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Tribunale di Messina (30/5/1941)

La Giustizia. Bassorilievo.
Arturo Martini, La giustizia [1937].
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Dalla: Sentenza di assoluzione per Pancrazio Buciunì [30/5/1941] [1].
(...)

Pur riconoscendo che il perito prof. Bottari ha compiuto il suo diligente e coscienzioso lavoro, nondimeno il Collegio giudicante non crede condividere interamente le conclusioni alle quali il perito è pervenuto.

Le fotografie reputate contengono la rappresentazione di nudi maschili e femminili in pose statuarie, ammantati all’antica, che vorrebbero ricordare scene classiche, ma i personaggi non sono stati ritratti in atteggiamento lascivo o tale da costituire offesa al pudore. 

La rappresentazione del nudo artistico nei quadri, nelle statue e anche nelle fotografie, le quali possono assumere l’importanza di lavori d’arte, non può conciliarsi col concetto di oscenità. Ma l’arte ha la sua gradazione e può degenerare quanto mai in cattivo gusto.

Nel caso in esame, come bene ha osservato il prof. Bottari, molte delle fotografie sequestrate al Bucinì rivelano il cattivo gusto dell’artista, in quanto ha cercato di imitare antiche statue e scene classiche senza riuscire a dare l’espressione artistica alla figura che è caduta nel triviale.

Il collegio giudicante però non può far proprio il giudizio espresso dal perito giudiziario, e ha ragione di dubitare circa lo scopo propostosi dal fotografo Bucinì di servirsi delle fotografie come mezzo di oscena eccitazione. 

Il Bucinì ha affermato di avere ereditato lo studio artistico, che ha in Taormina, dal tedesco Gloeden.
Il materiale fotografico costituito da migliaia di fotografie e di positive ha un valore patrimoniale e non è privo di valore artistico, tant'è vero che gran parte di esso non fu sequestrato dall'Autorità  di P.<ubblica> S.<icurezza> di Taormina, ma fu lasciato al fotografo, e un'altra parte, com'è stato riconosciuto dal perito, può essere messa in commercio.

Ciò conferma il Tribunale nell'opinione che il Bucinì, il quale ha sessant'anni circa e non ha riportato condanna alcuna, non si serve del suo mestiere di fotografo e del commercio della fotografia a scopo di oscena eccitazione tra le persone che costituiscono la sua clientela. 

Nel fatto per il quale il Bucinì è stato tradotto a giudizio sotto l’imputazione di avere commesso il delitto previsto dall’articolo 528 del c.<odice> p.<enale>, il Tribunale non ravvisa gli estremi di detto delitto, perché pur ritenendo che le fotografie sequestrate raffiguranti personaggi nudi, in pose statuarie ammantati all’antica, rivelino il vago sfogo dell’artista d’imitare scene classiche, e diano, invece, l’impressione del cattivo gusto dello stesso, sicché non possono avere alcun valore commerciale, nondimeno non crede che dette fotografie potessero costituire ragione di scandalo e per tale considerazione stima di mandare assolto il Bucinì dall’imputazione ascrittagli.

(...)
 

Tre ragazzi nudi. Foto firmata Wilhelm von Gloeden.
Nonostante sia firmata "von Gloeden"; questa foto non rivela la solita cura compositiva dell'immagine; inoltre uno dei ragazzi ha un taglio di capelli che fa pensare a una data tarda. Questo potrebbe quindi essere (forse) uno degli scatti che Buciunì produsse in proprio ma smerciò sotto il nome di Gloeden. (Dettaglio da: Taormina, ed. Twelvetrees, p. 51).

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L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa pagina, e chi gli segnalerà eventuali errori in essa contenuti.

Note

[1] Il testo è quello citato da: Diego Mormorio, Processo a von Gloeden, "Gente di fotografia", n. 3, inverno 1994, pp. 8-11, così come riedito online sul sito Gentedifotografia, collazionato con quello in Marina Miraglia e Italo Mussa (curr.), Le fotografie di von Gloeden, Longanesi, Milano 1996, pp. 53-54. I neretti ed alcuni acapo sono stati aggiunti da me.

Questo è un estratto dalla sentenza con cui Pancrazio Bucinì o Buciunì, erede di Wilhelm von Gloeden, fu definitivamente assolto dall'accusa di possesso e smercio di materiale pornografico.

Il tribunale, è vero, giudica di "cattivo gusto" le foto di Gloeden, ma oltre che con l'omofobia tipica del periodo fascista, questo si spiega in parte col fatto che la tipologia di nudo proposta da Gloeden era ormai passata di moda, e in tutti i momenti di passaggio da un gusto all'altro si tende sempre a vedere come "di cattivo gusto" lo stile precedente.
 


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