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Anonimo (Barbara Strozzi, 1619-1677)

Presunto ritratto di Barbara Strozzi.
Ritratto presunto di Barbara Strozzi.
 
Da: Barbara Strozzi, Cantate, ariette e duetti  [1651] [1] 
.
Lamento.
Sul Rodano severo [2].
Lamento. 
Sul Rodano Severo [2].
 
Sul Rodano severo 
giace, tronco infelice, 
di Francia il gran scudiero, 
e s'al corpo non lice 
tornar di ossequio pieno 
all'amato Parigi, 
con la fredd'ombra almeno 
il dolente garzon segue Luigi.
Lungo la riva del Rodano severo [a Lione] 
giace, infelice corpo senza testa, 
il Gran Scudiero di Francia, 
e se il corpo non può più 
tornare, pieno d'ossequio, 
all'amata Parigi, 
almeno con il freddo fantasma 
l'addolorato ragazzo segue Luigi XIII.
Enrico il bel, quasi annebbiato sole, 
delle guance vezzose 
cangiò le rose in pallide viole 
e di funeste brine 
macchiò l'oro del crine. 
Lividi gl'occhi son, la bocca langue, 
e sul latte del sen diluvia il sangue.
Henri de Cinq-Mars il bello, come un sole annebbiato, 
il colore delle belle guance 
cambiò da quello delle rose a quello di pallide viole 
e con funeste brine 
macchiò l'oro dei capelli. 
Gli occhi sono lividi, la bocca langue, 
e sul candore del petto diluvia il sangue.
"Oh Dio, per qual cagione", 
par che l'ombra gli dica, 
"sei frettoloso andato 
a dichiarar un perfido, un fellone, 
quel servo a te sì grato, 
mentre, franzese Augusto, 
di meritar procuri 
il titolo di giusto?
"Oh Dio, per quale ragione", 
sembra dirgli il fantasma, 
"hai frettolosamente 
dichiarato un traditore, un fellone, 
quel servo a te così gradito, 
mentre tu, Augusto francese 
cerchi di meritare 
il titolo di Giusto?
Tu, se 'l mio fallo di gastigo è degno, 
ohimè, ch'insieme insieme 
dell'invidia che freme 
vittima mi sacrifichi allo sdegno.
Tu, anche se la mia colpa è degna di castigo, 
ohimè, sotto l'effetto 
dell'invidia fremente 
fai di me una vittima sacrificale allo sdegno.
Non mi chiamo innocente: 
purtroppo errai, purtroppo 
ho me stesso tradito 
a creder all'invito 
di fortuna ridente.
Non mi dichiaro innocente: 
purtroppo ho sbagliato, purtroppo 
ho tradito me stesso 
credendo all'invito 
della sorte ridente.
Non mi chiamo innocente: 
grand'aura di favori 
rea la memoria fece 
di così stolti errori, 
un nembo dell'obblio 
fu la cagion del precipizio mio.
Non mi dichiaro innocente: 
un gran vento di favori 
rese colpevole la memoria 
di così stolti errori, 
una nuvola di oblio 
fu la ragione del mio crollo.
Ma che dic'io? Tu, Sire - ah, chi nol vede? 
tu sol, credendo troppo alla mia fede, 
m'hai fatto in regia corte 
bersaglio dell'invidia e reo di morte.
Ma che dico? Tu, Sire - ah, chi non lo vede? - 
tu solo, credendo troppo alla mia fedeltà 
mi hai reso, nella tua regale Corte, 
bersaglio dell'invidia e meritevole di morte.
Mentre al devoto collo 
tu mi stendevi quel cortese braccio, 
allor mi davi il crollo, 
allor tu m'apprestavi il ferro e 'l laccio. 
Quando meco godevi 
di trastullarti in solazzevol gioco [3], 
allor l'esca accendevi 
di mine cortigiane al chiuso foco. 
Quella palla volante 
che percoteva il tuo col braccio mio [4] 
dovea pur dirmi, oh Dio, 
mia fortuna incostante. 
Quando meco gioivi 
di seguir cervo fuggitivo, allora 
l'animal innocente 
dai cani lacerato 
figurava il mio stato, 
esposto ai morsi di accanita gente.
Mentre intorno al devoto collo 
tu mi stendevi quel benigno braccio, 
allora mi spingevi al crollo, 
allora mi preparavi la mannaia e il cappio. 
Quando godevi con me 
trastullandoti in un bel gioco divertente [3], 
allora accendevi la miccia 
di mine dei cortigiani, dal fuoco invisibile. 
Quella palla volante 
che percuoteva ora il tuo braccio ora il mio [4] 
avrebbe dovuto dirmi, oh Dio, 
quanto fosse incostante la mia fortuna. 
Quando ti divertivi assieme a me 
inseguendo un cervo fuggitivo, allora 
l'animale innocente 
lacerato dai cani 
simboleggiava il mio stato, 
esposto ai morsi di gente accanita.
Luigi XIII, re di Francia.
Philippe de Champaigne: Luigi XIII, re di Francia.
Non condanno il mio re, no, d'altro errore 
che di soverchio amore.
Le Nain, Ritratto di Cinq-Mars
Le Nain: Henri d'Effiat, marchese di Cinq-Mars.
Non condanno il mio re, no, per nessun altro errore, 
se non per eccessivo amore.
Di cinque marche illustri 
notato era il mio nome [5], 
ma degli emoli miei l'insidie industri 
hanno di traditrice alla mia testa 
data la marca sesta.
Da cinque marchi illustri 
era caratterizzato il mio cognome [5], 
ma le insidie instancabili dei miei rivali 
hanno dato alla mia testa 
il sesto marchio: quello di traditrice.
Ha l'invidia voluto 
che, se colpevol sono, 
escluso dal perdono 
estinto ancora immantinente io cada; 
col mio sangue ha saputo 
de' suoi trionfi imporporar la strada.
L'invidia ha voluto 
che, sia pure colpevole, 
ma escluso dal perdono, 
io cadessi morto senza alcun indugio; 
e col mio sangue ha saputo 
ricoprire di porpora la strada dei suoi trionfi.
Nella grazia del mio re 
mentre in su troppo men vo, 
di venir dietro al mio pie' 
la fortuna si stancò, 
Onde ho provato, ahi lasso, 
come dal tutto al niente è un breve passo."
Quando ero nelle grazie del mio re, 
mentre io salivo troppo in alto, 
di venire dietro al mio piede 
la sorte si stancò, 
per cui ho avuto la prova, oh povero me, 
di come dal tutto al niente ci sia solo un breve passo".
Luigi, a queste note 
di voce che perdon supplice chiede, 
timoroso si scuote 
e del morto garzon la faccia vede.
Luigi, a queste parole 
di una voce che supplice chiede perdono, 
timoroso si scuote 
e vede il volto del ragazzo morto.
Mentre il re col suo pianto 
delle sue frette il pentimento accenna [6] 
tremò Parigi e torbidossi Senna.
Mentre il re col suo pianto 
fa trasparire il pentimento per la sua fretta eccessiva [6], 
tremò Parigi e s'intorbidì la Senna.
L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa pagina, e chi gli segnalerà eventuali errori in essa contenuti.Eventuale dida
Note 

