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Il concetto di degenerazione nel

pensiero borghese dell'Ottocento
 
di: Giovanni Dall'Orto

''Maschio pederasta tedesco'' dall'Archivio Lombroso.
''Maschio pederasta tedesco'', incisione ottocentesca dall'Archivio Lombroso.
Indice del presente saggio:

1. Introduzione
2. Le basi del concetto di "degenerazione" e Bénédict-Auguste Morel
3. Il concetto di degenerazione nel pensiero degli evoluzionisti
4. L'embrione "degenerato"
5. Il degenerato criminale e il degenerato sessuale
6. Il terzo sesso
7. Omosessualità e criminalità
8. Crisi e scomparsa del concetto di degenerazione
9. Appendice: Cesare Lombroso, Del parallelismo tra l'omosessualità e la criminalità innata [1906]

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1. Introduzione.[1]

La seconda metà del XIX secolo è un periodo cruciale per la storia dell'omosessualità, perché è in questo periodo che vengono definiti la terminologia e l'approccio "medico-legale" al problema, quali li conosciamo ancor oggi [2].
.
Se all'inizio del Novecento un medico viennese, Sigmund Freud, poté impadronirsi con facilità di un campo che solo cinquant'anni prima era di competenza della morale e della teologia, questo si deve allo sforzo di reinterpretazione e catalogazione della sessualità umana compiuta nel secolo precedente.

Di questo sforzo il concetto di "degenerazione", tema del presente saggio, è, parte integrante, al punto che senza di esso non si può capire la concezione che dell'omosessualità si ebbe immediatamente prima di Freud. Fra il 1870 ed il 1905 (anno più, anno meno) non esiste quasi scritto in cui omosessualità e degenerazione non siano, in un modo o nell'altro, collegate. In alcune sacche reazionarie questo legame sopravvisse fino alla seconda guerra mondiale, ed in Unione Sovietica riuscì persino a trascinarsi per qualche anno dopo di essa. Da qui l'interesse che a mio parere riveste lo studio di questa idea.

Credo che l'esame dello schema d'interpretazione ottocentesco del comportamento omosessuale possa servirci, oltre che per una curiosità storica, come antidoto contro la tentazione di considerare "vere" le spiegazioni correnti su quello che è o non è l'omosessualità, solo perché "spiegano tutto" in modo "convincente". 
Anche il degenerazionismo ottocentesco, come vedremo, spiegava "tutto" e "bene". In questo senso, credo che la dissezione "a posteriori" di uno schema di pensiero passato sia sempre utile a capire come si possa (e si debba) dissezionare ogni schema di pensiero attuale, come ad esempio la psicoanalisi.

Poiché i termini della questione sono ormai irrimediabilmente e totalmente estranei al nostro modo di pensare ed alle nostre nozioni, questo saggio inizia con l'esposizione delle teorie da cui il concetto di "degenerazione" nacque.

Successivamente esplorerà i legami stabiliti dagli studiosi ottocenteschi fra degenerazione ed omosessualità, fino al crollo del degenerazionismo ed ai suoi ultimi sussulti nel nazismo e nello stalinismo.

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2. Le basi del concetto di "degenerazione" e Bénédict-Auguste Morel

Già il latino classico conosceva un verbo degenerare, che indicava l'azione di perdere una qualità posseduta in passato, o comunque tipica del "genere" (specie animale, popolo, classe sociale, mestiere) di cui si fa parte. 
Il corrispondente sostantivo degeneratio indicava il processo del degenerare, la "degenerazione", ed anche, come termine tecnico per l'agricoltura, quella che noi chiamiamo la "mutazione" (in peggio) di una specie animale o vegetale.

In italiano questi termini entrano presto (già nel Due-Trecento) conservando i vari significati che possedevano in latino. Fra gli altri ne fecero uso Dante ("e qui si intende viltade per degenerazione, la quale a la nobiltade s'oppone") ed il Boccaccio [3].
Anche nel resto d'Europa il termine ed il concetto di "degenerazione" sono attestati relativamente presto.
 
