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Il bello della provincia. Intervista a Gilberto Severini.

[da "Pride", n. 43, gennaio 2003, pp. 74-75]

di: Giovanni Dall'Orto

Gilberto Severini. Foto di Giovanni Dall'Orto, 2003.
Gilberto Severini. Foto di Giovanni Dall'Orto, 2003.
 



Definito da Piervittorio Tondelli "lo scrittore più sottovalutato d'Italia", idolatrato da una pattuglia scelta e fedele di lettori, Gilberto Severini torna a far parlare di sé con l’ultimo romanzo, che racconta una storia fra due uomini.

Gilberto Severini, scrittore dichiaratamente e spavaldamente legato alla Provincia, da vent’anni pubblica, senza strepiti e senza presenze ai talk show, libri, uno più bello dell
altro, che non sfioriscono nel giro di tre settimane, ma si leggono con stupore e piacere anche dopo decenni.
Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione alla libreria "Babele" del suo ultimo romanzo breve,
Ombre in soffitta (PeQuod, 9,30 euro).

Iniziamo nel più semplice dei modi. Puoi presentarti, per i lettori di "Pride" che non ti conoscono ancora?
Mi chiamo Gilberto Severini, sono uno scrittore che per lo più vive nelle Marche, sono nato nel 1941, e ho pubblicato una decina di libri.
Il mio ultimo libro,
Ospite in soffitta, è la storia d'un incontro fra un signore di una quarantina d'anni e un giovanotto di diciannove, negli anni Sessanta. Fra i due c'è un singolare patto a sfondo erotico per cui il giovane offrirà la sua disponibilità per una serie di pratiche in cambio dell'ospitalità in una soffitta.
All'inizio si sa già che il ragazzo è scappato di casa e la persona matura gli ha proposto più volte in un bar un patto di questo tipo: lasciarsi fare in cambio di ospitalità. La storia procede attraverso un dialogo: non ci sono descrizioni, alla maniera di un testo teatrale, pur non essendolo. Tutto è affidato alle voci dei due, che per una settimana parlano e agiscono nel senso del patto, con qualche colpo di scena.
La sfida era per me parlare del Desiderio, che in quanto indicibile sollecita fiumi di parole. Il Desiderio non ha parole: per questo è così incredibilmente loquace…

Nei tuoi libri ti riveli scrittore di emozioni, di ambienti e atmosfere, più che di intrecci.
Ognuno scrive quello che gli preme. Non sono un grande appassionato d'intrecci e trame: io credo che un libro sia utile, importante e piacevole nella misura in cui illumina una parte di noi che avevamo dimenticato, che non conoscevamo o che addirittura risulta imprevista.
In altri termini: nei libri conta quello che accade dentro le persone più che quello che succede fuori. Anche perché nella nostra società abbiamo strumenti di comunicazione sofisticati, in grado di raccontarci quello che succede fuori, mentre il dentro, scusami la brutta espressione, resta ancora misterioso e per me affascinante.

Il clima dei tuo libri mi ricorda le atmosfere che trovo, fra gli scrittori gay, nei libri di Christopher Isherwood o di Piero Santi…
Che sono due autori che ho molto amato e che sento vicini. Ma se parli di un influsso… sì e no. Se penso a Isherwood di Un uomo solo, è chiaro che si finisce per sentirlo vicino, se non sul piano della scrittura sul piano della vita: la storia di qualcuno che invecchia ed ha il problema di gestire il proprio bisogno di comunicazione e di affetti negli anni che avanzano è una storia che prima o poi riguarda tutti.
Però se mi parli di vicinanza è un altro discorso, nel senso che quello delle parentele è un gioco che non mi convince mai: le vicinanze le trovano i critici… è il loro mestiere… però per essere onesti accade che non essendo più giovanissimi e avendo letto per tutta la vita, avendo persino dimenticato gran parte di quel che si è letto, non si riconoscono più i debiti che stiamo pagando, e a chi.
Molta parte del nostra scrittura nasce dal gran deposito inconscio in cui abbiamo assimilato molte emozioni di molti scrittori, di cui talvolta abbiamo persino dimenticato nomi e opere.

E allora il tuo albero genealogico cosa contiene?
Una serie di traumi benefici, che però non riguardano analogie di scrittura ma straordinari stimoli per continuare a scrivere, o momenti in cui ci si mette in crisi e ci si dice: "Se questo scrive così bene, io cosa scrivo a fare?". Esempio tipico: il primo Arbasino, quello dell'Anonimo Lombardo e di Fratelli d'Italia.
Io mi sono sempre considerato come uno che sta cercando di scrivere un libro, e che ci prova e magari ci riesce… Mi pare però di non esserci ancora riuscito...

Piervittorio Tondelli?
Eravamo amici ed è stata un'amicizia non molto assidua ma molto intensa. Piervittorio era un uomo d'incredibile generosità, come è estremamente raro trovare. Una generosità che si manifestò nelle sue antologie della serie Under 25, con le quali fu il primo a "stanare" le scritture dei giovani italiani. Non tanto gli scrittori nuovi (perché alcuni diventarono scrittori e altri no), ma proprio le scritture di un'Italia, uscita dagli anni Settanta in cui la letteratura non godeva di gran prestigio, che aveva voglia nuovamente di leggere storie e di raccontare storie.
Piervittorio in questo senso fu fondamentale.

