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Un ricordo diverso. (Per Dario Enriquez)

[Da "Pride" n. 42 - Dicembre 2002]

di: Giovanni Dall'Orto.
 
 

Dario Enriquez poco prima della morte.
Dario Enriquez poco prima della morte.
[Nota: Questa è la sola  foto di Dario che ho trovato nel mio computer: purtroppo non avevo annotato chi fosse il fotografo. Sono a disposizione per l'accredito o l'eventuale rimozione, se richiesta dal detentore dei diritti].
  

 
A soli trentaquattro anni Dario Enriquez s’è ucciso lanciandosi dalla finestra della sua casa, il sedici ottobre scorso [2002, Nda], dopo una lunga crisi depressiva legata a problemi di droga.

A Milano lo conoscevano tutti per le sue innumerevoli attività: aveva collaborato col giornale “Hot line”, aveva lavorato nel primo bar gay milanese, il “Querelle”, poi al “Contatto”, all’”Hot Line club” e all’”After Line”. In questo locale aveva inventato il single party, in cui si esibiva come intrattenitore, animatore e dj. Aveva anche fondato un gruppo di trasformismo e cabaret: “Sei favolosa… anche tu!”.

Al suo attivo anche la gestione di negozi, public relation e organizzazione, ma fra le tante attività di Dario ricordo qui il lancio [nel 1997] del primo periodico gratuito italiano, “Guide” [poi "Guidemagazine", poi "Lui - Guidemagazine"].
Era un prodotto povero: poco più d’un assemblaggio di pubblicità. Ma all’epoca era il prodotto giusto per un mercato arretrato come quello italiano, era l’intuizione giusta, e geniale, al momento giusto: contro le profezie di tutti (anche mie) sopravvisse e dimostrò che anche in Italia potevano avere spazio i periodici gratuiti. Quindi anche il giornale che state leggendo ora esiste, un poco, anche grazie a Dario Enriquez…

Dal mondo gay Dario ha avuto molto, ma la sua morte mi spinge a chiedermi: a quale prezzo? La sua vita era diventata un inferno, quasi si fosse consumata a velocità accelerata, in quindici anni.
Come molti idoli, sia etero che gay, Dario è stato divorato dalla bulimia d’un mondo che insegue la frenesia e la prestazione fisica estrema, e in più pretende da te la bellezza, per darti in cambio giusto qualche spicciolo, anche se pagato in orgasmi contanti.
Appena un nostro “idolo” si azzarda a mostrare di perdere qualche colpo lo si getta, quindi il ricorso a un puntello chimico per molti arriva a sembrare un modo per reggere a certi ritmi, anche solo per svegliarsi o addormentarsi a orari assurdi.
Occorre molta forza per resistere alla tentazione, quando attorno a te sono in molti a farlo... a farsi. E non avere questa forza non è una vergogna: è una situazione umana che meriterebbe, forse, un aiuto in più, e soprattutto un po’ di dissenso in più nei confronti della “vida loca” quale proposta di vita prevalente, se non unica, nel mondo gay.

Non c’è nulla di male nel divertimento, ma tutti dovremmo rammentare un po’ di più che, spente le luci, finita la musica, rimane tutto il resto: la vita reale, che può essere messa fra parentesi per una sera… ma che resta lì, in attesa, all’uscita dalla sauna o dalla discoteca.


Nota del 2010.

Frugando nel mio computer fra i (troppi) scritti che non ho ancora, per pigrizia, messo online, ho ritrovato questo piccolo necrologio per un amico.

Rileggendolo, mi accorgo di quante cose avrei voluto dire nel 2002 sulla vicenda, e non dissi, soprattutto per evitare le inevitabili polemiche che avrei scatenato.

