggere i suoi fulmini.
Detto fatto, battendo l'aria con penne non sue, rapì
il giovinetto della stirpe d'Ilo, che ancora gli riempie i calici
e gli serve il nèttare, malgrado la stizza di Giunone",
etc.
[Ovidio, Le metamorfosi, X 1550-1560. La traduzione, è quella, anonima, online su Biblio.net]
 
Fabula que de Ganimede narratur, satis bene percipi potest ex carminibus dictis, hoc addito quod Aquarii signum factus sit. Dice Ovidio che costui fu rapito in cielo et fatto coppier di Giove, et essere il segno di Acquario.
Huius intentum paucis iudicio suo Fulgentius explicat dicens: Iovis pugnantis navali certamine, existentisque in navi, cuius aquila erat insigne, bellicam predam fuisse Ganimedem. L'intento della qual fittione con poche parole secondo il suo giudicio dichiara /p. 108r/ Fulgentio, dicendo che Ganimede fu preda di guerra di Giove che guerreggiava in una battaglia di mare, et si ritrovava in una nave la cui insegna era l'Aquila.
Eusebius autem, in libro Temporum, non a Iove raptum, sed a Tantalo Frigie rege dicit, quod scriptum asserit a Phandro poeta, et ob hoc ortum bellum inter Troium et Tantalum; et hinc videtur frustrari superior fabula.  Ma Eusebio nel libro dei Tempi dice che non fu rapito da Giove, ma da Tantalo Re di Phrigia; il che afferma essere stato scritto da Phandro poeta, et che perciò nacque guerra tra Troio et Tantalo. Et di qui pare che rendi vano il detto d'Ovidio [e ciò sembra smentire completamente la narrazione di Ovidio]. 
Sane secundum Leontium non frustratur.
Dicit enim Tantalum ad Iovis Cretensis gratiam promerendam, quem impudicissimum cognoscebat, sub signis aquile venantem, adolescentulum rapuisse, eumque Iovi dono dedisse.
Nondimeno secondo Leontio non è vano.
Dice egli Tantalo, per acquistar la gratia di Giove Cretese, da lui conosciuto per impudicissimo, sotto i segni [stemma, insegna] dell'aquila haver rapito Ganimede che cacciava et haverlo donato a Giove; 
Quod autem deorum pincerna factus sit, ideo dictum est, quia inter celi ymagines figuratus forsan ad suorum solatium eam esse dicunt, quam vocamus Aquarium, in quo existente sole, terra maximis ymbribus irrigatur, quarum humidis vaporibus sydera pasci non nulli voluere, et sic deorum pincerna factus est. che poi fosse fatto pincerna degli dei ciò fu detto perché, figurato tra l'imagini del cielo [inserito fra le Costellazioni], forse per contento de' suoi dicono che è quella da noi chiamata Acquario. Nel quale fermandosi il Sole, la Terra viene bagnata da grandissime pioggie, dagli humidi vapori delle quali alcuni hanno voluto le stelle nodrirsi [nutrirsi]; et così è fatto [stato immaginato] coppieri <sic> degli dei.
Fuit autem regnante Argivis Prito.  Questi fu nel tempo che Prito regnò in Argo.
Il ratto di Ganimede a Vézelay (sec. XII).
Il ratto di Ganimede dal celebre capitello della chiesa del La Madeleine a Vézelay (sec. XII).
Liber XIII, cap. 17.
De Cyparisso Thelephi filio.
[Libro 13, cap. 17].
CIPARISSO FIGLIUOLO di Thelepho.

Cyparissus, ut ait Lactantius, filius fuit Thelephi.

