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BENEDETTO VARCHI (1503-1565)
 
di: Giovanni Dall'Orto

Ritratto del Tiziano, conservato a Vienna, che si pensa riproduca le fattezze del Varchi.

Rittratto del Tiziano, conservato a Vienna, che si pensa riproduca le fattezze del Varchi.

Letterato.

Nacque a Firenze da padre notaio, originario di Montevarchi. La sua vita si svolse tutta all'insegna dello studio e dell'insegnamento della letteratura
Da giovane studiò a fondo il latino (mentre non ebbe mai una conoscenza approfondita del greco); si laureò in legge a Pisa.

Nel 1524, alla morte del padre, intraprese la professione di notaio, che però abbandonò presto per dedicarsi a studi letterari.
Per guadagnarsi da vivere fu al servizio, come segretario o precettore, di vari personaggi illustri dell'epoca.

Legato ad ambienti anti-medicei, nel 1537 si unì agli esuli di quel partito e quando si trasferì a Padova fu protetto per qualche tempo dalla famiglia antimedicea degli Strozzi.

Perso il loro favore, anche per uno scandalo omosessuale, si trasferì nel 1540 a Bologna, dove si trovò in precarie condizioni finanziarie, che lo indussero ad accettare nel 1543 l'invito a tornare a Firenze rivoltogli dal duca Cosimo de' Medici.

Da questo momento in poi Varchi rimase in patria come personaggio di spicco della cultura fiorentina, onorato forse anche più di quanto effettivamente meritasse, al punto da essere ritenuto addirittura un filosofo. 
Ciò non gl'impedì d'essere arrestato nel 1545 per lo stupro d'una bambina: secondo i suoi biografi si trattò d'una montatura per rovinarlo; fatto sta che dovette pagare un risarcimento alla famiglia della vittima e una multa (all'epoca ce la si cavava con così poco).

La condanna non gli fece comunque perdere il favore di Cosimo, per cui negli anni successivi Varchi ricoprì importanti incarichi nell'Accademia fiorentina, intervenendo nella cultura del suo tempo con scritti di linguistica, di estetica, di divulgazione filosofica, nonché con una produzione sterminata (e alla lunga noiosa) di centinaia di sonetti neoplatonici e petrarchisti-[1].

Della sua produzione a tratti fluviale è ricordata oggi la Storia fiorentina (che copre gli anni 1527-1538), la commedia La suocera, qualche breve scritto sull'arte figurativa e soprattutto il trattato sulla lingua italiana, L'Ercolano.


Dal punto di vista omosessuale, la produzione del Varchi è notevole per la difesa ad oltranza, e nell'ultimo periodo della sua vita anche controcorrente, della concezione neoplatonica dell'amore socratico, cioè omoerotico, così come era stata teorizzata da Marsilio Ficino[2]

E se i suoi sonetti sono spesso esplicite dichiarazioni d'amore ("casto"!), le sue composizioni latine costituiscono addirittura vere e proprie confessioni, al punto che come vedremo la sua produzione poetica fu riprovata come "scandalosa" da parecchi contemporanei.

Varchi visse l'ultimo tratto della parabola, quello discendente, della concezione dell'amor socratico. I suoi contemporanei diffidarono apertamente dei suoi sonetti ispirati a "casto affetto", come quelli scritti per il giovane Giulio della Stufa.
Da una lettera dell'adolescente [3]sappiamo che il padre gli proibì espressamente la frequentazione del Varchi perché vari poeti, fra cui Antonfrancesco Grazzini (1503-1584) e Alfonso de' Pazzi (1509-1555) [4], riempivano Firenze di sonetti che prendevano di mira i gusti omosessuali del letterato rivale e la sua relazione con Giulio.

Varchi è insomma l'esponente forse più significativo d'una generazione d'omosessuali antichi (della quale fa parte anche Michelangelo Buonarroti) che del platonismo seppe fare uno strumento d'affermazione e difesa. Grazie a questo schermo egli ci ha lasciato negli scritti una vera e propria autobiografia amorosa.


