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Contro la GPA ("Gestazione per altri").

[Apparso in origine, in versione ridotta, su "Pride", ottobre 2017]

di: Giovanni Dall'Orto.

Mappa della legislazione sulla GPA nel mondo
Nella mappa (da "WikiCommons"), in blu i Paesi in cui anche la GPA a scopo di lucro è permessa, in rosso quelli in cui è proibita, in azzurro quelli in cui è ammessa solo quella "altruistica". Il Brasile (viola) la permette solo fra parenti.
 



1. Un dibattito più che necessario.

Intervengo sulla GPA (“Gestazione per altri”) nonostante la reputi uno dei tanti falsi problemi in cui i nostri avversari sono riusciti a incastrare il movimento lgbtquaiepqrstuvz per distrarlo da questioni più immediate (ad esempio, la proibizione dell'inseminazione assistita alle sole coppie lesbiche italiane, che colpisce un milione e mezzo di donne, e quindi logica vorrebbe che fosse un tema molto più urgente e pressante).

La GPA infatti riguarda in massima parte le coppie eterosessuali (le stime che leggo variano dal 70 al 95%) e, solo in piccola misura quelle omosessuali (le stime più generose parlano di “alcune decine” in tutta Italia), dato che è talmente costosa (anche 100/150.000 euro: un bilocale a Milano) da essere proponibile solo ai ricchi.

Ma è tipico della politica della sinistra odierna far sì che solo i problemi dei ricchi diventino quelli di tutti, laddove non preoccupa nessuno il fatto che le giovani coppie gay e lesbiche, se anche la GPA fosse liberalizzata domattina, non avrebbero poi un appartamento in cui alloggiare la prole, né un reddito per nutrirla. Quisquilie...

Ciò premesso, non intendo sottrarmi al dibattito, in quanto l'argomento pone problemi etici e filosofici di enorme importanza (cosa costituisce un “diritto”? Quando due “diritti” confliggono, quale prevale?) che non possono essere lasciati senza risposta.

Ovviamente deve essere chiaro che il dibattito non può ignorare i bambini e le famiglie già esistenti grazie a questa procedura, che non è lecito né disprezzare, né trattare come inesistenti. Qualunque siano le conclusioni a cui si giungerà non si può pretendere, come ha fatto qualcuno, che le famiglie già create per questa via non siano tali, o che quelli siano “bambini comprati”. Il dubbio etico è nuovo perché nuova è la tecnologia, quindi tutti siamo costrette/i a camminare su un terreno inesplorato, e nessuno/a può essere messo alla berlina per scelte compiute in assenza d'un quadro di riferimento socialmente condiviso e valido.

Nel cercare di farmi un'idea sul tema ho chiesto a chi di Legge ne capisce più di me, quale sarebbe il diritto civile che verrebbe leso qualora la GPA non fosse legalizzata. La risposta unanime che ne ho avuto è: “In effetti, nessuno”.

Nessuna dichiarazione di diritti stabilisce che procreare è un diritto (semmai, per i reazionari è un dovere!). Non solo perché un 10% della razza umana non è fertile, ma soprattutto perché i bambini non sono diritti, i bambini hanno diritti. (Esattamente come ne hanno i genitori, dopo la nascita). Sono soggetti, non oggetti, di diritti (ecco perché possono essere sottratti ai genitori che ne abusano, o perché non possono essere oggetti di contratti di “libera” cessione).

Questo è un principio che nel movimento lgbt-ecc. dovrebbe essere già ampiamente noto, in quanto è in base ad esso che i giudici hanno introdotto la stepchild adoption in Italia: infatti veder riconosciuto il legame con entrambe le figure genitoriali è nell'interesse del bambino. Non dell'adulto, non del secondo genitore: del bambino. Ed è questo diritto del bambino a prevalere su tutto il resto.

