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IL SANTO DEI FANCIULLI 
Ritratto di don Bosco (1815-1888) come gay 
 
di: Giovanni Dall'Orto

Don Giovanni Bosco in un'immagine agiografica

Giovanni Bosco nacque in provincia di Asti da una poverissima famiglia contadina, e solo grazie alla "protezione" di alcuni sacerdoti riuscì ad entrare in seminario e ad essere ordinato sacerdote (nel 1841).

Fin dagli inizi l'attività religiosa di don Bosco si rivolse agli adolescenti e ai ragazzi di estrazione contadina,  privi di formazione lavorativa e di casa (maschi), attirati a centinaia a Torino dalla Rivoluzione industriale
Le condizioni di vita inumane di questi ragazzi li esponevano allo sfruttamento più bestiale, alla criminalità e all'emarginazione sociale.

Don Bosco dedicò la sua intera vita alla prevenzione (contrapposta alla repressione) del crimine, fornendo a questi adolescenti il minimo per sopravvivere che il capitalismo rifiutava di dare loro: un alloggio (sia pur precario) dove dormire, qualcosa da mangiare, e lezioni per imparare un lavoro. 
In cambio, don Bosco chiedeva loro di sottoporsi a un indottrinamento cattolico attraverso la frequentazione l'"Oratorio" da lui fondato.
 

L'Oratorio Pinardi in un quadro di Crida
Questa cascina fu la sede del primo Oratorio di don Bosco, l'"Oratorio Pinardi".

In breve la proposta paternalistica ma in fondo umanitaria di don Bosco ebbe successo: nel 1846 i ragazzi che frequentavano il primo oratorio di don Bosco erano più di trecento, e nel 1864 egli potè fondare addirittura la "Pia società di san Francesco di Sales" (i "Padri salesiani"), alla quale affiancò le "Figlie di Maria Ausiliatrice" dedicate, infine, all'assistenza delle adolescenti.

Gli Oratori salesiani furono fin dall'inizio centri di formazione professionale per adolescenti privi di qualunque accesso all'istruzione; l'iniziativa ebbe un tale successo che dal 1875 i salesiani cominciarono a mandare missioni in altri Paesi (specie in Sud America), diffondendosi in tutto il mondo cattolico.

Tali risultati furono ottenuti nonostante una caparbia ostilità delle gerarchie cattoliche, per le quali i preti salesiani che giocavano negli Oratori assieme ai ragazzi delle più basse classi sociali erano un scandalo, contrario alla visione gerarchica della società che esse propagandavano. 

Negli ultimi anni della sua vita Bosco fu addirittura costretto a pagare il prezzo della sua ottusa propaganda di obbedienza al papa: il papa stesso gli ordinò infatti di raccogliere enormi somme di denaro (Bosco s'era dimostrato abilissimo nel raccogliere fondi) per la costruzione di chiese a Roma, allo scopo di ottenere il "perdono" del vescovo di Torino... che lo aveva  osteggiato!

Nonostante le opposizioni, alla morte di don Bosco gli oratori salesiani erano ben 250, e la sua fama di santità era tale che la causa di beatificazione fu aperta già nel 1890: nel 1924 egli fu proclamato beato, e nel 1934 santo.

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Santino devozionale d'anteguerra

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Quello dell'omosessualità di san Giovanni Bosco è uno dei segreti che volgarmente vengono detti "di Pulcinella". Se ne parla ormai da anni, tanto che già nel 1983, al congresso internazionale di studi omosessuali Among men, among women, erano ben due gli studi dedicati a don Bosco e al suo ideale di "amore pedagogico" per l'educazione dei fanciulli [1].

Eppure la Chiesa cattolica, nella sua bigotteria, s'illude di riuscire a impedire che se ne parli. Così quando di recente Sergio Quinzio ne ha accennato, con serenità, in un libro dedicato ai "santi sociali" piemontesi [2], àpriti cielo.


Si ego non scandalizor, quia vos scandalizamini?

Eppure anni prima Guido Ceronetti aveva già discusso Urbi et Orbi dell'omosessualità di Bosco, sul quotidiano torinese "La Stampa" [3].
Il bello è che nessuno di coloro che ne hanno scritto s'è mai sognato di mettere in dubbio l'effettiva stretta osservanza del voto di castità, da parte del santo [4]: la discussione si è sempre svolta attorno alle sue tendenze, non alle sue pratiche sessuali.