Il suo primo amore documentato fu, nel 1525 circa, per un nobile adolescente anch'egli della famiglia de' Pazzi, Giovanni, il cui padre fece accoltellare il Varchi quando s'accorse che il figlio fuggiva di casa nottetempo per incontrare il suo amante [4a].
Sulla vicenda il biografo del Varchi Umberto Pirotti così commenta:
 

"La punizione fu crudele; ma non è affatto improbabile che il Varchi avesse abusato di Giovanni. Se più tardi egli s'affaticò a decorare di spiritualità i suoi amori omosessuali, essi tuttavia nascevano da un'inclinazione anomala che si manifestava anche in impulsi libidinosi. Ce ne occorressero le prove, potremmo addurre svariati versi pederastici del nostro, da cui traspare un'accesa concupiscenza. (...)
Trovandosi di notte con un ragazzo che evadeva di casa per compiacergli, pare difficile che il Varchi non oltrepassasse i limiti dell'amor platonico" [4b].

E quanto sia stato imprudente il Varchi ce lo mostra una lettera dell'amico Giovanbattista Busini (1501-dopo il 1574), uno che ebbe anch'egli la sua razione di guai per i suoi amori omosessuali, e che pure il 13 aprile 1549 gli scrive preoccupato da Roma sapendo che ha ripreso a frequentare Giovanni:
 

"Ho inteso più volte dire di messer Giovanni de' Pazzi. 
Questa pratica [frequentazione] non pare punto <sottinteso: opportuna, NdR> agli amici vostri intrinsechi a proposito ai [per quanto riguarda i ] costumi ed agli studi vostri: ve l'ho voluto dire per soddisfare ad ambiduoi loro ed a me" [4c].


Come gli dèi vollero, questa storia finì con il Varchi tutto intero, e un secondo amore è documentato nel 1526 per un Giulianino Gondi, che morì in una rissa per strada nello stesso anno.
Dimmi con chi vai...


Lorenzo LenziIl suo posto fu preso nel 1527 (segno di gusti pesantemente pederastici nel Varchi) da Lorenzo Lenzi  (nato nel 1517!), che gli restò amico per tutta la vita, nominandolo anche erede della sua biblioteca.
Lenzi fece infatti una buona carriera eccelsiastica: nel 1544 fu vescovo di Fermo, nel 1557 nunzio papale a Parigi, e nel 1562 vicelegato d'Avignone. 
Varchi scrisse molti sonetti d'amore per Lenzi (chiamandolo con richiamo petrarchesco "Lauro"). Eppure,
 

"nelle numerose poesie che dettò per lui non s'ode una sola nota sensuale, e il bene informato Anonimo, toccando di quel suo affetto, non lo dice amore, sibbene "amicizia [..] santa". 
È tuttavia lecito sospettare che, per lo meno all'inizio, il Varchi si sentisse attratto fisicamente dal Lenzi, e che cercasse di frenarsi anche perché seguitava a dolergli la cicatrice del colpo vibratogli per volontà d'Alessandro. 
Ad ogni occasione egli esaltava le doti di Lorenzo, e la nobiltà del vincolo che lo stringeva a lui, e i benefici effetti che gliene erano derivati. 
Ma saremmo ingenui, se gli prestassimo gran fede. Aggirandosi fra gli scritti che menzionano il Lenzi, non si tarda  scoprire ch'egli non era così ammirevole per virtù e per ingegno come il Varchi mostrava di reputarlo" [4d].

Dopo qualche anno la passione si stemperò in effetti in amicizia e i due rimasero amici per tutta la vita: ancora nel 1555 Lenzi aiutò il Varchi, in difficoltà economica, invitandolo presso di sé a Bologna [4e].


Il quarto amore, nel 1537, fu per Giulio Strozzi, a Padova, dove Varchi aveva seguito Lenzi che vi andava a studiare legge. Qui Piero Strozzi (ca. 1510-1558), nipote del banchiere Filippo capo degli esuli fiorentini, gli affidò l'educazione dei fratelli minori Lorenzo, Alessandro e Giulio
Varchi però si rese sospetto cantando il suo amore per Giulio (che nelle poesie chiama "Carino") in vita e ancor più, disperatamente, in morte del giovane nel 1537; il poeta fu allora licenziato.

La rottura con gli Strozzi fu così radicale che nel 1540, avendogli Pietro chiesto la restituzione d'un libro, Varchi la rifiutò e reclamò anzi una somma che lo Strozzi gli doveva. L'arrogante signorotto la prese a male e fece bastonare per strada da un servitore l'ex precettore . 
Come già detto, Varchi si trasferì allora a Bologna.


