"Gli
stellini". Da: Sottobosco del cinema
[1963] [1]
Se le aspiranti
attrici corrono il rischio di essere sfruttate dai fotografi, dagli avventurieri
della stampa e della produzione cinematografica, gli aspiranti attori rappresentano
dal canto loro un terreno di caccia ideale per i militanti del terzo
sesso; di quel sesso che, come è stato argutamente osservato,
si moltiplica senza riprodursi [2].
Purtroppo oggi si moltiplica alla luce del sole, mentre una volta, consapevole della sua anormalità, si preoccupava di mimetizzarsi.
Oggi c'è qualcuno che insinua che Rodolfo Valentino, l'idolo delle donne, il fidanzato d’ America, il primo degli amanti latini, l’uomo che morendo precipitò nel lutto migliaia di “vedove inconsolabili” godeva di una fama abusiva di amatore.
Con gusto sadico e iconoclasta che ogni nuova generazione prova nel distruggere gli idoli della generazione che l’ha preceduta, si sussurra che Valentino piaceva alle donne ma che le donne non piacevano eccessivamente a lui.
In Italia il mito di Valentino non ha mai esercitato un fascino e un richiamo irresistibili.
Già quando morì i nostri giornali non si erano troppo commossi. Gli avevano dedicato poche righe nelle quali, più che altro, si sottolineava che i fascisti “montavano di guardia alla salma”.
Si cercava, insomma, di sfruttare a fini nazionalistici la scomparsa dell'attore, costretto, naturalmente “a malincuore”, a prendere la cittadinanza americana per “poter svolgere la sua attività artistica”.
I giornali non si diffusero neppure a raccontare le scene di isterismo che avevano movimentato i funerali dell'attore. Le notizie di “varietà ” di quei giorni erano dedicate a creare il mito del duce. Insieme alla notizia della morte di Rodolfo Guglielmi (tale era il vero nome di Valentino) si poteva leggere il resoconto di una visita che Mussolini aveva fatta in incognito, quando era ancora un semplice deputato, alla basilica di Pontida dove aveva voluto a tutti i costi azionare i mantici dell'organo. “Mai", commentava il giornale, "braccia più robuste e volontà più adamantina mossero il mantice basilicale”.
(…)
Tuttavia, ammesso (e non provato) che non fosse quell'amatore che sembrava, Valentino non cedette mai alle tentazioni di sfidare l'opinione pubblica al modo di certi attori d’oggi.
Un personaggio del nostro mondo teatrale si vide affidare, all’inizio della carriera, il ruolo di protagonista in una commedia di successo.
Dopo la “prima”, gli amici si precipitarono nel suo camerino per chiedergli come avesse fatto a calarsi così bene nella parte.
“È tutto
merito del regista", rispose il debuttante, "che ha avuto tanta
pazienza e che tutte le sere, finite le prove, ripeteva con me le scene
d’amore” (citato da: Carlo Giovetti, L'attore,
Ed. Vallecchi.[3]).
Visto che si può diventare attori anche attraverso questi corsi serali, speciali e accelerati, non deve sorprendere il dilagare dell’omosessualità nel babelico mondo della celluloide.
Oggi tutti sono molto tolleranti verso questi infelici (anzi “malati” come si usa dire) che battono i marciapiedi cinematografici o teatrali; ma si dimentica che molto spesso non si tratta di uomini costruiti male da madre natura, ma di gente corrotta che si è degradata a soli fini carrieristici.
Quando Fellini girava la Dolce vita si era sparsa in questo ambiente la voce che il regista romagnolo intendeva utilizzare nel suo film un paio d’omosessuali.
I candidati
non mancarono e qualcuno provvide a registrarne le dichiarazioni su un
nastro dal quale stralciamo - rivedendone la forma - alcune frasi fra le
più rivelatrici (il colloquio è pubblicato nel volume dedicato
al film La
dolce vita da Tullio Kezich, Edizioni Cappelli.[4]):
- Dove vi ha pescati Fellini?
- Ci ha beccato in mezzo alla strada. Ci ha visti che eravamo certamente un po’ effeminati, io con i miei capelli così… lui col suo stile molto sexy.
- Ma cosa vi ha detto, che farete qualcosa nel film o no?
