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Riflessioni sul "gene gay"

[dalla Lista di discussione:. "Movimento queer", 5 gennaio 2015]

di: Giovanni Dall'Orto
 

"Se il fatto di essere gay è genetico, come si trasmette da una generazione all'altra?".

Mi tocca sciropparmi spesso sermoncini sedicenti "scientifici", che mi spiegano che il "gene della frociaggine" sopravvive nella razza umana perché conferirebbe una qualche forma di vantaggio riproduttivo, per esempio una maggiore fertilità, alle sorelle (sorelle?  perché non ai fratelli, di grazia?) dei maschi omosessuali (maschi? e le donne hanno forse un genoma diverso, magari alieno? Come se i cromosomi X non passassero ininterrottamente sia di padre in figlia che di madre in figlio, mentre solo il cromosoma Y viene clonato di padre in figlio: non abbiamo insomma due genomi distinti per i maschi e per le femmine, abbiamo un unico genoma umano condiviso sia da maschi che da femmine più UN cromosoma, l'Y, che indirizza in senso maschile il feto, ed è tutto).
Non mi bevo questa panzana perché, primo, stabilire se un esista o non esista un gene gay eventualmente ereditabile anche dalle sorelle è lo scopo della ricerca, e non un dato che possa essere usato per basarci sopra la ricerca stessa (questo è un errore metodologico noto come petitio principii, e consiste nell'usare l'ipotesi che si vuole dimostrare quale prova della verità della ipotesi che si vuole dimostrare); secondo, perché la conferma della presenza di tale gene nelle sorelle dei gay è nuovamente il risultato atteso dalla ricerca, e non un dato utilizzabile in essa per dimostrare se stessa.
Ma chi cavolo finanzia studi "scientifici" che il metodo scientifico non l'hanno visto neppure dipinto sul muro?


Sapendo come funziona l'evoluzione e la selezione naturale, la mia ipotesi di lavoro è che l'omosessualità, se è genetica (e visto che appare anche negli animali può benissimo esserlo, visto che tra di loro non può certo essere "culturale") è legata a un comportamento talmente necessario alla riproduzione che la sua eliminazione costituisce uno svantaggio biologico superiore a quello causato dal mantenimento nel pool genetico di un certo numero di individui meno propensi alla riproduzione del proprio genoma. La selezione naturale funziona in questo modo cretino e contorto, non in quello cartesiano, e capitalisticamente proteso alla massimizzazione del profitto, ipotizzato nelle ricerche scientifiche di cui leggo.
In altre parole: chi ha il gene della frociaggine non ha nessun vantaggio evolutivo: è semmai chi non lo ha ad avere uno svantaggio relativo.
Ora, immagino gli scienziati che prendono in considerazione una tesi del genere: impossibile. E non per razzismo, ma perché sanno che nessuno finanzierebbe mai una ricerca che si basasse su tali ipotesi di lavoro. Quel che è successo a Kinsey quando ha annunciato di voler studiare l'omosessualità per il terzo volume della sua fondamentale opera in ... due volumi, se lo ricordano tutti.

Ma facciamo un esempio che renda chiaro cosa intendo dire.
Il bacio, ed il piacere che ci provoca, è un residuo che ci è rimasto dal piacere che ci provocava (fin da quando eravamo solo un feto) la soddisfazione dell'istinto della suzione, che ci era necessario da neonati per sopravvivere succhiando il capezzolo (o il biberon). Se lo osserviamo da un punto di vista asetticamente razionale, due persone che si insalivano e pompano aria e liquidi biologici da una bocca all'altra sono semplicemente disgustose. Ma è un disgusto a cui dobbiamo la vita, dato che da migliaia di generazioni i "liquidi biologici" (come colostro e latte) passano dalla madre ai figli, tenendoli in vita.

L'evoluzione ha "scoperto" l'istinto della suzione, ed ha spietatamente liquidato, affamandoli a morte, generazione dopo generazione di cuccioli che ne erano privi. Poi, una volta che è riuscita ad innescare questo istinto nei cuccioli, non si è data più cura di spegnerlo negli adulti. "È lì, che fastidio ti dà? lascialo stare". E così chi ha un gatto lo avrà visto mille volte mentre ciuccia il golf e fa le fusa e "fa la pasta" proprio come quando, gattino, con questo gesto massaggiava i capezzoli della madre per farne uscire il latte. Sono istinti portati su quella spiaggia e poi abbandonati lì, come lo sono i capezzoli sul torace del maschio umano, residuo della costituzione bisessuata del feto umano, ma assolutamente inutili in età adulta.
Eppure i capezzoli si limitano almeno ad essere "semplicemente inutili", mentre il fatto che gli esseri umani provino un piacere fisico nell'atto di baciare provoca uno svantaggio riproduttivo, perché attraverso il bacio si trasmette una quantità d'infezioni.