Insomma, purtroppo (per chi li desidera e non riesce ad averne) i bambini non sono un “diritto”, né la GPA è un rimedio a tale “ingiustizia”.
Specie poi se risolve il problema solo per coloro che possono permettersi di rinunciare a un appartamento: questo, in un Paese in cui precariato e disoccupazione, soprattutto nell'età fertile, hanno causato un crollo verticale della natalità, suona a dir poco beffardo. Se davvero ci preoccupassimo del “diritto ad avere figli”, forse non sarebbe esattamente la GPA il punto da cui partire, bensì la politica dei redditi: che ne dite?

natalità e occupazione
Natalità e occupazione in Italia, 2002-2016. Fonte: Reddit su dati Istat.



2. Contraddizioni.

Eppure la GPA viene propagandata come un diritto, una libertà per la madre che decidesse di prestarsi a questo “dono”. Ma qui siamo nella mistificazione pura e semplice.

Primo, nessuna donna sforna figli “per il gusto di farlo”. L'idea che far figli sia una passeggiata di piacere è una tipica fantasia maschile, anzi, maschilista: di parto si può morire. Ma i maschi sostenitori della GPA non se lo “ricordano”, mai.

Secondo, tutti sappiamo che ciò che spinge al “dono” è il compenso economico (se è proibito, sottobanco) come dimostra il fatto che nessuno si stupisce mai del fatto che solo le donne povere siano “generose” e che i “doni” vengano fatti solo alle famiglie ricche. Certo, per motivi di pubbliche relazioni, dopo gli scandali passati non si ricorre più a realtà “sputtanate” come il Bangladesh, dove la donna veniva picchiata dal marito fino a che “acconsentiva liberamente”, dopodiché il denaro veniva intascato da lui.

Ciononostante le donne che acconsentono, in cambio d'un “rimborso delle spese”, vengono, stranamente, da realtà geografiche o sociali in cui il “rimborso” costituisce uno stipendio. Se in Ucraina una donna può sperare di guadagnare trecento dollari al mese, già una semplice “mancetta” di cinquemila dollari, che non motiverebbe nessuna donna italiana, è un incentivo allettante.

Fingere di non sapere come funziona il mondo, fingere che l'ingiustizia sociale non conti, costituisce non solo ipocrisia, ma addirittura complicità in questo stato di cose. Invece di chiederci come mai esistono donne che stranamente accettano di partorire figli da “donare”, noi cerchiamo di approfittare di tale stranezza.

Terzo, vendere il proprio corpo non è un “diritto” e nessuno di noi possiede la “libertà” di farlo. La legge italiana lo vieta e dichiara nulli eventuali contratti in proposito, ivi compreso un contratto di schiavitù volontaria. In parole povere già ora nessuno “ha il diritto” di vendere un rene, o anche solo il sangue, o di vendersi come schiavo.

Certo, è legittimo donare un rene al parente che altrimenti morrebbe di nefrite, ma tale dono è strettamente regolato. E se questi fossero i termini della questione, non ci sarebbe dibattito sulla GPA. Tutti gli oppositori (me incluso) ammettono infatti come privo di controindicazioni il caso della giovane inglese a cui era stato tolto l'utero per un tumore, e la cui madre portò avanti la GPA con l'ovulo della figlia e lo spermatozoo del genero. Qui il “dono” è palese, e logico. Ma nei casi di sconosciuti?

Se davvero si trattasse solo di “proporre una regolamentazione, non certo il proibizionismo”, come ripetono i sostenitori della GPA, un accordo l'avremmo già trovato da mo', così come s'è trovato quello sulla donazione di reni. Il punto è che la regolamentazione su cui è difficile accordarsi non riguarda i diritti della neonata o la libertà della madre di “fare quel che ha liberamente deciso di fare”, che sono già tutelati dalle leggi esistenti, bensì i soldi del committente. E siccome coloro che ricorrono a questa pratica sono i primi a non volere toccare questo tasto, si finisce sempre a parlarsi fra sordi.
Nessuna legge infatti impedisce oggi a un uomo di ingravidare una donna consenziente, riconoscendo poi il bambino come proprio a differenza della madre, per portarsi via il bambino. Nessuna legge impedisce a una donna di concepire un bambino con uno sconosciuto e tenersi il figlio solo per sé. Ciò che impedisce il ricorso generalizzato a queste pratiche è solo il “pericolo” che la madre “decida liberamente” di tenersi il bambino, chiedendo al padre di fare la sua parte per il mantenimento, oppure che il padre riappaia e chieda di riconoscere il figlio come (anche) suo – cosa che in effetti è.
Il problema è l'esistenza di leggi - ottenute dopo secoli di scontri e di evoluzione della concezione sociale della famiglia e della procreazione - che tutelano i genitori più deboli (che nel 90% dei casi sono le donne), e tutelano il bambino in quanto soggetto e non oggetto di diritti (ossia, il suo diritto ad essere nutrito ed accudito).