Conobbi Dario quando ero presidente di Arcigay di Milano, verso il 1985/6 o poco dopo. Lui frequentò l'Arcigay come volontario ed attivista per un buon periodo.
Era un ragazzo quasi raggiante di allegria e gioia di vivere. Caso raro per l'epoca, non aveva problemi col coming out, ed era dichiarato e "visibile". Era anche intraprendente, sveglio, intelligente, e sapeva farsi voler bene da tutti.

Era anche, come mostrano le due foto che ripubblico qui sotto, scattate da Tiziano Bedin, un ragazzo molto bello, tanto che quando nel 1989/90 curai per "Babilonia" il primo libro antologico  dedicato al nudo maschile in Italia (Ragazzi italiani, uscito nel 1991), gli chiesi se avesse voglia di posare per Bedin e lui accettò. Finì perfino in copertina di "Babilonia", con gran divertimento suo e di quanti lo conoscevano di persona, quasi ammirati dal fatto di frequentare un autentico "ragazzo-copertina".
 

Dario Enriquez. Foto di Tiziano Bedin. Dario Enriquez. Foto di Tiziano Bedin.
Foto di Tiziano Bedin.
Foto di Tiziano Bedin.

Se nomino la sua bellezza non è per caso, dato che quando finì gli studi e cercò lavoro, la sua bella presenza lo aiutò a trovarne fra i locali notturni, nei quali l'avvenenza è la chiave d'ingresso privilegiata. Dario sembrava contento: piaceva, tutti lo volevano, e insomma sembrava che le cose si fossero messe bene per lui.

Poi però le cose iniziarono a peggiorare. Da un lato entrare in quel giro significò per lui affrontare un mondo in cui il consumo di droga è una pratica di fatto  normale. Il problema divenne particolarmente grave quando Enrico smise d'essere the last cute boy in town e vide bruscamente vacillare la posizione che s'era costruito. A quel punto, deluso, per lui divenne quasi una necessità tenere su il morale puntellandolo come poteva.

Non ho conoscenza diretta di quella fase della sua vita, dato che lui ed io ci perdemmo di vista proprio a quel punto. Mi arrivava giusto qualche pettegolezzo, o scambiavo due parole superficiali con lui quando mi capitava d'incontrarlo.
Ma proprio perché lo reincontravo solo di tanto in tanto, avevo modo di notare meglio di chi gli stava vicino il suo cambiamento (in peggio).

Quando scrissi la nota che precede queste righe, ero pieno di rabbia verso un mondo che aveva macinato e distrutto in pochissimi anni un ragazzo che per come l'avevo conosciuto io aveva un sacco di potenzialità e qualità.
E soprattutto un mondo che se lo aveva voluto per la sua bellezza, lo aveva risputato senza pensarci due volte solo perché aveva avuto la sfortuna di soffrire d'una calvizie molto precoce e di qualche ruga, che lo facevano apparire molto più vecchio di quanto fosse in realtà.
Non si può morire perché ti sono caduti i capelli... Nemmeno se la cosa è aggravata da un rapporto problematico con le droghe.

Lo so che faccio solo la figura della Heidi di turno, mettendomi a protestare contro l'andazzo dell'ambiente gay, che tratta con troppa leggerezza l'abuso di droga, del quale non si riesce mai a parlare come di un vero problema. Tutti mi sfottono, se provo a farlo.
Come se non bastasse questo, la figura la faccio pure, a fronte di schiere di ragazzini che sognano solo di diventare "tronista" ed ammirano un individuo come Fabrizio Corona, a trovare inumano un mondo che sembra volerti dare tutto se sei bello, salvo buttarti via quando smetti d'esserlo.

E però... nel 2002 avevo ancora la voglia d'arrabbiarmi per queste cose.
Ed anche se ora siamo tutti, ormai, rassegnati al fatto che al peggio non c'è mai fine, un guizzo di ribellione, a ripensare a questa come ad altre vicende simili, mi si agita ancor oggi.
Almeno: per ora...


Tratto da: "Pride", dicembre 2002.
 
 
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