Al ritorno a Firenze Varchi ebbe il quinto amore: un ragazzo cantato col nome pastorale di Iola, che non sappiamo chi fosse.


Nel 1553, e fino al 1555, a Firenze, fu la volta di Giulio della Stufa (1538/39-prima del 1565), non ancora quindicenne [4eb]. Per lui Varchi perse la testa al punto da fare di sé (e del suo allievo) lo zimbello di Firenze.

Lo stesso ragazzo fu costretto a difendersene in una lettera divertentissima che ci è pervenuta, pregandogli di stargli alla larga e di non scrivergli più composizioni d'amore infuocato:
 

"In quanto alle mie lettere darle a Sandrino o Batistino [amici che frequentavano casa Stufa, NdR] che gliele porti, per nulla non lo farò, perché mai voglio, che si pensi ch'io scriva a V. S., così di secreto da nessuno, se non per il [se non facendo recapitare le lettere dal] vostro <servitore> Matteo, se ci verrà per esse, ancorché più caro harei, che più di rado cel mandassi, che voi potete, et manco [meno] lettere; perché certo m<esser> Agnolo [il padre] e così s<er> Piero [lo zio], pajono aver gran sospitione [sospetto] di quel che non è nulla, et per non dar da pensar a nessuno di lor due che V. S. mi scriva, non ce lo mandi così spesso
(...)
Vorrei ancora, come più volte ho dettogli, che se la mi fa alcun sonetto, come quello in risponsta [sic], che mi mandò stamani, non usasse certe parole come dir "Qual fiamma entro 'l mio cor arde e riluce", perché costoro [padre e zio] pigliono poi in quella parte, che più a lor piace [interpretano come vogliono loro] queste parole, ancorché faccin così perché non l'intendono ma non considerono più là [4fa].

E così [lo stesso dicasi di] quel raconcio [correzione], che V.S. ha fatto in su'l mio sonetto, che diceva "del Santo Amore" et lei ha fatto "del santo ardore", che di quello m. Agnolo, quando lo sentì leggere, disse: "Che amor è questo! che ardore!". Tanto che a me piacerebbe più lasciarlo star "amor", per più honesto. (...)

Del venir domani a casa di V.S. non ne credo nulla, perché non credo sia per voler m. Agnolo: patienza. E del venir lei qui, piglisela come Ella vuole, che m. Agnolo non per altra ragione, secondo me, gli fè dir a s. Piero quelle parole [4fb], se non perché fuori infatti, chi dice in un modo e chi in un altro, et per insin dei sonetti si trovono in Firenze sopra tal materia; però [perciò] non v'importi [cerchi di non] venirci così spesso" [4fc].

Fra i sonetti che Stufa nomina sono certamente quelli del Grazzini, che così sfotte il Varchi e la sua passione per i "poetini" quale Giulio:
 

Al Varchi

Pure alla fin v'ha fatto il ciel trovare
dopo tanti anni un poetin novello,
ch'è tanto vertuoso e tanto bello,
che ciascun fa di sé meravigliare.

E fra l'altre sue doti altere e rare
ha nome di signor, non di bidello:
che come Giammaria, o Raffaello,
voi noll'arete, Varchi, a sbattezzare.

Buon pro vi faccia dunque a questa volta:
ed a lui similmente, c'ha trovato
la sua ventura, ch'era in voi sepolta.

Voi lo farete tosto letterato
nelle tre lingue, e poi con gloria molta
tener nell'Accademia il principato.

E prima che passato
sia degli anni suoi verdi il primo fiore,
si troverà poeta ed oratore;

tal che con grande onore,
e voi e lui sarete in prosa e in verso 
celebrati per tutto l'universo.[4g]

Al Varchi
O padre Varchi, Socrate novello,
o voglian dir, Pitagora secondo,
a voi devrieno a dapprello, a dapprello [a drappelli]
scolar venir di tutto quanto il mondo;

poi che 'l vostro sapere alto e profondo
ficcate lor sì tosto nel cervello, [ano]
ma non ritrova così l'uovo mondo
se non però chi è giovane e bello.

Alcibiade e Fedro [discepoli di Socrate] fur perfetti
scolar, come già vide e seppe Atene,
però ch'ei furon belli e giovinetti:

e per che la bellezza da Dio viene,
hanno solo giudizi e ingegnio retti
i giovin begli, e imparan tosto e bene.