In altre parole, una delle motivazioni della GPA è il desiderio di escludere dalla genitorialità almeno uno, se non entrambi, i genitori. La cosa non è affatto mostruosa, sia chiaro: la dichiarazione d'adottabilità di un minore sancisce esattamente questo tipo di esclusione, ed è legale, ed è anzi giudicata morale e socialmente opportuna (in quel caso).
Tuttavia a fronte della retorica del povero genitore che grazie alla GPA può vedersi infine riconosciuto un diritto da cui era escluso, va ricordato che la GPA è nata in primo luogo per escludere intenzionalmente altre due persone dalla loro genitorialità.

Per carità, non si tratta d'una novità: la società umana conosce da sempre l'esclusione legale dei diritti “biologici”: nella Bibbia (Genesi 16) Sarah (che è sterile) fa fare un figlio ad Abramo con la propria schiava Agar, e il figlio (Ismaele) è “suo”, visto che possedendo la schiava possiede tutto ciò che essa produce, bambini inclusi.
Viceversa, sempre nella Bibbia, la legge del levirato imponeva di sposare la vedova del proprio fratello, il cui primo figlio maschio sarebbe stato figlio del defunto, e ne avrebbe ereditato le proprietà. Il peccato di Onan non fu in effetti la masturbazione, bensì il rifiuto di “donare liberamente” un proprio figlio al fratello morto.

Come si vede, non c'è nulla né di nuovo né di particolarmente progressista in queste forme di cessioni della genitorialità. Approvarle non implica quindi essere progressisti, né condannarle implica, come hanno ridicolmente sentenziato le romanelle (che credono di possedere, oltre alle chiavi di San Pietro, anche quelle d'ingresso e uscita del movimento lgbt) “Collocarsi fuori dal movimento lgbt diventando, di diritto, parte integrante (e integralista) di un family day qualunque”.


3. Una visione conservatrice della famiglia

Come militante gay da una vita, c'è poi un aspetto della GPA che mi colpisce negativamente: il suo familismo tradizionalista, spacciato come ultima frontiera della rivoluzione, laddove invece fa capo a visioni ultraconservatrici del concetto di “famiglia”. La famiglia dei sostenitori della GPA è infatti quella del Mulino Bianco, con papà-mammà e figlià, ma con un papà al posto di mammà o una mammà al posto di papà.
Quando ero giovane, ai bisogni di genitorialità di alcuni di noi s'era iniziato a rispondere in modi vari e talora bizzarri. Conoscevo coppie gay che avevano procreato con coppie lesbiche, o amiche eterosessuali che avevano chiesto all'amico gay d'essere padre della loro figlia, o... Poi arrivò l'Aids, e fare un figlio con un gay divenne la cosa in assoluto più idiota che una donna potesse fare, e l'esperimento finì. Oggi però la crisi è finita, esistono esami tali da fugare ogni rischio... l'esperimento riparte... ed ecco che il modello di genitorialità che le coppie lesbiche e gay inseguono è quella del Mulino Bianco. Dove mi sono perso una puntata?
Qui nessuno è più capace non dico di proporre, ma anche solo d'immaginare tipi di famiglia diversi e nuovi. Parlo di famiglie pluriparentali, con due mamme e due papà per esempio, o con altre combinazioni.
Non è una proposta: non sono personalmente interessato alla cosa quindi non m'interessa ipotizzarla io. È però una domanda, ossia: come mai nelle parole dei paladini della modernità e del nuovo, che accusano d'oscurantismo chiunque metta in dubbio l'idea che la GPA sia davvero il traguardo del progresso umano, il tema di nuove possibili forme di famiglia è sempre assente?