Incisione ottocentesca di uomo ''degenerato''
Incisione ottocentesca di uomo ''degenerato''.

Perciò, quando nel 1857 il francese Bénédict-Auguste Morel (1809-1873) fece sua questa terminologia nel suo bel Traité des dégénérescences physiques, intellectuelles et morales de l'espèce humaine, et des causes qui produisent ces variétés maladives.[4], non fece altro che "rilanciare" un concetto e dei termini in un certo senso "tradizionali", già pronti.

L'àmbito "tradizionale" di questo suo uso è specificato già nel titolo del libro, che stabilisce un'equivalenza fra dégénérescences e variétés maladives de l'espèce humaine
Del resto Morel ammette esplicitamente di avere ripreso il termine dai fisiologi, in particolare da Karl Friedrich Heusinger (1792-1883).

Costui, nelle sue Recherches de pathologie comparée (1853) aveva usato il concetto di dégénération applicandolo ad animali e vegetali, per indicare la tendenza delle specie domestiche ed "artificiali" a tornare a conformazioni tipiche delle specie selvatiche ("naturali") da cui discendono (ad esempio del maiale a riprendere fisionomie tipiche dei cinghiale). 
Naturalmente Morel non poteva (o non voleva) usare questo termine per indicare una "impossibile" tendenza dell'uomo a tornare allo stato "naturale", ma semplicemente per definire un état maladivement constitué.

Lo studioso francese rivela quindi nel suo libro un approccio alla degenerazione pienamente positivista ma ancora pre-darwiniano. L'uomo per lui 

"n'est ni le produit du basard, ni la manifestation dernière de prétendues transformations incompatibles avec les notions les plus vulgaires sur la succession des espèces selon leur type primitif[5].
Partendo da una razza umana sempre uguale a se stessa, che non si è "evoluta da" e non si "evolve verso", egli identifica una serie di circostanze sociali ed ambientali che causano l'allontanamento (in peggio) dal suo standard ottimale
Queste possono essere climatiche (presenza nociva di paludi) o culturali (abuso di sostanze nocive come l'alcol), ma nell'epoca "attuale" si riducono spesso ad una sola: le inumane condizioni di vita e di lavoro che la "rivoluzione industriale" ha imposto alle classi lavoratrici.

Per Morel la degenerazione si configura quindi come una sorta di "consunzione", di usura precoce degli strumenti corporei atti a procreare altri corpi di uomini. Essa è, sfortunatamente, ereditaria, e può aggravarsi di genitore in figlio, fino a portare all'estinzione del "ceppo" ammalato. 
A volte essa è così rapida che, di figlio in figlio, la progenie di una stessa famiglia nasce sempre più tarata ed incapace di provvedere a sé.

Da positivista autenticamente preoccupato del "progresso" e spinto dall'ottimismo, Morel scrive allo scopo di "améliorer l'état intellectuel, physique et moral de l'espèce humaine[6], ed in particolare quello degli

"individus qui vivent dans les constitutions marécageuses du sol, ceux qui passent une partie de leur existence dans le milieu méphitique des logements insalubres, des mines et des fabriques, les tristes victimes de l'intoxication alcoolique".[7],
proponendo rimedi di "igiene sociale".

Per lui la degenerazione non è quindi una via "a senso unico": benché sia ereditaria, le condizioni dei discendenti di "degenerati" possono essere rapidamente migliorate fornendo loro cibo, alloggio, educazione e condizioni di lavoro migliori di quelle dei loro genitori.

È questo il processo di "rigenerazione", ossia l'inverso della "degenerazione".

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3. Il concetto di degenerazione nel pensiero degli evoluzionisti
 
Ritratto di Charles Darwin
Ritratto di Charles Darwin.

Due soli anni dopo l'apparizione del libro di Morel, Charles Darwin (1809-1882) pubblicava L'origine della specie (1859; l'edizione definitiva fu pubblicata solo nel 1872, un anno dopo L'origine dell'uomo). L'intera costruzione morelliana veniva ipso facto superata.