Ma pria saper conviene
il modo d'insegnare antico e nuovo,
ch'a ete, Varchi, voi trovato a covo.

Ond'io la lingua muovo,
e dico: o voi che figliuoi vi trovate
begli, e che son nella più verde etate,

se veder gli bramate
di vertù pieni e di dottrina carchi,
dategli a custodire al padre Varchi. [Antonfrancesco Grazzini, Rime burlesche, Sansoni, Firenze 1882, pp. 29-30].

La preoccupazione dei parenti di Giulio, comprensibile alla luce del precedente di Giovanni de' Pazzi, e soprattutto della già citata condanna per stupro, non vennero del resto sopite leggendo i sonetti che Varchi scriveva al ragazzo, come questi:
 

Sonetto 396
A. M. Giulio della Stufa

E' non è loco sì caldo, e mai
non arse fiamma sì cocente, ov'io,
per rinfrescar l'incendio e 'l bollor mio,
non mi gittassi, e scemo il ver d'assai;

quantunque volte i dolci e santi rai
vostri, Giulio, contemplo, o 'l saggio e pio
parlare ascolto, cui soli desìo
dopo i miei sacri e ben fioriti mai.

Il foco, ch'arde la vil gente, è ghiaccio
a lato al nostro: quello i corpi, e questo
incende l'alme e le consuma e strugge;

questo non parte mai, quel sempre fugge;
l'un seguita il piacer, l'altro l'onesto.
Oh quante cose qui trapasso e taccio! (p. 891)

Sonetto 398
A M. Cesare dal Bagno, scultore.

Quando il bel Giulio mio con dolce riso
apre l'un suo vermiglio e l'altro labro,
cui cedono rubini, ostro e cinabro,
per bear me, che, intento il guardo, il fiso:

parmi aperto vedere il Paradiso,
e quanto fe' mai dolce il divin Fabro,
e dico: E' non è cor sì duro e scabro,
che non restasse qui vinto e conquiso,

e mi ritorna nella mente il giorno
e l'ora e 'l punto, che 'n fronzuta cima
l'arbor mirai d'ogni buon frutto adorno;

e, se giudizio uman diritto estima, 
cosa non fia già mai, né fu mai prima,
che questo agguagliar possa, o quel soggiorno. (pp. 891-892).

Sonetto 407
A M. Giulio della Stufa.

Non cangia mai nel pensier vostro, ch'io
non v'ami, e quanto debbo e come soglio,
se ben meco e col ciel talor mi doglio,
che 'n voi, più che ragion, possa il disio:

anzi dee questo sol mostrarmi il mio
sincero cor, che soffrire anzi voglio
notte e dì sempre ineffabil cordoglio,
che vedervi non tal, chente disìo.

Onde se di me punto e di voi calve,
o volete provar s'io dico vero,
tornate al bello stil vostro primiero.

Pardo non corse mai tanto leggiero
a cercar fonte, o chi da morte il salve,
come io per veder voi qual bramo e spero. [4h] 

Comprensibile quindi che a nulla siano servite le strilla d'innocenza oltraggiata propinate dal Varchi, più "elegantemente", in latino:
 

Iulio Stuphae
Candidissime Stupha mi vacare
culpa, ac nil sibi turpe, nil iniquum
conscire, est adeo potens, ut omnes
floccipendere debeat malorum
tecnas, ac probra ficta nil vereri.
[4i] 


E quando questo amore passò, o fu fatto passare dal padre di Giulio, Varchi si consolò con il nobile Cesare Ercolani, conosciuto a Bologna nel 1555 mentre Varchi era ospite di Lenzi, e al quale dedicò il già citato trattato Ercolano.


Infine, alla fine della vita Varchi scrisse una serie di sonetti d'amore (tutt'ora inediti e pour cause) per un altro bambino decenne, forse un certo Palla de' Rucellai [40a], orfano [40b], che cantò nei Cirilli sotto il nome pastorale di "Cirillo".

In questi versi, spicca 
 

"una qualità strana: il pervicace sforzo di conciliare la pederastia con la religione. Cirillo (asserisce il Varchi) gli apre il paradiso, lo invoglia a ringraziare il Creatore, con la sua voce solleva le anime da terra, col casto amore che suscita le avvicina a Dio.
Quest'ibrida mistura di pederastia e unzione spirituale ci riesce tanto sgradevole, che le preferiremmo una sensualità franca e perfino un'oscenità palese" [40c].