Ma tant'è: la Chiesa cattolica va sbandierando ai quattro venti di non essere nemica degli omosessuali, bensì "solo" degli atti contronatura, ma se poi si punta il dito sul caso di un omosessuale che effettivamente riuscì ad osservare l'arduo (e casto) modello che essa va proponendo ai gay, si dà a vere scene isteriche.

Di fronte alla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosesuali (10 ottobre 1986) del cardinale Ratzinger, qualcuno ha commentato che la gerarchia cattolica vuole che i gay siano solo o santi, o dannati. A giudicare dalla "questione don Bosco" sembrerebbe piuttosto che gli omosessuali non li voglia proprio, né santi, né dannati. 
Non stupisce insomma il malcelato imbarazzo di fronte a chi butta all'aria gli altarini tenuti finora accuratamente (e ipocritamente) nascosti.

Perché all'interno delle gerarchie cattoliche questi altarini sono ben conosciuti, figuriamoci: l'istituzione ecclesiastica ha avuto due millenni di tempo per imparare a mettere a nudo le altrui, diciamo così, "difficoltà dell'anima"... Pensiamo solo ai gesuiti, pensiamo a quali fini (e pericolosi) conoscitori dell'animo umano siano questi nostri ammirevoli nemici. 
Manipolando a proprio vantaggio il precetto evangelico di "non esser pietra di scandalo" (1Pietro, 2:8), la Chiesa ha sempre coperto con un fitto velo di omertà le magagne esistenti al proprio interno. Per secoli è riuscita persino a sottrarre alla giurisdizione dei comuni mortali i sacerdoti delinquenti, giudicandoli per conto suo (molto più mitemente, va da sé) grazie al cosiddetto "Foro ecclesiastico".

E in barba a tutte le condanne all'omosessualità, le inchieste sulla sessualità dei sacerdoti continuano a rivelare percentuali "scandalosamente" alte di gay nelle fila della più antiomosessuale organizzazione del mondo.

La Chiesa naturalmente sa di avere una così grossa pattuglia di "diversi" nei suoi ranghi, e considera la cosa un po' come un tallone d'Achille. L'esplosione dell'Aids fra i sacerdoti cattolici statunitensi sta del resto rendendo sempre meno "gestibile" e sempre più imbarazzante la questione: ormai i giornali ne discutono apertamente.

La paura che questa curiosità riveli troppi "panni sporchi" è probabilmente la ragione per cui i gay costituiscono per la gerarchia cattolica un'ossessione così fanatica.
Quale torturatore dei regimi fascisti sudamericani, per esempio, si è mai visto condannare con parole dure e inequivocabiliquanto quelle riservate agli omosessuali? 


Et tu ex illis es, nam et loquela tua manifestum te facit

Sicuramente per noi sarebbe importante capire cosa nell'istituzione ecclesiastica attiri in modo così potente gli omosessuali.

Da un lato esiste indubbiamente un aspetto di "convenienza": per secoli il religioso è stato una delle poche persone a cui l'opinione pubblica concedeva il diritto di vivere celibe.

Per secoli tutti gli omosessuali meno disposti al matrimonio e ai dolori della "doppia vita" eterosessuale, hanno trovato nella Chiesa un rifugio, uno schermo contro il pettegolezzo e l'ostilità che colpivano senza pietà chi fosse celibe "senza giustificazione".

In un certo senso la Chiesa fu anzi "vittima" della sua stessa propaganda antiomosessuale, finendo con l'incoraggiare coloro che perseguitava a rifugiarsi nel suo seno per avere un po' di requie.
Ad esempio san Bernardino da Siena dichiarò senza peli sulla lingua in una predica del 28 aprile 1424:
 

 "Guai a chi non toglie [prende] moglie avendo el tempo e cagione legittima! Chè non pigliandola doventano soddomiti. 
E abbi questa regola generale. Come tu vedi uno in età compiuta e sano della persona, che non pigli moglie, abbi di lui cattiva istificanza, se già non fusse da stare per ispirito in castità[5].

Vale a dire: sospetta di lui come sodomita, salvo che nel caso in cui abbia scelto di vivere celibe per motivi religiosi...