Tuttavia, poiché le idee di Darwin furono per anni oggetto di polemiche e diatribe, essa ebbe ugualmente il tempo non solo di farsi conoscere, ma anche di mettere radici sufficientemente salde per sopravvivere alla rivoluzione darwiniana, adattandosi alla nuova concezione del mondo. 
Ritornando alla terminologia di Heusinger, anzi, costruendo una "simmetria" che Morel non poteva accettare, anche la "degenerazione" umana poté essere ridefinita come il ritorno a una fase biologica pre-civile, "naturale" dell'homo sapiens. Le sue radici affondavano ora nel segreto dei millenni di evoluzione che la nostra specie ha percorso "in avanti", ma che qualche individuo - si scoprì - poteva anche ripercorrere "all'indietro".

Non fu comunque il darwinismo vero e proprio ad assorbire il concetto di "degenerazione", ma piuttosto quella particolare lettura del pensiero darwiniano, filtrata attraverso Herbert Spencer, che va sotto il nome di "darwinismo sociale".

Come tutti sanno Darwin aveva scoperto l'evoluzione delle specie viventi, che avviene attraverso una competizione per la sopravvivenza, in cui i più adatti a un determinato ambiente sopravvivono e si evolvono a spese dei meno adatti. Herbert Spencer (1820-1903) aveva poi applicato (Principles of biology, 1872) il modello evoluzionistico alla società umana, ma reinterpretandolo in modo tale che nella sua visione non è tanto il più adatto a sopravvivere (il più adatto potrebbe benissimo essere l'individuo più piccolo e debole) quanto il più forte.
 
Fotografia di Herbert Spencer
Fotografia di Herbert Spencer.

Questa filosofia della vita, applicata in particolare alla società ottocentesca, giustificava automaticamente ogni tipo di dominio, in quanto sosteneva che la classe superiore è "naturalmente" formata dagli individui migliori, quelli che hanno avuto più successo nella lotta per la sopravvivenza. 
È quindi ovvio che il potere politico ed economico spetti ad essa, piuttosto che a coloro che nella lotta per la sopravvivenza si sono dimostrati meno "adatti".

Eppure, nonostante questa mentalità da "migliore dei mondi possibili", i nostri avi non poterono dimenticare che l'evoluzione non è un fenomeno "razionale" e lineare, ma avviene seguendo il caso. Càpita infatti che ogni tanto riemergano, nella progenie di una specie, conformazioni fisiche superate già da molto tempo, ma rimaste "latenti" nel codice genetico. È questo il caso, per esempio, dello zoccolo tripartito del cavallo, o della coda nell'homo sapiens.

Per trovare una spiegazione "razionale" a questo fenomeno apparentemente "irrazionale", i nostri antenati tirano in ballo non la genetica, che non conoscevano, ma la "degenerazione". 
Bisogna infatti rammentare che benché Gregor Mendel (1822-1884) avesse compreso già nel 1865 il meccanismo di funzionamento del codice genetico, nessuno ebbe sentore della sua scoperta fino al 1900. 
Solo fra il 1910 ed il 1920 cromosomi e geni cominciarono ad essere studiati sistematicamente, mentre per lo studio approfondito degli ormoni sessuali e dei loro effetti si dovette aspettare fin dopo la prima guerra mondiale.

Sino alla riscoperta di Mendel fu perciò un altro "studioso", sir Francis Galton (1822-1911, cugino di Darwin) a tenere banco con le sue due "leggi" sulla "regressione filiale" e sulla "eredità ancestrale". 
La prima sosteneva che è possibile che in un individuo l'evoluzione "regredisca" rispetto al livello raggiunto dai suoi genitori (degenerazione), la seconda che tratti dell'eredità ancestrale possono riemergere nei discendenti (atavismo[8].
Con questi strumenti in mano, i nostri antenati interpretavano perciò quanto noi oggi sappiamo essere il riemergere di un carattere "recessivo" (rimasto occultato per generazioni), non tanto come il riaffiorare di caratteristiche latenti nel codice genetico, quanto come un marciare all'indietro dell'evoluzione, un fare un passo all'indietro anziché in avanti.