/p. 231v/ Ciparisso secondo Lattantio fu figlio di Thelepho. 
Hunc, dicit Servius, Silvanus silvarum deus amavit. Dice Servio che Silvano<,> Dio delle selve<,> amò costui; 
Qui cum haberet mansuetissimam cervam eamque summe diligeret, illam Silvanus inadvertenter occidit, quam ob rem Cyparissus summe dolens mortuus est.  il quale havendo una mansuetissima Cerva da lui tenuta molto cara, quella da Silvano inavertentemente li fu morta [gli fu uccisa], di che Ciparisso per dolore se ne morì. 
Silvanus autem illum in arborem sui nominis vertit.  Ma Silvano poi il converse [convertì] in un albero dell'istesso nome. 
Huic fictioni convenientia nominis, et quia continue gemat, dedere causam. A questa fittione la conformità del nome, et perché di continuo geme, ha dato materia [Il nome e la ragion d'essere di questa favola è stata data dal fatto che il cipresso lacrima continuamente resina].
[Anche Ciparisso è una divinità pre-ellenica (come rivela anche qui il nome, che non è greco), di solito sincretisticamente messa in relazione, anche d'amore, con Apollo. Boccaccio ha qui scelto la versione romana, che lo mette invece in relazione con Silvano, il corrispondente dio italico della vegetazione e dei boschi.
Giulio Romano, Apollo e Ciparisso (dettaglio) [1530]
Giulio Romano, Apollo e Ciparisso (dettaglio) [1530], disegno oggi a Stoccolma. [fare link a commons]
  

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L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa pagina, e chi gli segnalerà eventuali errori in essa contenuti.

Note

[1] Il testo copiato da: Giovanni Boccaccio, Genealogie (sic) deorum gentilium libri, Laterza, Bari 1951, 2 voll, vol. 1, p. 292. Online in formato .pdf sul sito: Nachleben des antiken Mythos, ma visibile anche come html attraverso Google.

La traduzione italiana è quella di: Geneologia degli Dei. I quindeci libri di M. Giovanni Boccaccio ... tradotti et adornati per Messer Giuseppe Betussi da Bassano,  Comino da Trino, Venezia 1547, online su sito "Bivio"
Ho usato la traduzione antica per il fascino di presentare accanto due testi antichi, nonostante la fatica d'annotare l'italiano del Betussi fosse pari a quella di tradurre ex novo il testo.

Quest'opera è una sorta d'enciclopedia della mitologia grecoromana, compilata scrupolosamente dal Boccaccio sulla base dei mitografi  antichi, e corredata da una sua interpretazione allegorica in genere evemeristica (cioè che riduceva il dato divino del mito religioso pagano ad avvenimenti umani). L'opera ebbe un enorme successo di pubblico ed una un'influenza duratura.

[2] Borea o Aquilone o Tramontana è detto il vento freddo che viene dal nord. Era anche divinità pagana, e come tale è discusso qui.
 
 
 

L'interpretazione di Boccaccio, paradossalmente, ha un fondo di verità: Giacinto è una divinità pre-ellenica (lo rivela il nome, che non è greco) della vegetazione, che muore e rinasce. Dai greci fu sincretisticamente sottomessa, nei loro miti, ad Apollo, che è sia il Sole, sia il dio dell'iniziazione adulta che guida la morte del bambino e la sua rinascita come maschio adulto. Sul tema si veda Bernard Sérgent, ____ ______

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VI 4: Rapito in cielo, Ganimede fu trasformato nel segno zodiacale dell'Acquario (cfr IGINO).
Fulgenzio ed Eusebio però spiegano evemeristicamente il suo rapimento come opera di una legione o una nave la cui insegna era un'aquila. Eusebio poi lo dice rapito non da Giove ma da Tantalo, e ciò pare smentire la storia narrata fin qui. 
Ma Leonzio [ignoro chi sia] dice che Tantalo, la cui insegna era un'aquila, rapì l'adolescente e lo donò  Giove che ne fece il suo coppiere e lo trasformò nell'Acquario.
Non sono riuscito a trovare la fonte delle tre ultime affermazioni; la prima è secondo Boccaccio tratta dal Liber temporum [che sia il Chronicon eusebianum?] ma è anche nell'apologia di _________, la terza è presa da Paolo Orosio, che riprende da Fanocle ("Phandria" per Bocaccio).
 


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