Esiste però anche una seconda motivazione, altrettanto forte del desiderio di sfuggire al pregiudizio sociale, e che forse oggi, coll'estendersi dell'accettabilità del single, è prevalente. 
Si tratta della capacità, propria dell'istituzione ecclesiastica, di offrire un surrogato di famiglia a chi non ha diritto ad averne una "sua", in quanto "diverso"
È la proposta di quella convivialità fra persone dello stesso sesso, la costruzione di quella "fraternità" (o "sorellanza") fra uomini o fra donne, che solo di recente, dopo secoli di vani sforzi, le comunità omosessuali sono riuscite a creare "in proprio".

La segregazione sessuale all'interno della Chiesa offre insomma ai gay l'occasione irripetibile di vivere il loro affetto per persone dello stesso sesso, in un contesto che non solo non disapprova tale sentimento, ma anzi lo incoraggia e loda. Basta solo che questo amore non "trascenda" mai al livello sessuale, e si mantenga nei limiti dell'"amore cristiano": tutto qui.

"Guai ai soli", dice la Bibbia, "perché se inciamperanno chi li aiuterà a rialzarsi?[6]. Per molti omosessuali la risposta alla domanda è sempre stata: "la Chiesa cattolica".


Domine, non sum dignus

Don Bosco è indubbiamente uno di questi casi di omosessuali che nella Chiesa hanno trovato una famiglia e una "missione". Anzi, di più: è un (probabile) pedofilo che riuscì a sublimare la sua attrazione per i bambini in modo non solo non riprovato, ma addirittura socialmente utile.

Lo intuiamo da uno dei pareri più sorprendenti mai espressi su di lui: quello di padre Girolamo Moretti, il frate iniziatore della grafologia in Italia, che analizzò la scrittura del santo, presentatagli in modo anonimo. Questo fu il suo soprendente responso:
 

"Il carattere del soggetto tende ad essere dominato da una insincerità così bene architettata da rovinare un'intera generazione ed essere così uno di quegli individui che sarebbe meglio non avessero mai aperto gli occhi alla luce.

Si deve aggiungere che il soggetto ha molta facilità all'intenerimento sessuale, una spinta all'affettività di languore per cui, col complesso delle qualità descritte, metterebbe in azione ogni sforzo per colpire la vulnerabilità delle anime a piegarle ai suoi intendimenti morbosi[7].

Il parere di Moretti mozza il fiato, eppure riceve la sorprendente conferma da san Giuseppe Cafasso, un altro dei "santi sociali" piemontesi, che di don Bosco fu il confessore: 
 

"Se non fosse che lavora per la gloria di Dio", lasciò scritto Cafasso, "direi che è un uomo pericoloso, più per quel che non lascia trasparire, che per quel che ci dà a conoscere di sé. Don Bosco, insomma, è un enigma[8].

Enigma, cultore della "doppia vita", facile preda dell'"intenerimento sessuale"... Ce n'è abbastanza per far drizzare le orecchie anche ai più ingenui.

Don Giovanni Bosco nel 1861Il fatto è che tutto lascia pensare don Bosco non fosse solo omosessuale. Se fosse stato solo quello, la vita per lui sarebbe stata più facile. Una certa indulgenza verso le "tentazioni", figlie del demonio e non responsabilità dell'individuo che le subisce (senza cedervi, ovviamente) era normale da parte della Chiesa e della società laica del tempo, che non aveva ancora il concetto di "tendenza omosessuale".
No: don Bosco non fu solo un omosessuale. tutto lascia pensare che fosse anche un pedofilo. E su questo punto ottenere l'indulgenza da parte della società, ieri come oggi, è sempre stato un altro paio di maniche.

Per mettere a fuoco la questione mi servirò delle parole di Ceronetti, ammirevoli per la loro sapienza nel "dire" in modo esplicito ma discreto. 
 

Don Bosco mentre confessa"C'è un documento iconografico notevole di questa 'affettività di languore': la confessione davanti al Fotografo, in bella posa, del chierichetto Paolo Albera, tra altri preti e ragazzi. Don Bosco aveva voluto che gli poggiasse la fronte sull'orecchio.
Questo intenerimento non andava che ai "giovanetti"; aveva un vero orrore del contatto femminile. Vedendosi una volta insaponare la faccia dalla moglie del barbiere, scappò via insaponato dalla bottega (Noli me tangere in versione torinese).

