Home page Giovanni shortfall's > Recensioni > Saggi storici con tematiche lgbt  > Crimini nascosti
 
Cesarina Casanova, Crimini nascosti. La sanzione penale dei "reati senza vittima" e nelle relazioni private (Bologna, XVII secolo), CLUEB, Bologna 2007.
 
Copertina di ''   '', di .

[Saggio con tematiche lgbt]

Recensione di Giovanni Dall'Orto


Un affascinante sondaggio nelle carte di tribunale bolognesi del Seicento.

Gli archivi criminali del "tribunale criminale del Torrone" di Bologna contengono ancora i fascicoli processuali di una quantità sterminata di processi. Se in alcune città (come Milano) la povertà di materiali sopravvissuti ostacola la ricerca storica, a Bologna sembra invece accadere l'opposto, soffocando la ricerca sotto una mole schiacciante di carte.

Cesarina Casanova, da molti anni, sta setacciando questo mare, con un occhio rivolto alla storia della giustizia a Bologna e l'altro alla "storia di genere" e dei rapporti famigliari.
Questo libro raccoglie il risultato del suo spoglio sistematico dei circa tremila (!) processi annui di un periodo campione, corrispondente a quello
(1671-1676) in cui fu "uditore" presso questo tribunale l'illustre giurista Gian Domenico Raynaldi (1628-1713). Questo spoglio è stato poi integrato con "saggi" a campione degli anni 1650-1701/1702.
Casanova ha scelto tutti i casi di questo periodo (grosso modo il 10% del totale) nei quali l'oggetto del contendere era la vita sessuale e famigliare: in gran parte stupri e seduzione di fanciulle, ma anche casi di sodomia (tanto eterosessuale che omosessuale).
Il tema della sodomia appare alle pp. 37-45, 61-63, 78-79, 107, 113-120 (sulla sodomizzazione delle mogli, una delle trattazioni sul tema più dettagliate mai apparse in Italia), 172-176, 204, 207-213 (di nuovo, sodomia eterosessuale) e 214-222 (sodomia omosessuale).

Casanova riscontra, nella persecuzione del peccato nefando, un trend che portò le autorità, proprio nel periodo-culmine della repressione antiomosessuale della Controriforma, a cercare più che di sradicare il peccato di sodomia, di renderlo appunto "ne-fandum"; ossia invisibile e tale che non fosse quasi consentito nominarlo.
In altre parole, Casanova riscontra nelle autorità bolognesi del tardo Seicento la volontà di punire questo reato in modo selettivo (ma severo) cioè ogni volta che esso si manifestasse spontaneamente con scandalo o querela, evitando però d'indagare attivamente per snidarlo là dove fosse occulto e segreto. 
A ciò si aggiunga che Raynaldi è fu celebre per la cautela delle sue sentenze, essendo poco entusiasta della tortura e applicando il criterio dell'in dubio, pro reo (se gli indizi non sono determinanti, la sentenza deve essere a favore dell'imputato).

Si aggiunga che la pratica della tortura che Casanova documenta nella Bologna di Raynaldi è tutt'altra cosa delle sessioni tre- o quattrocentesche, in cui il sospettato viene massacrato fino a quando confessa: qui il tormento può essere inflitto anche solo per "il tempo di una Ave Maria". Non sorprendentemente, gli imputati "vincono la tortura" (ossia, riescono a non confessare) praticamente sempre.
Questi dettagli sono antidoti alla tendenza a trattare la storia della persecuzione dell'omosessualità come un fenomeno unico e indistinto, trascurando il fatto che essa ebbe fasi di maggiore e minore intensità e di minore e maggiore ferocia.
Da questo punto di vista si rivela preziosa
l'introduzione del libro, che riassume in poche pagine il dibattito relativo al valore e significato degli archivi criminali. Giustamente Casanova ricorda come in passato si sia dimenticato, specie in certa scuola foucaultiana, che gli archivi giudiziari ci restituiscono la storia dell'apparato giudiziario, e non quella dei crimini e della società in cui essi ebbero luogo. In altre parole, la maggiore o minore presenza di un reato nelle carte giudiziarie (o nelle leggi) non indica la maggiore o minore presenza (o assenza) di quel reato all'interno di una società, ma solo il maggiore o minore allarme sociale che esso suscitava nel periodo studiato, e la maggiore o minore volontà e capacità delle autorità di reprimere specificamente quel reato piuttosto che un altro.
Questa puntualizzazione è davvero molto importante per la storia dell'omosessualità, visto il vizio degli storici nordeuropei (e dei loro seguaci italiani) di far "nascere" la sottocultura e il fenomeno omosessuale nel momento esatto in cui "nascono" gli archivi di polizia.