Se dessimo retta solo alla logica "capitalistica", che ha teorizzato la selezione naturale come un meccanismo che funziona secondo un piano di massimizzazione dei profitti e del rendimento, chi nascesse senza l'istinto della suzione da adulto avrebbe un piccolo vantaggio riproduttivo rispetto a chi nasce provvisto di tale istinto, vantaggio che, per quanto piccolo, sull'arco di alcune migliaia di generazioni porterebbe infine alla scomparsa del tratto genetico che ci fa trovare fisicamente e sessualmente piacevole baciare.
Peccato solo che i figli di coloro che non avessero l'istinto della suzione morirebbero di fame da neonati, quindi non diventerebbero mai adulti per poi trasmettere la mutazione genetica presumubilmente "vantaggiosa".
Ecco perché l'istinto del bacio ci resta, e per colpa di questo fatto qualcuno si becca l'ameba e qualcun altro l'epatite A e qualcun altro ancora la mononucleosi; però la razza sopravvive perché i neonati continuano a nascere sapendo ciucciare. E alla selezione naturale è questo solo che importa: della tua ameba o della tua epatite o della tua mononucleosi se ne sbatte. Se proprio soffri, si degna di abbatterti, o di farti abbattere da un predatore.

DNA raimbow

Ecco un esempio di quel che intendo dire affermando che, se esiste un gene della frociaggine, non esiste nessuna ragione logica che richieda che esso conferisca un vantaggio riproduttivo, quello che finalisticamente i biologici eternormativi continuano a cercare, in quanto danno per scontato che la riproduzione debba obbligatoriamente avere una "finalità", una "contabilità", e una ricerca della "massima efficienza" e del "massimo rendimento", applicando l'ideologia della produzione capitalistica alla ri-produzione biologica. Che invece fa dello spreco, del labirinto, dell'accidente elevato a norma, del caso elevato a regola, il suo metodo di lavoro costante.

Insistere a cercare una ragione, un "vantaggio" nell'omosessualità per "giustificarne" la presenza (come se fosse possibile "giustificare" il punto cieco sulla retina, frutto d'un accidente evolutivo, e non certo di un "Disegno Intelligente"), indica la persistenza d'una mentalità teleologica, già presente fin dall'antichità nello Stoicismo e poi passata al Cristianesimo, per la quale il sesso è "giustificato" solo dal suo "scopo": la riproduzione.
(Apro parentesi: questa idea è totalmente sbagliata. L'evoluzione non ha inventato il sesso per la moltiplicazione degli esseri viventi. Da questo solo punto di vista la clonazione - presente in molti regni della vita, dai batteri, agli insetti partenogenetici, alle piante, e presente perfino nei mammiferi con i gemelli omozigoti - è infinitamente più rapida ed efficiente nel fare "crescere e moltiplicare" gli individui. L'evoluzione ha inventato il sesso unicamente per mescolare il più possibile il genoma, perché la variabilità genetica ottimizza le possibilità che una parte degli individui sopravviva in caso di cambio delle condizioni ambientali. Perfino i batteri che si riproducono per scissione, ossia per clonazione, hanno "inventato" complicati scambi di materiale genetico attraverso le pareti cellulari (i biologi parlano di quattro tipi di "ricombinazione": trasformazione, coniugazione, trasduzione e trasposizione), che fornisce i vantaggi dello scambio sessuale senza poter essere definito in nessun modo "sesso", ed infatti è chiamato dai biologi con un altro nome, "ricombinazione genetica". In biologia, in effetti, è il sesso ad essere solo un caso particolare dei vari modi possibili di effettuare una "ricombinazione genetica".
Bisogna insomma essere una persona che parla con un amico immaginario che abita sotto il soffitto per credere che costui abbia "creato" il sesso allo "scopo" di fare "crescere e moltiplicare" le specie. Assolutamente no, il sesso serve a ricombinare, e solo in seconda battuta a moltiplicare: per fare "crescere e moltiplicare" la partenogenesi in una popolazione composta esclusivamente di femmine sarebbe stata infinitamente più efficiente, raddoppiando in una botta sola gli individui in grado di partorire e quindi le nascite).