Queste vicende sono esposte in dettaglio nelle esplicite biografie di Manacorda e Pirotti [5].


Tutto questo poetar di "casti amori" e "santi baci" per ragazzini non passò ovviamente inosservato: con il passare degli anni la "castità" e "purezza" degli amori del Varchi fu vista con sempre maggiore scetticismo: egli fu perciò attaccato, in versi e in prosa, da numerosi altri contemporanei.

Ad esempio così Girolamo Muzio (1496-1576) commenta (privatamente) i "casti" sonetti del Varchi per lo Stufa:
 

"De' sonetti del Varchi scrissi per l'ultima mia precedente; et da poi che gli ho veduti più mi son confermato, che, quantunque egli chiami santo et casto amore le bellezze del corpo, le quali egli pur celebra in quel garzone [ragazzo], tirano alla impudicitia et alla immonditia et non a castità et honestà: et quello star sempre a parlar di occhi, di fronte, di guance, di labra et di gola non mi sembra che habbi niente del santo, né che quel bacione abbia del casto (dicano i platonici quel che ne vogliono). 
Poi quel giacersi soli tra l'herbe, et desiderar di moririvi per non esser dal tempo privo [privato] di dolcezza, è troppo brutto [indecente]. 
Io, per dirlo in poche parole, mi vergognerei che que' sonetti si leggessero sotto il mio nome[6].

Scipione Ammirato (1531-1591) lo tratta meglio, affermando che:
 

"egli inclinato negli amori fanciulleschi e come egli diceva "Platonici", si scemò molto di quella riputazione che all'età di lui si sarebbe convenuta" [6a].

Anche Lorenzo Crasso (1623- sec. XVII), infine, lo dice:
 

"dedito a' fanciulleschi amori, che benche platonici da lui chiamati venivano, gli scemaron con tuttociò molto dell'acquistata reputazione, aggiungendosi à questi andamenti il decader nelle sue composizioni" [6b].

Fu probabilmente per il moltiplicarsi di tali attacchi che Varchi si rese conto, alla fine della sua vita, d'aver passato il segno e decise prudentemente di farsi prete per salvare la reputazione. 

La mossa, apparentemente, funzionò, e alla sua morte egli fu sepolto con tutti gli onori nella chiesa degli Angeli (santa Maria degli Angeli) a Firenze [7].
 

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L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa scheda biografica, e chi gli segnalerà eventuali errori contenuti in questa pagina.

Note
 
Pagina in costruzione

[1] Vedili in: Benedetto Varchi, Opere, Treves, Milano 1859, vol. 2.
La sola riedizione recente in un'ottica gay è la traduzione fattane in: James Wilhelm (a cura di), Gay and lesbian poetry. An anthology from Sappho to Michelangelo, Garland, New York & London, 1995, pp. 313-315.

Ancora più esplicita è la produzione latina che si legge nei Carmina quinque hetruscorum poetarum, Giunti, Firenze 1562, alle pp. 137-159 e 164-167. Qui le  composizioni d'amore per
Lorenzo Lenzi, Giulio della Stufa e Giulio Nobili sono addirittura sfacciate.

[2] Giovanni Dall'Orto: "Socratic Love" as a Disguise for Same-sex Love in the Italian Renaissance, "Journal of homosexuality", XVI, n. 1/2 1989, pp. 33-65. Anche come: Kent Gerard e Gert Hekma (a cura di), The pursuit of sodomy: male homosexuality in Renaissance and Enlightenment Europe Harrington Park Press, New York 1989, pp. 33-65.

[3] Edita in: Guido Manacorda, Benedetto Varchi. L'uomo, il poeta, il critico, "Annali della R. Scuola normale di Pisa", XVII 1903, part II, pp. 1-161, alle pp. 13-14.
Ristampa anastatica: Polla, Cerchio (L'Aquila) 1987.