Nessun santo ha lasciato, come ultime parole scritte di suo pugno, un pensiero così strano come don Bosco: "I giovanetti sono la delizia di Gesù e Maria". Soltanto loro
[9].

E poco oltre: 
 

"E se il suo più profondo segreto fosse la consapevolezza di essere quel che dice il padre Moretti, 'uno di quegli individui che sarebbe meglio non avessero mai aperto gli occhi alla luce'?[10].


Spiritus carnis me colaphissat

Se questo è il quadro "segreto" dei desideri "inconfessabili" di don Bosco, è facile capire come per lui l'ingresso nell'istituzione ecclesiastica abbia voluto dire una possibilità di dar sfogo, e in modo onesto, al suo desiderio di star vicino ai "fanciulli", e al tempo stesso una garanzia di ferrea disciplina per evitare di cedere ai propri impulsi.

Ceronetti nel suo saggio suggerisce esplicitamente una dinamica di questo genere:
 

Autografo di don Bosco
"In tutte le sue firme è costante il Sac. che le precede. 

Era l'uso, ma (...) in realtà significa anche: sono Io ma all'interno di un sacro Ordine, agisco in nome di, vengo in nome di. È passaporto, corazza e alibi.
(...) 

Il Sac. è la copertura di una forza misteriosa presentita, per mezzo di un potere rassicurante e legittimante: questo Bosco "che avrebbe fatto meglio a non nascere", è sacerdos, fulmine di Chiesa, e la Chiesa lo conforta: i diavoli non praevalebunt" ["non prevarranno", N.d.R.] [11].

E, conclude Ceronetti, se non fosse stato prete 
 

"come sarebbe ricordato oggi (...) Giovanni Bosco? (...) 
Qualcuno avrebbe finito per farlo fuori con una pietra o una roncola. Sarebbe stato un santo senza statua in San Pietro. Certo mi apparirebbe più amabile[12].

L'abito religioso è insomma per Bosco al tempo stesso "chiave" meravigliosa che gli apre la porta all'intimità coi "fanciulli" senza destare sospetti, e corazza che lo difende da se stesso e dai propri desideri.

Una delle rare foto di don Giovanni BoscoRepressa e compressa la sessualità diviene così per Bosco un'ossessione, un sogno segreto, un fantasma spaventoso, un'idea fissa che tende a travasarsi sulle preoccupazioni che egli instilla nei suoi collaboratori e discepoli. L'intero ideale educativo di don Bosco è impregnato del suo amore per i bambini, del suo bisogno di stare con loro, di amarli.

L'educatore deve amare il ragazzino, fargli sentire che è amato ("in Cristo", ovviamente), e attraverso questo "amore pedagogico" farsi strada verso la sua anima, che deve essere guidata, sorvegliata e indirizzata ai valori cristiani.

L'educatore deve essere capace di scendere al livello dei bambini, farsi bambino coi bambini, parlare loro con il linguaggio che essi capiscono. 
(Le fin troppo note agiografie di Bosco lo descrivono agli inizi della sua carriera come funambolo e saltimbanco, mentre per strada cerca di attirare l'attenzione dei ragazzi per poi proporre loro il messaggio cristiano).


Sinite parvulos venire ad me

Queste furono teorie a modo loro "rivoluzionarie" per l'epoca, e suscitarono scandalo negli ambienti più retrivi della Chiesa cattolica, che mal vedevano tanta familiarità tra sacerdoti e laici, fra adulti e ragazzacci, fra borghesi e figli di povera gente o figli di nessuno.

Furono teorie che "diedero un tono" peculiare a un ideale educativo tutto sommato tradizionale come quello di Bosco (il quale non capì mai veramente, ed anzi ne diffidò profondamente, i nuovi tempi che venivano, a cominciare dall'Unità d'Italia che lo vide, lui piemontese, tiepido, se non decisamente ostile).

Furono anche teorie che diedero modo al suo éros paidikòs di esprimersi, di farsi strada verso la luce del sole, di farsi evidente, esplicito, sicuro di sé.
E più cresceva l'espressione del suo amore per i ragazzi, tanto più dovevano crescere le difese mentali approntate contro una sua "degenerazione", cioè una sua manifestazione fisica, sessuale.

