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Edward Luttwak, La grande strategia dell'impero romano, Rizzoli, 2009 [1976].
Copertina de ''La grande strategia dell'impero romano''.

[Saggio]

Recensione di Giovanni Dall'Orto
 (anche su Anobii)


1. Recensione
Uno studio asciutto e concreto sul funzionamento della "macchina da guerra" dell'impero romano.
 
Questo volume ormai classico (del 1976) ha retto benissimo al passare degli anni, ed è sopravvissuto senza danni allo sbarramento ostile con cui il mondo accademico aveva accolto questo contributo di un "intruso", esperto di studi militari anziché di poesia latina...
Luttwak (nella vita reale personaggio inquietante e sinistro consigliere strategico di tutte le peggiori nefandezze golpiste dei governi statunitensi...) ha infatti analizzato la gestione del potere militare da parte dell'impero romano, non più dal punto di vista di un esperto di poesie, commedie e sermoni religiosi come era avvenuto fin lì bensì da quello di un esperto di cose militari.

Il quadro che ne è emerso è, a mio parere, d'estremo interesse.
Anche se ovviamente nessuno studio è perfetto (e questo, oltre tutto, non pretende di rivolgersi ai soli specialisti, ma anche al grande pubblico) Luttwak, affiancato da un fitta squadra di esperti filologi e redattori, si muove con sicurezza tra le fonti. Trent'anni di critiche anche cattivelle a questo testo non hanno trovato più errori di quanti non ne contenga in media quelli di un qualsiasi altro storico. Ci sono punti di vista un poco forzati, ma siccome non esiste nessun saggio storico che non ne contenga,basta fare un po' di tara.

La novità di questo saggio è stata, banalmente, applicare considerazioni di tipo strategico alle scelte politiche e militari compiute dagli imperatori romani, in un campo in cui erano state fin lì applicate in massima parte considerazioni filosofiche o sociologiche (quando andava bene) o più semplicemente morali (quando andava male, e ciò è accaduto fin troppo spesso).
Luttwak, nella vita reale come in questo studio, della morale non sa cosa farsene, e quindi delle scelte militari valuta in primo luogo l'efficacia, sia in rapporto alla risorse esistenti, sia agli effetti ottenuti.

Se Luttwak riesce a produrre uno studio così compatto, asciutto e concreto da essere diventato ormai un classico lo deve a questo suo approccio.
D'altro canto, il fatto d'essersi concentrato sul tema che s'era dato, cosa meritevole in uno studioso, lo porta a lasciare ai margini molte questioni interessanti, e fra queste io metterei "la" grande domanda che ha sempre mosso la curiosità del grande pubblico nei confronti dell'esercito romano: se fu un'istituzione così efficace, come mai alla fine fallì, al punto che la parte occidentale dell'impero si disintegrò?
Da mezze frasi buttate qui e lì si nota che Luttwak ha una sua spiegazione, ma che semplicemente non intende abbandonare il terreno delle cose che conosce bene per affrontare la china scivolosa delle interpretazioni politiche, filosofiche e morali...
(In appendice in questa recensione ho aggiunto le conclusioni a cui, a mio parere, questo saggio permette di arrivare, se a qualcuno interessano).


Luttwak individua nella storia militare romana tre strategie fondamentali di difesa.
(Anzi, ad essere pignoli quattro, considerando che fino a metà del primo secolo l'esercito romano fu prima di tutto un esercito d'offesa e conquista... ed anche la conquista dei territori dei nemici è pur sempre una strategia di, per così dire, "difesa preventiva").

La prima fu la "difesa avanzata", utilizzata nei primi secoli dell'impero, che in parte delegava a stati clientes all'esterno delle frontiere il compito d'intercettare gli attacchi, e in parte (dove tali stati erano assenti) stabiliva guarnigioni militari anche a molta distanza dalla frontiera, in modo che i contrattacchi o le rappresaglie avvenissero in territorio se non nemico almeno neutrale.
Quando l'impero si consolidò, gli stati clienti furono assorbiti, e il ricorso a postazioni avanzate fu generalizzato.
La vera arma segreta dell'esercito romano, in questa fase, fu la rete di strade, che permetteva di spostare con grande efficienza le truppe là dove erano necessarie.