Ma la selezione naturale non ha nessuno scopo, neppure la riproduzione. La selezione naturale agisce con la logica secondo cui sopravvive solo chi riesce a sopravvivere, che decisamente non è una logica (se nessuno riesce a sopravvivere, be', la specie si estingue, fine del discorso, ah ah ah). Ed essendo un meccanismo cieco, si limita ad agire sulla prole degli individui che sono riusciuti ad avere una prole, disinteressandosi di qualsiasi vivente che non ce l'abbia fatta ad avere una prole.
La selezione naturale non è Dio, è un meccanismo basato sul caso. Vado in campagna e scopro di aver dimenticato nello zainetto un ombrello nonostante oggi ci sia il sole, uff, ma quel giorno per una repentina eruzione vulcanica piove acido dal cielo, io mi salvo e gli altri no. Non ero affatto il più forte o il più intelligente, ero anzi il più sbadato, ma per caso quel giorno avevo io solo la cosa giusta al momento giusto. E così la selezione premierà attraverso i miei figli (che io avrò e gli altri no, essendo defunti) gli individui che si concedono qualche sbadataggine, e che abitando in quella zona vulcanica tendono a dimenticare ombrelli negli zainetti, perché del tutto accidentalmente la cosa si è rivelata utile, rispetto a quelli che hanno una memoria troppo perfetta. E questo è quanto.
(Fuori metafora, nella selezione naturale l'adattamento perfetto all'ambiente è un vantaggio evolutivo, ma un adattamento troppo perfetto si rivela svantaggioso nel momento in cui l'ambiente cambia, come fa di continuo, anche se magari su tempi "geologici". Sono gli individui - i genomi - "sbadati" quelli sui cui lavora l'evoluzione in questi momenti: l'elefante a cui cresce un folto pelo, o l'ominide a cui non cresce più la pelliccia, saranno favoriti dalla selezione naturale in un momento in cui il clima si raffredda o ai riscalda. Questo "favoritismo" darà vita a nuove specie animali, come i Mammut o l'Homo, mentre la specie originaria che non commetteva tali "sbadataggini" si estingue. L'omosessualità, qualora abbia cause genetiche, fa parte di queste "sbadataggini" della Natura, presenti solo perché di tanto in tanto si rivelano utili, nonostante l'omosessualità si riveli poi totalmente inutile per lo scopo biologico del sesso, ossia la ricombinazione dei geni).


Ecco perché la selezione naturale riesce perfettamente a convivere con l'idea che possa esistere un tratto ereditario che causa un comportamento tale da diminuire la trasmissione dei tratti ereditari, ossia di diminuire il tasso di riproduzione di chi è portatore di quel tratto.
Ciò è bizzarro, perché di tutte le variazioni (mutazioni), quelle che sono falcidiate con la massima spietatezza sono proprio quelle che causano sterilità, anche solo parziale. Ciò che non sopravvive da una generazione a un'altra, è fuori dal gioco, come è facile intuire.

Eppure, perché questo "gene della frociaggine" sopravviva non occorre che offra un vantaggio riproduttivo. Può addirittura infliggere un moderato svantaggio riproduttivo, come in effetti fa (se esiste), eppure perpetuarsi, a patto che garantisca l'immunità da un qualche svantaggio superiore a quello che la propria assenza (!!) infliggerebbe alla specie. Lo so che detto così è contorto, ma l'evoluzione funziona in questo modo contorto: sprecando, e ripiegando la propria logica su se stessa. (Prima fa sparire il pollice dagli antenati del panda, poi scopre che però poteva servire e allora premia lo sviluppo di una protuberanza ossea dal polso che somiglia maledettamente a un pollice, anche se non è un dito, e men che meno un pollice. Ma non poteva pensarci prima? No, perché l'evoluzione non "pensa", si limita ad agire, anzi a re-agire ai mutamenti ambientali).