Don Bosco mentre confessa i suoi ragazzini

Sotto questo aspetto don Bosco sembra uscito pari pari da un manuale freudiano. La sua esistenza assomiglia a un'esemplificazione quasi pedìssequa (e di una evidenza che negli attuali e maliziosi tempi post-freudiani sarebbe del tutto impensabile) del concetto di "sublimazione dell'impulso sessuale" in un'attività creativa.

L'intera esistenza di Bosco è dedicato all'assistenza ai "fanciulli", specie quelli abbandonati, i "ragazzi di strada", i "ragazzi di vita" del secolo scorso.
Ma il prezzo pagato per questa impresa monumentale fu la costruzione, nella vita propria e (quel che è peggio) altrui, di immensi argini di contenimento e repressione delle pulsioni sessuali.
Non solo: fu anche la sistematica svalutazione del corpo e della corporeità, in dispregio alla disponibilità così nuova di Bosco ad essere "corporeo" coi ragazzi, nel mischiarsi ai loro giochi "da cortile".
Osserva ancora Quinzio nel suo libro: 
 

"Più e prima del desiderio di condividere le giornate dei ragazzi più poveri c'era l'esigenza teologico-morale di seguirli momento per momento, di controllarli per evitare che cadessero, fuori di metafora, nella masturbazione o in rapporti omosessuali. (...)
L'idea di don Bosco, come già di Alfonso [de' Liguori], è che tutti, o forse quasi tutti, i dannati si dannino a causa, più o meno direttamente, della "disonestà", cioè della colpa contro la purezza. (...) 
Una valutazione in positivo della sessualità, per quanto ci risulta, manca completamente in don Bosco[13].

La virtù ideale di Bosco è la castità, al punto che gli sarebbe piaciuto che caratterizzasse specificamente i suoi salesiani, così come la povertà "caratterizzava" i francescani e l'obbedienza i gesuiti.
La sua, secondo Quinzio, è una 
 

"castità che sembra tendere decisamente all'asessualità, e a una sessualità che, paradossalmente, finisce col coincidere con un'esasperata attenzione, per sfuggirlo, a tutto ciò che appartiene al sesso. (...)

Mi turba l'idea che, perseguendo in modo tanto esclusivo la salvezza celeste dell'anima, propria o altrui, la vita sulla terra viene svalutata: finisce per essere solo un periodo di prova, finisce per essere solo un pezzo di prova al tornio, da buttare via come inutile una volta che la prova è stata eseguita[14].


Lilium convallium

Si può basare un programma di "rinascita cristiana" basandosi sulla rinuncia alla sessualità? Per la società dell'epoca, come per quella di oggi, la risposta era ed è evidentemente no.

Eppure l'ossessione di Bosco per la "purezza" mostra che egli in parte ci credette, come suggeriscono anche i suoi famosi "sogni", allucinazioni oniriche in cui le più sadiche catastrofi colpiscono i "giovinetti" che si lasciano traviare (sempre su questioni di "purezza", ovviamente) da "cattive compagnie".

San Domenico Savio in un'immagine devozionaleLo stesso modo in cui "costruì" la santità di Domenico Savio dopo la morte (a quindici anni) del ragazzo, mostra fino a che punto lo slogan "la morte, ma non peccati" (di tipo sessuale, ovviamente) fosse importante per lui.

Domenico si è meritato un posto nel calendario cattolico lottando contro i suoi primi istinti sessuali. Nessuno in quell'epoca si è meritato la canonizzazione lottando contro gli industriali che per pochi centesimi facevano lavorare quattordici ore al giorno bambini di molti anni più giovani di Domenico Savio. 
Evidentemente per Santa Madre Chiesa 14 secondi di orgasmo sono più nocivi di 14 ore di lavoro pesante. Strani parametri di giudizio...

In ogni caso se don Bosco credette tanto a questo "itinerario verso la santità", una ragione a mio parere c'è. Ed è che quello fu l'itinerario che guadagnò a lui la santità. Se egli non avesse represso e sublimato così bene i suoi desideri, sarebbe forse stato solo uno di quei "froci di paese" di cui è piena la cronaca nera dei giornali di provincia. Chissà. 
Ciò che aveva funzionato per lui (sembra di sentire il suo ragionamento) perché non avrebbe dovuto funzionare per gli altri?