Quando la grande crisi del III secolo (con la sua sequela d'usurpatori a raffica che distolse l'esercito dai nemici esterni) permise lo sfondamento delle frontiere, l'impero fu percorso da orde d'invasori che si riuscirono a tamponare solo con una (poco soddisfacente) "difesa elastica" che, se alla fine garantì la sconfitta di tutti gli invasori e la sopravvivenza del potere imperiale, non garantì affatto la sicurezza dei sudditi e delle loro proprietà.

Fu a questa situazione di crisi che risposero le riforme di Diocleziano e di Costantino.
E fu l'esercito stesso a mutare: le celebri e invincibili "legioni romane" furono sempre più sostituite da alaevexillationes ed armate comitatenses, che garantirono ancora per molti decenni la necessaria sicurezza, ma con in più un'elasticità ed agilità che mancava alla struttura precedente. Ed oltre a ciò garantivano anche un miglior controllo diretto del Potere sull'esercito, che evitò il riproporsi dell'anarchia militare.

L'ultima fase dell'impero, dopo la riforma dioclezianea e quella costantiniana, ripiegò quindi su una "difesa in profondità", rassegnandosi a subire lo scontro all'interno stesso delle proprie frontiere, e ricorrendo per questo alla fortificazione di città e fortilizi per guadagnare il tempo necessario a radunare le forze ormai troppo sparpagliate, senza che la popolazione venisse distrutta nell'attesa (come nel periodo della "difesa elastica").
In questo periodo tornò il ricorso ai clientes (alcuni territori furono sgombrati di proposito per "razionalizzare" il fronte, e lasciati alla difesa di alleati indigeni) ma soprattutto appare una milizia locale, limitanea, certamente di qualità inferiore, ma più motivata a combattere per salvare la propria casa e i propri beni.

Luttwak, nell'analizzare in estremo dettaglio (mai però in modo noioso o prolisso) la maniera in cui si articolarono ed evolvettero queste "grandi strategie militari", sottolinea con grande lucidità come le scelte compiute furono sempre dettate da grande senso pragmatico, adattandosi a quella che era di volta in volta la situazione sul campo.
In questo tipo d'analisi si scontra inevitabilmente con quella parte della storiografia precedente (al 1976), che aveva giudicato le scelte politiche compiute dai romani soprattutto sulla base di criteri morali, quando non addirittura razzistici (si pensi alla lettura dello scontro fra romani e barbari come uno scontro fra "razze superiori" e "inferiori", caro a certa storiografia dell'anteguerra).
E pur non avendo in simpatia l'autore, trovo che il suo approccio cinicamente amorale sia più efficace di quello di tanti accademici che hanno confuso i loro desiderata morali con i fatti storici.

Curiosamente, il periodo del crollo militare e politico dell'impero d'Occidente è assente da questo volume.
Lo si troverà però analizzato in gran dettaglio in apertura del volume successivo, La grande strategia dell'impero bizantino, nel quale si dà conto anche del ruolo giocato nel crollo dell'Occidente dall'escalation tecnologico-militare portata degli eserciti a cavallo barbarici armati di quell'arco composito che riusciva a bucare le corazze, rendendo obsoleti secoli d'esperienza strategica precedente.

Sono semplicemente entusiasta di questa lettura.
Solido, compatto, documentato, concreto: questo è uno studio che mi permette di capire di più e più lontano di tanti altri che ho letto in precedenza.
Definirlo "illuminante" non è eccessivo.


2. Appendice.
Divagazione ispirata dalla lettura del libro.

La causa del crollo della parte occidentale dell'impero fu duplice: una pressione militare (1) accresciuta (è del tutto probabile che le ondate di popoli "barbari" che premevano alle frontiere fossero quantitativamente superiori a quelle di qualche secolo prima, a causa di uno dei tantissimi movimenti di popoli provenienti dal lontanissimo Oriente) e (2) evoluta (l'impero persiano, organizzato come compagine unitaria, fu un avversario ben diverso dall'impero dei Parti, di cui prese il posto; le federazioni di popoli che il tardo impero dovette affrontare furono altro cosa delle tribù singole all'attacco in ordine sparso).