[4] Gli attacchi del Grazzini vedili in: Antonfrancesco Grazzini, Le rime burlesche edite e inedite, Sansoni, Firenze 1882, passim.
Sparsi e difficlmente reperibili (talora anche inediti) sono invece i numerosissimi sonetti del Pazzi contro il Varchi. Se ne vedano due esempi in: Giorgio Pedrotti, Alfonso de' Pazzi, accademico e poeta, Tipografia Cipriani, Pescia 1902: con l'aria di offrire al Varchi di far la pace, Pazzi lo accusa ripetutamente di sodomia, utilizzando i doppi sensi del linguaggio burchiellesco.
Ignoro (ma se così fosse, ciò spiegherebbe l'astio) se questo poeta fosse un parente del Giovanni de' Pazzi sedotto da Varchi.

[4a] La vicenda (perfino un poco bocaccesca) è narrata in dettaglio in due biografie anonime del XVI secolo intitolate Vita di Benedetto Varchi, che si leggono in: Benedetto Varchi, Storie fiorentine, Le Monnier, Firenze 1857, vol. I. Per l'episodio in questione vedi le pp.  XVII-XVIII e 355-357. 
Cfr. anche Manacorda, Op. cit., p. 11.

[4b] Umberto Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Olschki, Firenze 1971, p. 47.

[4c] Giovanbattista Busini, Lettere di Giovanbattista Busini a Benedetto Varchi, Lemonnier, Firenze 1860, pp. 194-195.

[4d] Umberto Pirotti, Op. cit., p. 48.

[4e] Cfr. anche Manacorda, Op. cit., pp. 74-75.

[4e] Nel sonetto 379 Varchi lo apostrofa infatti così: "Giulio, che 'n quella età, che gli altri a pena / scioglier la lingua e far parole sanno, / avete innanzi al quindicesimo anno / senno maturo ed eloquenza piena". Benedetto Varchi, Opere, Treves, Milano 1859, vol. 2, p. 889

[4fa] Qui palesemente il ragazzo sta ripetendo una giustificazione usata dal Varchi stesso.
 

[4fb] Evidentemente di farsi vedere il meno possibile.

[4fc] Manacorda, Ibidem, pp. 13-14. 
Altre due lettere inedite di Giulio Stufa al Varchi sono a Firenze, Biblioteca nazionale, Cassette palatine, II 105-106 (questa edita è la n. 107).

[4g] Antonfrancesco Grazzini, Rime burlesche, Sansoni, Firenze 1882, pp. 30-31.

[4h] Benedetto Varchi, Opere, Op. cit., p. 893.

[4i] Da: Carmina quinque hetruscorum poetarum, Giunti, Firenze 1562, p. 157.

[40a] Pirotti, Op. cit., p. 53.

[40b] Manacorda, Op. cit., p. 16, nota 1.

[40c] Pirotti, Op. cit., p. 53.

[5] Guido Manacorda, Op. cit.; Umberto Pirotti, Op. cit.

[6] Girolamo Muzio, Lettera a Ludovico Capponi. In: Guido Manacorda, Op. cit., p. 76.

[6a] Scipione Ammirato, Opuscoli, Massi, Firenze 1637,  vol. 2, p. 254.

[6b] Lorenzo Crasso, Elogi d'huomini letterati, Combi & La Noù, Venetia 1666, p. 32.

[7] La chiesetta, in Via Alfani / Piazza Brunelleschi, attribuita al Brunelleschi, è ora sconsacrata ed è laboratorio di lingue dell'Università di Firenze. 
Non ho potuto entrare nell'ex chiostro per verificare se la lapide si sia conservata lì: nell'ex-chiesetta non ve n'è traccia.


Tullia d'Aragona (1508-1556), Dialogo: Della infinità d'amore in: Mario Pozzi (cur.), Trattati d'amore del Cinquecento, Laterza, Bari 1980, pp. 185-248. (Alle pp. 224-231 Tullia d'Aragona, celebre "cortigiana", si auto-ritrae mentre discute in termini neoplatonici con Benedetto Varchi dell'amore omo ed eterosessuale, e della sodomia).

Benedetto Varchi, Orazione funerale, fatta... nell'essequie di Michelagnolo Buonarroti, Giunti, Firenze 1564. Ristampa anastatica: Giunti-Barbera, Firenze 1975 (a p. 17 allusione al Cavalieri).

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Un estratto da questa voce è stato edito in traduzione inglese sul Who's who in gay and lesbian history (a cura di Robert Aldrich e Garry Wotherspoon), vol. 1, ad vocem.
Ripubblicazione consentita previo permesso dell'autore: scrivere per accordi.

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