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Angelo Del Boca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, 2009.
 
Copertina di ''La storia negata'', a cura di Angelo Del Boca

[Saggio]

Recensione di Giovanni Dall'Orto


Diligente raccoltina di algidi saggi accademici, utile a capire il fenomeno, ma non a contrastarlo.

Gran parte dell'ormai lungo periodo di strapotere culturale delle destre, a cavallo fra i secoli XX e XXI (che ingloba anche gli anni in cui al governo c'è stata qualche formazione politica nominalmente di centrosinistra, ma nei fatti esponente anch'essa del Pensiero Unico turboliberista), è stato accompagnato dalla riscrittura della storia.

Questa riscrittura ha comportato sia la censura di tutti gli episodi che mettevano in cattiva luce i movimenti politici a cui s'ispirano i partiti strettamente di destra (infatti non esiste un significativo "revisionismo storico" di sinistra che chieda di "rivalutare" Stalin o i gulag), sia la vera e propria invenzione di miti storiografici che li mettono in buona luce (come il falso smaccato dei "Diari di Mussolini", citati nonostante tutto da Berlusconi come ispirazione nel maggio 2010), sia infine la demonizzazione degli avversari attraverso "libri neri" di vario tipo, tutti caratterizzati da un uso scandaloso di carrettate di falsi propagandistici della Guerra Fredda spacciati per verità testé scoperte.


Per quest'operazione in Italia non sono stati usati storici di professione (a parte Renzo de Felice, che del revisionismo oggi è considerato il padre italiano, ma che fu uno storico stimato) bensì panflettisti e giornalisti, da Montanelli a Pansa. Ognuno di loro con la sua visione che non solo pretendeva d'essere "vera" a prescindere dai documenti storici ma addirittura rivendicava un'autorevolezza maggiore proprio in virtù della presa di distanza dai "sofismi" dei parrucconi accademici e del fatto di "parlare come parla la gente".

In questo volume un'eletta schiera di storici di professione (alcuni dei quali io considero miei maestri intellettuali per le mie ricerche storiche) prova a controbattere a questa perniciosa deriva.
Lo fa suddividendo il campo nei vari settori in cui il revisionismo storico è stato al lavoro negli ultimi decenni: Risorgimento italiano, rapporto Stato-Chiesa dal Risorgimento in poi, colonialismo italiano, fascismo, guerre del fascismo, Shoah, guerra partigiana, delegittimazione del Pci, "rovescismo" alla Pansa.

E qui io direi che il risultato mostra che gli storici non-revisionisti sono essi stessi parte del problema. Perché di fronte a libri agili, provocatori, magari esagitati se non isterici e però ricchi di passione politica, sanno produrre solo pesanti studi accademici di questo tipo, che si leggono più per dovere culturale che per interesse (e come unica alternativa sembra esistere solo, ahimè, la ponzatura degli incomprensibili sofismi postmodernisti, tanto cari agli accademici sinistrorsi). E direi che a questo punto il guaio è già fatto.

Quante volte in questo libro appare la lamentela per cui questo o quel libro revisionista di storia è stato scritto non da uno storico dotato di credenziali bensì, ORRORE!, da un giornalista!? Decisamente troppe.
E anche fosse? Da quando in qua, da Giulio Cesare in poi, è necessario essere parte d'una corporazione per scrivere una memoria, un diario, un pamphlet? O per dare un parere sul proprio nonno, anche se ci si chiama Alessandra Mussolini?


Sia chiaro che il revisionismo storico ha (per ora) vinto in tutto il mondo per motivi di Zeitgeist, che nessun/a accademico/a, per quanto geniale, avrebbe mai potuto contrastare da solo/a.
Ciò detto, questa sequela di saggi accademici, che elencano con pedante giudiziosità e diligenza tutti gli scritti prodotti da quanti sostenevano la tesi A (e poi da quelli della tesi B, e poi della tesi C) non è certamente lo strumento, il manuale, l'arma che sconfiggerà il revisionismo.

Qui manca la passione (che secondo me non s'identifica affatto nel livore, quale quello che emerge inopinatamente nella critica di D'Orsi a Pansa nel saggio conclusivo del volume), che non si può dire che manchi invece ai revisionisti.
Sembra quasi che il revisionismo storico, invece che essere, come è, uno strumento per fare politica usando la storia quale pretesto, sia un problema accademico, pernicioso perché... fa scrivere libri sub-standard, e perché permette a intrusi di "rubare il mestiere" agli storici... (D'Orsi accusa addirittura Pansa di "buttarla nel politico" (p. 363), quasi che il revisionismo storico fosse altro se non politica che si è "buttata nella storia"!).

Ma il problema è proprio questo:  il revisionismo storico non solo non è - come appena detto - metodologia storica bensì arma di polemica politica, ma addirittura esso rivendica la propria estraneità alle "baronie" accademiche!
Non volerlo vedere equivale ad aver sbagliato bersaglio...

Dal mio personale punto di vista il libro sarebbe stato più utile se tutti i saggi avessero seguito la falsariga del contributo di De Luna sulla Resistenza: De Luca non ha infatti paura di scendere nell'arena e ragionare di suo sulle tesi dei revisionisti (anche se neppure lui rinuncia a lamentarsi delle esecrande "scorrerie dei giornalisti" , p. 308), argomentando anziché scomunicando per mostrarne tutta l'inadeguatezza.

E a dimostrare che, volendo, questo avrebbe potuto essere fatto, stanno altre opere, di ben altro taglio e di tutt'altra facilità di lettura, come L'abuso pubblico della storia di Aldo Giannuli (Guanda, 2009, 18,50), che ho iniziato a leggere, con soddisfazione decisamente superiore, nel momento in cui sto scrivendo queste righe.


Sia chiaro che questa mia critica - che è di tipo politico, non storiografico - al tono generale del libro, nulla vuol togliere al valore dei contributi dei singoli autori: preparati, documentati, ed all'altezza degli standard di ricerca accademica. Ognuno di essi stila l'elenco delle tappe attraverso cui la storia del settore che sta analizzando è stata riscritta, e in genere falsificata se non addirittura negata, dai pennivendoli della destra.

Discorso importante, discorso essenziale.

Però se dovessi consigliare a un ragazzo di 20 anni un libro che lo aiuti a capire perché il revisionismo storico, ammazzando il passato, ammazza anche il nostro presente e il suo futuro, costringendoci a vivere fuori dal reale e dentro al mito, non gli consiglierei questo.

A meno che abbia l'attrezzino di Arancia meccanica per tenere aperti gli occhi a forza...


 
 
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