Ma ci fu anche una terza causa (e su questo Luttwak evita di insistere più di tanto): quella politica. Il tallone d'Achille dell'impero romano fu di non riuscire mai a darsi un efficace metodo di ricambio dei vertici per tutti i quattro secoli - e passa - che durò. Per lunghi periodi, quelli dell'anarchia militare, l'esercito è distratto dai suoi compiti di difesa dagli attacchi esterni per essere usato come strumento di nomina degli imperatori. Ben pochi imperatori riuscirono nell'impresa di morire nel loro letto: la gran parte di loro morì assassinata, o al fronte.
La tradizione che faceva dell'imperatore il capo supremo dell'esercito (la parola imperator in latino significa sia "imperatore" che "generale"), e non in senso simbolico, ma in senso reale, trasforma l'esercito nel luogo più adatto in cui individuare gli imperatori.

Come Israele oggi, l'impero romano non è uno stato che ha un esercito, ma un esercito che ha uno stato.

E in questa situazione sicuramente nocque la riforma di Costantino Magno, ottimamente delineata da Luttwak, che mise alla diretta disposizione dell'imperatore, come comitatenses, parti consistenti dell'esercito sia per averle prontamente a disposizione in caso d'attacco, ma sia anche per impedire che potessero essere a disposizione di rivali ed usurpatori.
Questa precauzione permise a Costantino d'essere uno dei pochi imperatori a non essere ammazzato entro pochissimi anni dall'ascesa al trono, ma sguarnì le frontiere proprio nel momento in cui la pressione di popoli esterni si faceva crescente.
In questo caso, una scelta politica decisamente sensata sul breve periodo (forse c'erano meno soldati sui confini, ma almeno servivano a combattere i barbari, e non altri soldati romani) incise negativamente, sul lungo periodo, sull'efficacia dell'esercito romano.
Non fu l'efficacia della macchina stritola-ossa dell'esercito romano a venire meno, quindi, fu il modo in cui veniva utilizzata a diventare meno efficace, per motivi interni (politici).

E qui Luttwak si limita - prudentemente - solo a sfiorare la degenerazione e lo scadimento delle élites politiche romane nel secolo IV e V.
Un impero che diventa sempre più uno stato totalitario, moltiplicando i ranghi d'una casta al potere sempre più incapace di tosare le pecore senza ammazzarle.
Un bravo pastore non è più "buono" di uno "cattivo": lo scopo finale di entrambi è ammazzare le pecore e mangiarsele, ma il primo riesce a farle arrivare al macello più sane, più nutrite e più belle possibile, il secondo no.
L'impero, come emerge chiaramente da brevi opinioni espresse qua e là nel libro, si trovò in mano ad una ghenga di cattivi pastori, che riuscirono a perpetuare il più possibile il loro potere, anche a scapito della stessa sopravvivenza dell'impero (e il vizietto dell'ultimo impero d'assassinare i generali troppo bravi nello sconfiggere i barbari, per paura che diventassero pretendenti al trono, di sicuro di bene non ne fece).

I grandi latifondisti che ormai, dopo Diocleziano, "possedevano" gli ex contadini liberi in una condizione simile a quella della servitù della gleba, non volevano cedere la loro "proprietà" di humiliores per darla all'esercito.
Per rimediare al fatto che i ricchi e potenti honestiores rendevano via via impossibile la leva si provarono varie soluzioni (rendere ereditario il mestiere di soldato, pagare mercenari, inserire sempre più barbari nei ranghi dell'esercito al posto dei cittadini romani) che come è noto finirono per rivelarsi controproducenti.

Fine della divagazione, che è farina del mio sacco, per quanto ispirata dalla lettura di Luttwak, quindi Luttwak non ha nessuna responsabilità su quanto in essa contenuto.

 


 
 
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