Applicato alla società, questo fenomeno portava alla sgradevole conclusione che quanti sono al vertice dell'evoluzione, non lo sono necessariamente per sempre: d'improvviso la loro progenie, per atavismo o degenerazione, può trovarsi ad un livello evolutivo non solo più basso di quello dei genitori, ma anche della progenie di individui "inferiori".

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4. L'embrione "degenerato"

A questa temuta conclusione contribuirono anche le prime scoperte dell'embriologia, soprattutto quella (più presunta che vera) che Ernst Haeckel (1834-1919) battezzò "ricapitolazione filogenetica".

Secondo questa tesi l'apparizione, nell'evoluzione del feto umano, di organi rudimentali non tipici della razza umana significa che il feto umano, alla pari di quelli di altri animali superiori, ripercorre a velocità fantastica nel corso del suo sviluppo il cammino dell'evoluzione. Inizia come cellula unica, per assumere configurazioni dapprima molto simili a quelle degli animali inferiori (a un certo stadio possiede non solo la coda come le scimmie, ma addirittura le branchie come i pesci) e solo in un secondo tempo quella tipica dell'essere umano. 
Questo fenomeno è riassunto nella formuletta: "l'ontogenesi ricapitola la filogenesi", ossia, lo sviluppo dell'individuo ricapitola, riassume, lo sviluppo della specie a cui appartiene.

In base a questa teoria fu facile spiegare la ragione di certe malformazioni: ad esempio l'esistenza di uomini nati con la coda sarà dovuta semplicemente al persistere nell'individuo maturo di questa caratteristica tipica del feto e di forme "inferiori" di vita. L'"arresto di sviluppo" permetteva così di spiegare più o meno a proposito una serie di fenomeni fin lì misteriosi.

È però importante sottolineare che, per la legge della "ricapitolazione filogenetica" ogni "arresto di sviluppo" nell'evoluzione del feto implicava, di per sé, l'arresto ad una forma arcaica, "atavistica" di sviluppo, ormai abbandonata dalla specie umana: cioè, fatalmente, implicava la "degenerazione".

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5. Il degenerato criminale e il degenerato sessuale

Un'epoca materialista e meccanicista come l'Ottocento era particolarmente incline a cercare nella fisiologia la "causa" della differenza dei comportamenti umani. 
Si cercava ad esempio di spiegare la differenza di comportamento di uomini e donne con una diversità "strutturale'" del loro sistema nervoso, il che vuol dire non solo diverse dimensioni dei rispettivi cervelli, ma addirittura differenze qualitative del tessuto cellulare di maschi e femmine. 
Analoghe spiegazioni venivano date per giustificare la superiorità dell'uomo bianco sui "selvaggi".

In questo contesto non c'è da stupirsi se si cercarono nella fisiologia le cause del comportamento "deviante" di ogni tipo, compreso quello sessuale.

In un'epoca come la nostra, abituata dalla psicoanalisi a cercare in campo psicologico le "cause" del comportamento "diverso", può sembrare strano attribuire l'omosessualità di un individuo ad un arresto di sviluppo del suo sistema nervoso. Eppure questo è quanto fu fatto alla fine dell'Ottocento.
Il comportamento deviante del criminale si spiegava infatti con una sua vicinanza agli animali, ed ai selvaggi, maggiore del normale. Come i selvaggi, il criminale è incapace di sopportare un impegno fisso e regolare, non ama il lavoro, non è capace di reprimere gli impulsi antisociali, ama tatuare il suo corpo, è impulsivo... 
Tutto ciò "dimostra" per l'appunto che il comportamento criminale è causato dalla degenerazione.

