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Ayerdhal & Jean Claude Dunyach, Stelle morenti, Fanucci, 2010 [1999].
 
Copertina di ''Stelle morenti'' di Ayerdhal & Dunyach

[Romanzo di fantascienza]

Recensione di Giovanni Dall'Orto


Troppa grazia, Sant'Antonio...

Gli inglesi direbbero "too much of a good thing": il troppo stroppia.
Come sottolineato giustamente da altre recensioni (alle quali rimando per la descrizione della trama), questo romanzo contiene davvero ottime idee (io ho trovato piacevolmente disturbante la cultura degli Originari, che ammettono al diritto di cittadinanza le simulazioni elettroniche delle persone morte, però d'idee assolutamente nuove ce n'è a bizzeffe, in uno zampillìo pirotecnico stupefacente), momenti di autentico fascino... ma gli autori si dilungano troppo, specie nei loro noiosi "viaggi" nelle menti, in primis quelle dei nevroticissimi Connessi (dopo le saghe galattiche, ecco le saghe mentali...).

L'inizio, nel quale vengono descritti minuziosamente i quattro rami in cui è divisa l'umanità del futuro, è spaziale, ma poi la prolissità prende il sopravvento e dopo la metà io ho iniziato a saltare capitoli interi per arrivare alla (prevedibile) fine. E questo non è un buon segno.

Gli autori hanno idee altamente originali, sono capaci di creare universi e situazioni del tutto muove (o comunque ancora poco sfruttate dal genere SF), raggiungendo nel contempo un bel livello di speculative fiction.
All'opposto di tanti loro colleghi, poveri d'idee e ricchi d'intreccio fino all'isteria, il loro problema è semmai riuscire a gestire in modo credibile la sovrabbondanza della loro fantasia, impacchettando le troppe idee in un discorso fluido e congruente.

A mio parere non ci riescono, e le idee sbordano da tutte le parti. Del resto, neppure il più abile giocoliere del mondo può tenere per aria 150 palline tutte assieme. C'è un limite oltre il quale, appunto, il troppo è troppo.
Faccio un esempio: le pippe mentali sulla condizione femminile nella società Meccanicista sono totalmente superflue ai fini della narrazione: il carattere di questa società sarebbe stato identico e congruente anche se le donne avessero partecipato ai combattimenti su un piede di parità, dato che la caratterizzazione che spicca qui è la simbiosi fra umani e macchinari. Ma no, ci tocca sorbirci la questione dell'emancipazione femminile nell'Umanità del 4000 d.C... Un tema imprescindibile!


Non condivido l'affermazione di un altro recensore anobiano che dice che qui l'azione è mozzafiato. La mia opinione personale è invece che, una volta osservato l'interminabile piazzamento delle pedine sulla scacchiera, il prosieguo diventa del tutto prevedibile.

Secondo il mio punto di vista personale, l'errore sta nel fatto di avere scelto una cornice d'azione per inserire un materiale per molti aspetti "antropologico" (solo per descrivere i quattro rami dell'umanità se ne vanno tre capitoli per ciascuno, totale, dodici capitoli (metà libro), e questo solo per la premessa...) per il quale una struttura narrativa alla Le Guin  sarebbe stata molto più adatta.

In altre parole, questo romanzo avrebbe forse funzionato meglio nella collaudata tradizione dei romanzi di scoperta, di "viaggio affascinante" di un/a protagonista fra le varie società umane del lontano futuro (un precedente che somiglia molto alle premesse di questo romanzo, per quanto meno ricco d'idee, è Frugate il cielo di Pohl e Kornbluth, che segue apunto la struttura del viaggio di scoperta).
Invece gli autori hanno optato per una cornice d'azione adatta a un romanzo con la metà delle pagine.

Inoltre la decisione mettere in moto e fare interagire a tutti i costi la massa enorme di personaggi introdotti nel gioco (e non bastando gli umani, ci sono pure le città spaziali volanti, viventi e senzienti, a loro volta divise fra "addomesticate" dagli umani e libere... e le personalità sintetiche... e...) obbliga a lasciar cadere da tutte le parti per strada, senza più raccoglierli, svariati spunti narrativi. Con conseguente impressione di confusione nel lettore.


Paradossalmente i cattivi (Meccanicisti) sono i personaggi meglio riusciti, nel senso di più coerenti. La loro armatura da combattimento è una delle invenzioni più affascinanti di cui abbia letto di recente. Quasi quasi valeva la pena di fare un romanzo solo su di loro...
Peccato solo che dopo aver costruito in modo credibile una cultura invincibile in guerra, gli autori siano di fronte al dilemma dell'oggetto inamovibile vs. la forza irresistibile: come far sconfiggere gli invincibili guerrieri Meccanicisti dai "buoni" e pacifisti Artefattori che coltivano la Mente?

Risposta: con un escamotage tirato fuori dal rotto della cuffia, di verosimiglianza zero. Infatti, a quanto pare, più di qualsiasi altra cosa, coltivare la Mente rende guerrieri micidiali.
Se siete disposti ad accettare questa premessa, allora vedere due Artefattrici - due! - sconfiggere a mani nude!!!!! un intero distaccamento da guerra in grado di distruggere un pianeta, vi parrà una soluzione narrativa valida.
Altrimenti, tanto vale leggere le fiabe, che facciamo prima. "Bidibibodibibù, l'armata cattiva c'era, e non c'è più!"


Ciò detto, resta da aggiungere che gli autori sono senz'altro da tenere d'occhio.
Il fatto che siano francesi certo ha contribuito a far sì che non ci abbiano ammannito la solita americanata (magari, già che c'erano, postmodernista, com'è di moda oggi).

E 500 pagine per 13 eurini sono decisamente un buon prezzo.

Quindi, se siete alla ricerca della prossima saga che vi tenga impegnati per i prossimi venti giorni, e per questa ragione la lunghezza della narrazione per voi non è un disincentivo ma anzi un aspetto positivo, allora questo è senz'altro un buon candidato: vi regalerà idee e affascinanti quasi ad ogni pagina.

Goûtez, et comparez...


 
 
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