Questo meccanismo lo conosciamo molto bene per averlo visto all'opera in una serie di casi, come per esempio nella talassemia, dove una mutazione genetica conferisce un vantaggio relativo alla popolazione (che diventa resistente alla malaria in tutti gli individui che possiedono la mutazione in forma eterozigote, ossia con una copia soltanto del gene mutato) anche se condanna alla morte per anemia falciforme gli sfortunati che presentano il gene in forma omozigote (ossia in tutte e due le copie).

Ora, io non so quale forma di vantaggio collettivo fornisca il (presunto) gene che, in una ipotetica forma omozigote o comunque dominante, causerebbe l'omosessualità. So però che nessuno scienziato ha mai osato chiedersi quale svantaggio verrebbe alla razza umana dal fatto di non avere più il "gene gay"... che sarebbe la domanda più logica e da porre per prima. È anzi notorio che gran parte della ricerca "scientifica" sull'omosessualità è stata motivata, fin dai primi passi nel XIX secolo, dal tentativo di "curarla" e farla sparire dalla razza umana.
Eppure questa è una ricerca che spicca per un motivo comico: è la sola ricerca scientifica che in un secolo e mezzo non ha fatto il minimo passo avanti. Ogni dieci anni, le nuove e definitive spiegazioni vengono spazzate vie da altrettanto nuove ed altrettanto definitive certezze arroganti e fallaci, e così via. Questo avviene perché questa ricerca si ostina, per preconcetti religiosi, politici e filosofici, a fare le domande sbagliate, come per esempio "Cosa causa l'omosessualità?".
Sbagliata,  perché la domanda corretta è "Cosa causa l'istinto sessuale, e il modo in cui si articola?". Ma porre questa domanda implicherebbe chiedersi in parallelo cosa "causi" l'eterosessualità, e nulla mandrebbe nel panico qualsiasi eterosessuale, a iniziare da quelli che staccano gli assegni per la ricerca di laboratorio, per il fatto che qualcuno sta pasticciando con la comprensione dei meccanismi che "causano" l'eterosessualità.

Secondo la concezione che gli eterosessuali hanno di se stessi, l'omosessualità è un virus informatico, penetrato non si sa come nel software umano, ma l'eterosessualità è il BiOs, talmente inscritto nel codice genetico che il computer non partirebbe se non ci fosse. ("Nella unione omosessuale manca la differenziazione genitale-sessuale, che è il dato oggettivo di realtà con cui veniamo al mondo: maschio e femmina. Questo dato originario è scritto nel corpo, nel cervello, nel cuore", don Marcello Stanzione scripsit). Scoprire (come è molto probabile che la ricerca farebbe, almeno a giudicare da tutto quanto già sappiamo della riproduzione umana e animale) che l'eterosessualità potrebbe invece essere solo il programma più diffuso di una panoplia di altri e possibili programmi, manderebbe in crisi il ruolo centrale che gli eterosessuali pensano di avere nella Natura. Pensano di essere il pianeta attorno a cui ruota l'universo, per questo rifiutano di guardare nel cannocchiale di Galileo: l'idea di essere un pianeta che ruota attorna ad una fra miliardi di stelle non li attrae di certo.
Ecco perché non esiste ricerca per cercare di spiegare cosa causi l'eterosessualità.

Ma senza questa ricerca è impossibile capire cosa "causi" ciò che è diverso dall'eterosessualità. Per spiegare una regola devo prima capire la regola, non posso basarmi solo sulle eccezioni ad essa. Non posso capire la coniugazione dei verbi italiani limitandomi a studiare ossessivamente esclusivamente il verbo "essere". Potrò trarne preziose conclusioni, ma in gran parte sbagliate, ad esempio che nei verbi italiani prima e seconda persona (sono, sei) si formano su una radice diversa da quella della terza persona (è). Nello stesso modo, la sessualità umana si capisce capendo come funzioni la norma, o sedicente tale, e non insistendo ossessivamente sulle eccezioni, come si continua a fare imperterriti da decenni, anzi da secoli.

Fare ricerca in questo modo equivale a cercare di sollevare un grissino lungo tre metri tenendolo da una punta soltanto e pretendendo pure che non si spezzi. Eppure lo si fa, per paura di scoprire che toccando le due estremità ci si accorga del fatto che sono grosso modo uguali, anche se simmetriche.

Ubi solitudinem faciunt, "scientiam" appellant. (Fanno il deserto, e lo chiamano "scienza").
 


 
 
Tratto da: "Movimento queer".
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