La risposta è: semplicemente perché gli altri non erano lui. Come ha compreso la stessa Chiesa cattolica, che oggi guarda con un certo sospetto agli ideali educativi di don Bosco. Puzzano di pederastia anche per lei, ormai. 

Specie in un'epoca in cui sul prete che "tocca i ragazzini" in Oratorio non si ride più dandosi di gòmito: oggi si denuncia, perché la pedofilia, a differenza di qualche anno fa, è presa molto sul serio, ormai. 
Forse anche troppo, al livello di caccia alle streghe (come mostra la moltiplicazione di casi di clamorosi errori giudiziari in materia), grazie anche alle campagne mediatiche ossessive condotte da cattolici alla don Di Noto.

Sia come sia, resta il fatto che, lasciato da parte diavolo e diavoletti, anche la Chiesa cattolica comincia a capirne qualcosa di "tendenze sessuali" "pulsioni" e simili "diavolerie" laiche. 
E anche chi non le capisce o non le vuole capire, capisce comunque che non si può più continuare a perdere processi per avere dato copertura e omertà a pedofili  violentatori di bambini. Se non altro perché per pagare i danni alle vittime sono già fallite delle diocesi.

Un'altra rara foto di don Giovanni Bosco
E anche quando la Chiesa fa ancora finta di non volersi insozzare con certe idee laiche, ormai di psicologia ne ha capito abbastanza per diffidare delle implicazioni erotiche di questo rapporto amoroso (seppur "amore in Cristo"...) fra insegnante e ragazzo.

Oggi i pedagogisti cattolici non vedono di buon occhio il "farsi fanciullo tra i fanciulli" di don Bosco, e la sua "amicizia amorosa" per loro.

Ciò non significa - sia chiaro - che i cattolici siano disposti ad ammettere che Bosco era omosessuale, foss'anche casto. Per esempio Giacomo Dacquino,  psicoanalista cattolico (docente alla Università Pontificia Salesiana di Torino) ha così osservato: 
 

"In questo rapporto affettivo tra don Bosco e i giovani, non è mancato chi ha voluto intravedere una devianza (sic) omosessuale. Ma per lo studioso della psiche umana, conscia e inconscia, è scontato che in ogni individuo sono presenti valenze omosessuali. (...)

Don Bosco e i bambini, quadro di Crida nella basilica dell'Ausiliatrice a TorinoA parte queste considerazioni di ordine tecnico, possiamo senz'altro affermare che don Bosco non ebbe verso i ragazzi quella simpatia erotica che degenera in pedofilia o in altre perversioni istintive. Chi ha studiato la problematica omosessuale pedofila non può cadere nella grossolana confusione di identificare tale perversione con l'affetto sublimato e oblativo che don Bosco ebbe verso i ragazzi.

Sono quindi semplicemente antiscientifiche (sic) la tesi o l'insinuazione di un don Bosco omosessuale o pedofilo represso, anche perché nel suo comportamento e nei suoi sogni non traspare mai, in maniera diretta o indiretta, che egli abbia avuto pulsioni pedofile a livello istintuale (sic) [15].

Don Bosco, insiste Dacquino, condannò più volte l'omosessualità; il che secondo lui dimostra che omosessuale non fu! (ma basta davvero così poco per "dimostrare" così tanto?). 
Dunque secondo Dacquino chi fa certe insinuazioni si mette sul livello di coloro che tali insinuazioni fecero mentre lui era vivo, come Bosco stesso confessò a un testimone (parlando di sé in terza persona) poco prima di morire:
 

"Ti manifesto adesso un timore (...), temo che qualcuno dei nostri abbia ad interpretar male l'affezione che don Bosco ha avuto per i giovani, e che dal mio modo di confessarli vicino vicino, si lasci trasportare da troppa sensualità verso di loro, e pretenda poi giustificarsi col dire che don Bosco faceva lo stesso, sia quando loro parlava in segreto, sia quando li confessava. 
So che qualcuno si lascia guadagnare dal cuore, e ne temo pericoli e danni spirituali[16].