Nei tuoi romanzi la "provincia" è il tema ricorrente
Quello che m'interessava, e interessa, è raccontare il non-detto della provincia italiana, che poi alla fine è il non-detto italiano. Io mi occupo d'infelicità, con qualche leggerezza e allegria, e credo che gli scrittori che non si occupano d'infelicità, a prescindere dall'omosessualità, non siano scrittori (per quel che mi riguarda) di grande interesse. Se lui e lei si sposano e vivono felici e contenti, temo che il libro non ci sia.
Diceva Piervittorio: "O si vive o si scrive".

E tu fra le due opzioni quale hai scelto?
Quando scrivo probabilmente non vivo, e mi occupo di capire la vita della gente, che mi pare sostanzialmente dominata dal trauma dell'infelicità, più o meno consapevole. Che mi affascina. Mi affascina chi l'infelicità riesce a gestirla.

Ci sono amori felici nei tuoi libri?
Personaggi felici? Ci sono personaggi che sfiorano le gioie possibili della vita, ma mi viene in mente una recensione di Fruttero e Lucentini al primo libro di David Leavitt: scrissero sull'"Espresso" che a loro era piaciuto, ma che sostanzialmente Leavitt non faceva che ricordarci che il mondo è una valle di lacrime.
A me affascina cercare di occuparmi di come, anche in condizioni faticose, si riesce a tirare avanti. E poi… fortunato chi ha avuto un amore infelice, perché se no su cosa costruirà le approssimazioni degli amori felici successivi?

I tuoi personaggi ci riescono, a cavarsela?
Tutto sommato sì. Pensa a Congedo ordinario, dove utilizzo qualche modello che ho personalmente conosciuto: lì si racconta la storia di un signore che voleva diventare un grande scrittore (o quanto meno tutti immaginavano che lo diventasse) e che non diventa un grande scrittore, anzi strappa le sue pagine perché si rende conto che non sono all'altezza del suo progetto. Però riesce a coltivare dopo tante storie sbagliate uno strano amore per un ragazzo che dopo la sua morte continua a portargli un fiore sulla tomba. Quello è uno che se l'è cavata. È uno che da omosessuale ha cavalcato l'infelicità con una certa grazia, e con qualche risultato.
Spesso si distingue la gente in vincitori e vinti, ma il problema è sapere a quale corsa stavano partecipando: talvolta si può risultare perdenti professionalmente… però non era quella la corsa che si stava correndo, e infatti si è vinto nella vita privata, di cui però nessuno o pochi sanno qualcosa.

Il tuo è pessimismo o malinconia?
Ma forse c'è anche una vena ironica... almeno, spero ci sia, ogni tanto. È un tentativo di capire la realtà con un minimo di distacco e un minimo di partecipazione, e possibilmente con un massimo di scrittura… quando ci riesco.

Cos'è l'amore, per i tuoi personaggi?
È spesso la terra promessa a cui non hanno accesso, perché devono faticare molto per conquistarlo.

Perché vivono in provincia, o perché è un destino umano?
Perché vivono in provincia, perché vivono in anni difficili (per capirci, gli anni prima della cosiddetta liberazione sessuale), e perché comunque non separano il desiderio dall'amore, e questo li rendere complicati, e complica loro la vita.

Perché ambienti le tue vicende proprio in questo mondo?
Per ragioni anagrafiche, e poi perché la provincia è un grande teatro in cui si spettacolarizza la vita dei sentimenti e delle passioni con maggiore facilità.
Senza contare che credo che tutta l'Italia sia sostanzialmente una grande provincia. Esistono aree dove tutto è più facile e più accessibile, ma a fronte delle grandi passioni o dei grandi dolori credo che siamo tutti piuttosto provinciali.

La "rivoluzione sessuale" ha migliorato questa situazione?
Ci sono città in cui l'incontro è più facile, perché offrono associazioni e punti di ritrovo, ma tu immagina un ragazzo che vive oggi in una cittadina dell'Umbria o dell'Abruzzo o delle Marche, che non vuole dare dispiaceri ai genitori, e che non vuole "sputtanarsi" con un gruppo di compagni con cui è cresciuto, e che non può muoversi di lì per ragioni economiche, o semplicemente perché non ha coraggio… mescola tutto, e trovi un destino analogo a quello dei decenni di cui parlavamo.

Del mondo gay di oggi cosa pensi?
Non è che lo conosca benissimo. Mi pare che molti pregiudizi siano stati sconfitti e ci sia un'apparente leggerezza e felicità, ma cosa poi davvero si nasconda dietro questa euforia, francamente non lo so. Ma sospetto che i grandi dolori siano ancora sciaguratamente di moda. Anche inevitabilmente di moda.

Ed è per questo che paradossalmente i tuoi romanzi "storici" risultano così attuali?
Non lo so... questo lo dici tu. Ma mi sorprende ogni tanto ricevere lettere di lettori, e non solo omosessuali, che sentono il bisogno di dirmi che hanno letto quei libri…

Hai fama di personaggio appartato, se non schivo… Lo sei?
Solo perché consegno ai libri quello che ho da dire…non ho mica scelto di fare il presentatore televisivo!
Penso che mostrarsi sia un atto secondario, rispetto allo scrivere un libro. Un libro è un atto fondamentale, e tutto il resto non solo è secondario, ma può essere fuorviante: ci sono oggi ottimi intrattenitori che scrivono pessimi libri, e che farebbero meglio ad usare altri canali espressivi.
Un libro è una cosa che c'è quando non ci sei tu. Io non sono previsto assieme al libro, anzi, io devo non esserci: ci deve essere il libro.
Anche perché, appunto, io non sono  molto abile come intrattenitore…


 
 Tratto da: "Pride"m 2003.
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