Non basta. Le mie povere orecchie rivoluzionarie sono state costrette ad ascoltare difese del concetto arcaico e reazionario del “legame di sangue”, per sostenere che se una donna porta in grembo una bimba non concepita con un suo ovulo, costei non è sua figlia, perché l'ovulo non è suo (“non è sangue del suo sangue”, avrebbero detto i preti cent'anni fa).
Quest'idea secondo cui i legami biologici prevalgono su quelli sociali creò un sacco di danni quando fu discussa la legge sull'adozione (n. 184 del 1983) che, secondo i suoi oppositori reazionari, consentiva di spezzare quel “legame di sangue” che invece si pretendeva fosse “indissolubile”.
Genitore è la persona che noi possiamo considerare tale”, ribatterono all'epoca i progressisti, “e non quella che ha il fantomatico legame di sangue, che può essere tradito”. Fu una battaglia fra reazionari e progressisti, che oggi si ripropone, ma a parti inverse: il legame che conta sarebbe ormai quello di sangue, dicono i “progressisti”, mentre il legame umano (e assolutamente nessuno nega che nella gravidanza madre e figlia creino un legame emotivo) non conta nulla.
Cosa giustifica questo ribaltamento di fronti? Davvero resuscitare il “legame di sangue” sotto il nuovo nome di “genitorialità biologica” è un atto progressista? Ovviamente io dico che come minimo questa capriola è sospetta, come massimo, è solo il ritorno del vecchio sotto la maschera del nuovo.
Daccapo, l'esperienza della stepchild adoption e delle Famiglie Arcobaleno ci insegna che genitore è colei o colui che la bambina vive come tale, non chi ha fisicamente messo l'ovulo o lo spermatozoo. Davvero un contratto che affermi il contrario rottama questo importante principio?


4. Contraddizioni giuridiche.

Non entrerò infine nel ginepraio delle contraddizioni legali che crea la GPA. Per citarne una soltanto, la legge sull'aborto garantisce che soltanto la donna possa decidere per tre mesi se tenere l'embrione o no. Quindi, obbligare una donna ad abortire costituisce un reato.
Eppure con la GPA sono già arrivati in tribunale casi di donne da cui i committenti avevano preteso l'aborto degli embrioni in eccesso rispetto al numero commissionato, e viceversa casi di donne che avevano cambiato idea e deciso di abortire. Secondo i sostenitori della GPA l'esistenza d'un contratto toglie alla puerpera i diritti garantiti per legge!

Per non parlare delle disparità legali che la GPA crea fra i padri.
Perché infatti il committente avrebbe diritto a un risarcimento in caso d'aborto, mentre il padre biologico non lo ha se la sua compagna decide d'abortire contro il suo parere?
E perché una gravidanza per terzi dovrebbe essere uno sforzo lavorativo “rimborsabile”, mentre quella per il compagno no? (Incidentalmente, io sarei favorevole a che lo fosse: oggi si chiama “indennità di maternità”, ma è un privilegio, non un diritto di tutte le puerpere).
In breve: siamo certi di sapere cosa uscirebbe dal vaso di Pandora della GPA, se lo aprissimo?


5. Una lettura raccomandata.

Non mi addentro ulteriormente nella questione dato che sul tema ha appena scritto un libro Daniela Danna, “Fare un figlio per gli altri è giusto” (falso!), Laterza, Bari 2017, € 12. È un riassunto molto leggibile e chiaro delle tesi d'un testo ben più ponderoso in lingua inglese (Contract children: questioning surrogacy), che radunava un'ampia casistica di episodi nei quali la GPA aveva già dimostrato aspetti incompatibili con l'aspetto benevolo con cui ci viene presentata.

Ne raccomando la lettura, visto che sul tema c'è da dire molto più di quanto ci stia in due paginette di una rivista.

Danna

Tratto da: "Pride", ottobre 2017
 
 
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