No, conclude Dacquino dopo questa sconcertante confessione (che a mio giudizio costituisce da parte di Bosco l'ammissione di essere andato un po' troppo in là): don Bosco non "lo" era perché se fosse stato omosessuale non avrebbe avuto tanti collaboratori e amici che gli furono fedeli per tutta la vita.
Trasecolo. Con argomenti a "difesa" dell'eterosessualità di don Bosco come questi, non c'è nemmeno bisogno di "accusa"...

Con buona pace di Dacquino, la verità è che oggi la stessa educazione segregata per sessi, un tempo considerata unica salvezza contro lascive frequentazioni tra giovani,  è vista come un pericoloso incentivo allo sbocciare di tentazioni omoerotiche fino a quel punto assopite. Ben vengano le scuole miste, dunque, in barba al terrore che delle donne aveva don Bosco!

Insomma: magari nella Chiesa l'idea di un don Bosco gay non la manderanno mai giù, però intanto il buon prete contadino si ritrova sì santo, ma sconfessato proprio in quell'aspetto della sua vita che ha fatto di lui un santo. 

Ironie della storia... 

Don Giovanni Bosco fra i giovani dei suoi oratori


Una lettera che contesta in ottica cattolica questa pagina del mio sito, con mia risposta, è online qui.

Questo saggio, riedito sul sito di gay.tv, ha suscitato una polemica furibonda, corredata da insulti gratuiti delle chierichecche offese e speziata da pesantissime considerazioni omofobe e intolleranti.


Post scriptum.

Qualche anno fa il responsabile di un sito di cattolici gay mi chiese la prima stesura di questo scritto, che inviai; il pezzo fu così messo in Rete. 
Non l'avesse mai fatto. Gli attacchi e le proteste che subì da parte degli stessi omosessuali cattolici furono tali che (senza dirmelo, perché per fortuna un po' si vergognava della censura che stava esercitando), fu costretto a togliere di mezzo lo scritto. (Per leggere un divertente strascico delle polemiche, fare clic qui e qui).

Ora, se gli omosessuali cattolici sono i primi a pensare che sia disonorevole "insinuare" che un omosessuale possa diventare santo, quanto sarà credibile la pretesa della Chiesa cattolica di "odiare il peccato omosessuale, ma amare e rispettare i peccatori"?

Davvero, se si nasce omosessuali, la via della santità è preclusa?
Se la risposta fosse sì, perché allora i cattolici gay perdono tempo a inseguire un cammino ideale che a loro, per volere divino, è stato precluso?
E se la risposta - come io spero (per loro) - fosse no, allora perché fare tanto chiasso se io discuto del caso in cui uno di noi ha trionfato in questo cammino?

Come si vede, la contraddizione è insanabile, e alla fin fine il proclama cattolico di odiare "solo il peccato" dimostra tutta la sua ipocrisia: ciò che tutti i cattolici odiano, a quanto pare ivi inclusi quelli omosessuali, sono gli omosessuali in quanto tali, siano o non siano "peccatori".

Come dimostra appunto la loro indisponibilità a discutere del fatto che uno di loro possa essere stato omosessuale, anche se casto.

A titolo di documentazione, ricopio qui due obiezioni mosse alla prima stesura del presente saggio
 

Obiezione n. 1:
Penso che sia scorretto tirare in ballo persone, in modo così poco piacevole, a
sostegno delle proprie tesi. Personalmente non avevo bisogno di un articolo come quello per avere conferma che la via della santità non è preclusa a nessuno.
Penso anche che tu non abbia valutato adeguatamente che in una Chiesa cattolica attaccata da tutti ed insultata da molti, un accostamento di grandi santi associata ad una loro qualità personale ottiene il deprecabile effetto di far perdere di carisma quel santo agli occhi di molti [sic!!], non quella di "santificare" la presunta qualità personale.
(...) La questione è don Bosco: santo o no? Non, "gay o no"?
Obiezione 2:
Perché forzare e affermare ciò che non si legge e che non è mai stato? [sic: il "profondo" ragionamento che sta dietro a questa affermazione è: "non mi piace l'idea che sia così, quindi non può esserlo". NdR]
Perché attribuire tendenze omosessuali a don Bosco? Forse non ti accorgi che tutto questo vorrebbe dire che don Bosco tutta la sua opera l'avrebbe fatta per costruire un harem? [sic!]
Capisci?
Attento allora a ciò che acconsenti [sic] venga detto, credendo non sia importante.