- Non sappiamo. Vorrei però saperlo così piglio i miei impegni. È una questione di capelli solamente: se non faccio il film me li lascio crescere per lavorare in un cabaret.
Un ''omosessuale'' in una celebre scena de ''La dolce vita'' di Fellini.
- Che cosa ti piacerebbe fare nel film?
Uno : - Mi lascerei fare da Fellini…
L'altro : - Vorrei fare una parte non molto in vista perché ho i genitori qui a Roma…
- Se fossi solo te ne fregheresti?
- Sì, abbastanza.
- Ma tu ti lasci crescere i capelli soltanto per lavoro?
- Sì, in fondo Fellini mi ha notato soltanto per i miei capelli lunghi.

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Note
[1] Dino Biondi, Sottobosco del cinema, Capitol, Bologna 1963, pp. 66-71.
La divisione in paragrafi e l'aggiunta di neretti e acapo è mia. Ringrazio Giovan Battista Brambilla che ha scoperto questo documento, lo ha scansito e me lo ha inviato.
Il commento che segue è di Giovan Battista Brambilla:
Ho riproposto qui non un celebre articolo d'un quotatissimo critico cinematografico ma un capitolo da un misconosciuto libretto d'argomentazioni cinematografiche del 1963, per dimostrare quanto radicata fosse nella mentalità dell'epoca una certa idea dell'omosessualità maschile.
Pensate a un povero gay dell'epoca che comprandosi un libro di cinema vi trovava pure insulti. Ma all'epoca ogni gay, probabilmente, cercava di prendere le distanze rimuovendo il fatto e pensando: "Non stanno parlando di me, ma di quelli più effeminati, quelli di cui si vede che lo sono". Pensate forse che qualcuno si fosse lamentato per questo scritto di Dino Biondi? Assolutamente no: era nella norma, molti avranno pure applaudito. L'Arcigay e cose simili erano ben di là da venire.
Che effetto farebbe scrivere simili cose oggi? Anche se qualcuno ora vuole demolire il politically correct, bisogna ammettere che almeno ci evita offese gratuite!
Gli anni Sessanta erano ancora frutto del regno di Andreotti & Co., quando i giornali dovevano scrivere "svestito" invece che "nudo". Il vocabolo "omosessuale" era troppo crudo, si preferiva offendere con la definizione "terzo sesso", da anni Venti. "Omosessuale" era usato quando si doveva dare un tono pseudo-scientifico e realistico al discorso. Altrimenti era "sconveniente". Un po' come accade ancora oggi col vocabolo "lesbica".
Il capitolo "Gli stellini" serve solo come intingolo "di colore" a un libretto pruriginoso ma non troppo (ispirato forse a Hollywood Babilonia di Kenneth Anger) in cui neppure si dice che Rodolfo Valentino fu seriamente osteggiato da Mussolini, che la stampa aveva avuto l'obbligo di non parlare dell'attore anche quando era in vita e che i fascisti che vegliarono la bara erano finti, pagati dall'impresario di pompe funebri che voleva farsi pubblicità.
Dino Biondi (nato in Romagna nel 1927) nel 1963 era contitolare della rubrica cinematografica del "Resto del Carlino" (cattolico-socialisteggiante) e mi verrebbe persino voglia d'andare a leggere le stupidaggini che ha scritto recensendo i film di Visconti e Pasolini all'epoca. Ma di stupidaggini ne ho lette persino troppe, a cominciare da una vergognosa recensione di Tullio Kezich a Streamers.di R. Altman nel 1984 (dico 1984!), in cui scriveva che non gli era piaciuto perché c'erano troppi militari nudi sotto le docce e per di più era un film a tematica gay.
Solo da qualche anno Maurizio Porro si sbilancia con le sue recensioni su "Il Corriere della Sera", ma io mi ricordo la sua ritrosia e i ghirigori di parole nel recensire molti film a contenuto gay nei primi anni Ottanta...
[2].La definizione è di Giò Stajano, dal libro: Le signorine sirene.
[3] Carlo Giovetti, L'attore, Vallecchi, Firenze 1959.
[4] Tullio Kezich (a cura di), "La dolce vita" di Federico Fellini, Cappelli, Bologna 1959. |