[1] Il testo da: Barbara Strozzi, Cantate, ariette, e duetti, Gardano, Venezia 1651, (Opus 2), n. 17.  
Non l'ho ricopiato direttamente dal testo originale ma dalla ripubblicazione che ne appare su diversi siti online, e siccome ciascuno contiene refusi di scansione, ne ho fatto una collazione. 
L'autore del testo (che potrebbe essere uno qualsiasi dei molti intellettuali che la Strozzi frequentava: si è fatto il nome di Gian Francesco Loredan) non è indicato. La parafrasi in italiano moderno è mia. 

Il fatto a cui si riferisce la cantata avvenne nel 1642, quindi è ipotizzabile che essa risalga a quell'anno, ed abbia atteso la pubblicazione fino al 1651, e poi ancora nel 1654. 

Di questa cantata c'è stata conservata la splendida musica di Barbara Strozzi. Se ne trova almeno un paio d'esecuzioni su Youtube. 

Sulla cantata si veda la mia intervista a Roberto Gini, Classicamente gay, "Babilonia" n. 46, giugno 1987, pp. 24-26.      
Sulla presenza di tematiche omosessuali nella musica classica si veda inoltre qui. 

[2] La cantata lamenta l'esecuzione capitale (avvenuta a Lione nel 1642) di Henri d'Effiat, marchese di Cinq-Mars (1620-1642), Gran Scudiero di Francia, nonché amante di re Luigi XIII. 
Montatosi la testa per i continui onori e privilegi ottenuti dal re, Enrico aveva cercato di prendere il posto del cardinale di Richelieu, che era stato il suo tutore e lo aveva spinto a 18 anni nelle braccia del re, sperando di poterlo meglio controllare attraverso il ragazzo-giocattolo che aveva allevato. 
Accortosi però del fatto che il ragazzo (ormai 22enne) giocava in proprio e non a suo favore, Richelieu aveva iniziato ad ostacolarlo. 
Da qui la decisione di Cinq-Mars di partecipare alla pasticciata congiura che puntava all'eliminazione di Richelieu, alla sostituzione del re con il fratello Gastone d'Orléans, nonché alla pace con la Spagna a condizioni sfavorevoli, in cambio di una congrua "pensione" annua per i tre principali congiurati (fra i quali Cinq-Mars). 
Scoperti dalle spie di Richelieu, i congiurati furono immediatamente processati e giustiziati, ad eccezione del fratello del re. 

[3] Qui è palese (per quanto si poteva esserlo in piena Controriforma!) una maliziosa allusione alla relazione sessuale fra i due. 

[4] Nel gioco della pallavolo. 

[5] Frigido gioco di parole sul titolo di Cinq-Mars (cinque-marchi). 

[6] Ad essere sinceri è stato tramandato che il re ebbe tutt'altro atteggiamento, forse perché ormai stanco delle continue scenate e pretese, e i continui capricci del suo regale amante, o più verosimilmente perché disgustato dall'ingratitudine clamorosa di chi aveva tramato per farlo fuori. 
Si dice infatti che all'ora dell'esecuzione capitale Luigi XIII abbia detto: "Vorrei proprio vedere la smorfia che starà facendo a quest'ora su quel patibolo" (Je voudrais bien voir la grimace qu'il fait a cette heure sur cet echafaud). 
Ma si sa, le cantate d'amore hanno i loro sentimenti convenzionali...


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