L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa scheda biografica, e chi gli segnalerà eventuali errori contenuti in questa pagina.

Note

[1] Paul Pennings, "Don Bosco breathes his last. The scenario of Catholic social clubs in the Fifties and Sixties". In: Among mern, among women, Amsterdam 1983, pp. 166-175 e 598-599. 
Stephan Sanders,"A phenomenon's bankrupcy; Don Bosco and the question of coeducation". Ibidem, pp. 159-165 e 602-603. 

[2] Sergio Quinzio, Domande sulla santità, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986, pp. 31-39. 

[3] Le considerazioni di Guido Ceronetti si possono oggi leggere nel suo Albergo Italia (Einaudi, Torino 1985), col titolo di "Elementi per una anti-agiografia", pp. 122-133.

[4] Molti anni dopo aver scritto questo articolo, che si fonda sull'assunto che Bosco non diede mai sfogo fisico ai suoi impulsi, conobbi un torinese che motivava l'anticlericalismo suo e della sua famiglia con li fatto che un suo nonno era stato allievo di don Bosco ed era stato sessualmente molestato da lui. Da qui l'odio - sosteneva - per l'istituzione che di un pedofilo violentatore aveva osato fare addirittura un santo.

Che dirò di questa originale "oral history"? Che nessun tribunale, né quello dell'Inquisizione e nemmeno quello della Storia, accetta testimonianze di terza mano, come questa. Ma che lo storico ha il dovere di registrare anche l'esistenza di voci (magari per confutarle), perché costuiscono documenti storici di una mentalità e di un periodo.
Da qui questa nota.

[5]-San Bernardino da Siena, Le prediche volgari (a cura di Ciro Cannarozzi), Pacinotti, Pistoia 1934, vol. 1, p. 416.

[6]-Qohelet, 4:10

[7] Citato in: Guido Ceronetti, Op. cit.pp. 126-127 e Sergio Quinzio, Op. cit., p. 59.

[8] Citato in: Guido Ceronetti, Op. cit., p. 125, e Sergio Quinzio, Op. cit., p. 59.

[9] Guido Ceronetti, Op. cit., p. 126.

[10]-Ibidem, p. 126.

[11]-Ibidem, p. 127.

[12]-Ivi.

[13] Sergio Quinzio, Op. cit., pp. 35 e 38. 

[14]-Ibidem, p. 39

[15] Giacomo Dacquino, Psicologia di don Bosco, Sei, Torino 1988, pp. 124-129, citazione alle pp. 124-125. 
D'Acquino è autore di un terrificante romanzo psicoanalitico, Diario di un omosessuale, (Feltrinelli, Milano 1972), spacciato per il diario di un paziente frocio che grazie alla guida  di Dacquino "diventa" eterosessuale.
L'omosessualità che emerge dal libro è di uno squallore infinito.

Non contento, in Educazione psicoaffettiva (Borla, Torino 1972) Dacquino osserva:
"L'omosessuale è un immaturo affettivo, che vive i suoi rapporti ad un livello infantile ed è incapace di comunicare con il mondo degli adulti, soprattutto con quello femminile" (p. 102).
"L'omosessualità è una psicopatia e, come le malattie, necessita di cure, non di giudizi morali. (...) L'omosessualità sarebbe quindi l'espressione sintomatica di una famiglia e di una società malate" (p. 112).
Viste le premesse, non si fatica a capire perché Dacquino trovi tanto difficile concepire la coesistenza di santità ed omosessualità nella medesima persona: se gli omosesuali fanno schifo e i santi sono un modello di ciò che è buono, le due cose non possono coesistere. 
Ma il problema sta nella sua visione dell'omosesualità, non in quella della santità.

[16]-Ibidem, p. 128.
 
 























Francobollo commemorativo italiano, 1988
Francobollo commemorativo italiano per don Bosco, 1988



Originariamente edito in traduzione inglese sul Who's who in gay and lesbian history (a cura di Robert Aldrich e Garry Wotherspoon), vol. 1, ad vocem. Ripubblicazione consentita previo permesso dell'autore: scrivere per accordi.

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