L'unico dissenso che ho provato nel leggere questo saggio è che a mio parere l'autrice sopravvaluta la natura "clemente" della commutazione delle condanne a morte per sodomia nella pena della galera, un fenomeno sempre più diffuso nel Seicento e Settecento, fino a diventare di fatto lo standard. Le galere macinavano le vite umane, di cui erano sempre affamate, chiedendo perciò ai giudici di non "sprecare" sulla forca o sul rogo le braccia in grado di remare.
Ad ogni modo, il fenomeno della diminuzione delle sentenze capitali per sodomia, rilevato da Casanova a Bologna, ha effettivamente riscontro in tutta l'Europa continentale, soprattutto dall'inizio del Settecento in poi.

Nello specifico, Casanova documenta come, nel caso preso in esame, la Giustizia bolognese mirasse più che a "giustiziare" i rei, a porsi come arbitro per forzarli ad una composizione, di solito sotto forma di risarcimento economico, alla famiglia della vittima, con il minore scandalo possibile.
Tale atteggiamento Casanova riscontra anche nei casi di sodomia eterosessuale e di stupro di ragazzini. L'esame della sodomia eterosessuale di fatto conferma anzi che la pretesa equiparazione fra sodomia etero ed omosessuale nel Diritto antico era una finzione ideologica, dato che nella prassi i due fenomeni furono trattati in modo ben diverso.

Non essendo interessata nello specifico alla storia dell'omosessualità (il che non vuole dire che la trascuri o la censuri, dato che Casanova riporta sempre col massimo scrupolo i dati sull'argomento ogni volta che l'analisi che sta facendo lo richiede) questo saggio tratta purtroppo piuttosto rapidamente di casi che nell'ottica della storiografia gay avrebbero meritato più attenzione (e questo potrebbe essere allora il compito di qualche storico futuro).
Il caso che mi ha colpito di più fra gli accenni è a p. 204 (Girolamo Bacoli, processo iniziato il 28 settembre 1672). Qui, nel fin troppo dettagliato elenco di delitti di cui si autoaccusa un giovane membro d'una banda di ladri, al quale era stata promessa l'impunità in cambio della denuncia dei suoi complici e dei loro reati, emerge una relazione omosessuale con un altro imputato e complice, Giovanni
Maluccelli. I due amanti s'erano incontrati spesso, nel corso degli anni, avendo "cinquanta o sessanta" rapporti sessuali consensuali, raggiungendo entrambi l'orgasmo.
Questa confessione può sembrare superflua in quel contesto, invece l'imputato, forse ben consigliato da un avvocato, aveva approfittato dell'impunità per "disinnescare" questo reato, di cui avrebbe potuto essere accusato per ritorsione da
Maluccelli, se costui fosse stato catturato e interrogato (l'impunità valeva solo se la confessione era completa). Anche l'aver specificato di aver raggiunto l'orgasmo è importante, perché fa coprire dall'impunità anche la circostanza che non s'era trattato di stupro bensì di atto consensuale, cosa che rendeva reo di morte Bacoli per la "consuetudine" e la reiterazione del reato.
La relazione fra questi due uomini ha qui lasciato una traccia nella storia per caso, emergendo nel mezzo di un'indagine per furto di bestiame e rapine, ma è un esempio di quella massa di relazioni che non possono non esserci state e che però non hanno quasi lasciato traccia negli archivi, perché fra adulti consenzienti e in privato, laddove i processi conservatici sono una monotona sequenza di stupri di bambini e preadolescenti, oltre che di atti sessuali in luoghi pubblici.

Un esempio del ruolo giocato dalla "pubblicità" nella condanna è il caso di un ciabattino, tale Giuseppe de Biasi, discussa alle pp. 218-220, e conclusa con l'impiccagione il 6/2/1686. Il reo aveva avuto con un 17enne, Girolamo De Santis, una relazione durata cinque anni, ostentata anche in pubblico tramite manifestazioni d'affetto. Giustamente Casanova sottolinea come fossero stati proprio questi elementi a fare scattare la pena capitale, laddove altri casi, perfino di stupro, s'erano conclusi più mitemente con una multa, o con l'esilio.

In conclusione, questo è un testo che, pur non avendo per tema la storia dell'omosessualità a Bologna, fa compiere passi avanti alla ricerca su questo argomento, permettendo d'intuire quale mole immensa di casi (non necessariamente conclusi con la pena capitale) sia ancora in attesa di analisi nell'archivio del Torrone.

.


 
 
Quest'opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons "Attribuzione - Non opere derivate 2.5" Italia.
La ripubblicazione integrale è consentita a chiunque sotto i termini di tale licenza. La ripubblicazione parziale è concesso esclusivamente previo accordo con l'autore: scrivere per accordi.
[Torna alla pagina principale] [Torna all'indice delle recensioni]
[Mandami correzioni, suggerimenti o proponimi un nuovo link]