Lo stesso discorso vale anche per il "degenerato sessuale", ossia il delinquente sessuale in genere, e l'"invertito" (o "uranista") in particolare.
Quando lo studio dei primi omosessuali iniziò (Johann Ludwig Casper (1796-1864) [1852]; Karl Westphal, 1833-1890) [1870]) ci si trovò infatti di fronte a un argomento del tutto "nuovo", fino ad allora appannaggio di teologi e moralisti, e i cui contorni sfuggivano completamente [9].

Lo stimolo allo studio, oltre tutto, proveniva dalla discussione sull'opportunità di mantenere in vigore le leggi antiomosessuali, oppure abrogarle, come aveva fatto il Codice Napoleonico, e non era quindi dei più felici: non per nulla i primi studiosi dell'omosessualità furono soprattutto i medici-legali.

In queste condizioni i primi casi che arrivarono alle mani degli "studiosi" furono quelli dei transessuali, sia perché la loro "diversità" spiccava in modo più netto e più immediatamente riconoscibile, sia anche perché essi, a differenza di molti omosessuali, possedevano un'identità deviante fortemente strutturata, e più facilmente reclamavano il loro diritto alla diversità.
 

Biglietto da visita di fine secolo di travestito argentino. Dal ''Museo Lombroso''
Biglietto da visita di fine secolo di travestito argentino. Dal ''Museo Lombroso'' di Torino.

Inoltre, in una società in cui le differenze fra uomini e donne erano esasperate come accadeva nell'Ottocento, gli stessi omosessuali non potevano sottrarsi alla visione "bipolare" della sessualità. A meno di pensare al loro comportamento "diverso" come a un disturbo che s'innestava su un'identità "normale" (e indubbiamente furono innumerevoli gli omosessuali che scelsero questa soluzione), quanti volevano sottrarre alla sfera del "vizio", del "peccato" il loro modo di essere erano costretti a sottolineare il fatto che la loro non era una condizione acquisita, a causa di eccessi di lussuria, bensì innata.

Se non si voleva lasciare il discorso sull'omosessualità in mano alle Chiese cristiane, che non potevano fare altro che condannarla come peccato, vizio, e frutto di dissolutezza, era necessario insistere con tutte le forze perché fosse accettato come un fenomeno innato, che non potendo esser oggetto di scelta volontaria non poteva essere neanche causa di peccato.
In un'epoca in cui la psicologia era ancora una branca della filosofia ed abitava sotto lo stesso tetto dell'etica e della morale, ciò voleva dire: puntare tutto sulla fisiologia.

Per queste ragioni la prima concezione dell'omosessualità fu quella di un "sentire sessuale contrario" (Conträre Sexualempfindung od "inversione", cioè una sorta di sessualità "capovolta"
L'omosessualità fu così vista come una specie di funzionamento "rovesciato" del meccanismo "fondamentale" della sessualità umana. In un corpo di tipo "A" si aveva un funzionamento sessuale del corpo di tipo "B", e viceversa
Si era insomma in presenza di un tipo sessuale "intermedio" che mescolava una struttura corporale di un determinato sesso, ed una pulsione erotica tipica dell'altro. 
Era nato il "terzo sesso".

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6. Il terzo sesso

Gli storici francesi della devianza hanno suggerito, nei loro studi degli anni passati, che la nascita dell'omosessuale in quanto "diverso" sia il frutto del lavoro di catalogazione e sistemazione dei medici ottocenteschi. 
Nella realtà dei fatti, invece, nella storia troviamo una serie di "pionieri", di precoci militanti, che teorizzano l'omosessualità come comportamento innato e intrinsecamente "diverso" prima che lo facciano i medici (si pensi a Hössli, Ulrichs, Kertbeny ecc.) [10].

Di recente questi militanti sono stati accusati di avere, in pratica, portato inconsapevolmente acqua al mulino della medicalizzazione, stigmatizzazione, e incasellamento a fine di controllo sociale del comportamento omosessuale. 
Chi ha mosso l'accusa non si è però reso conto del fatto che nell'Ottocento quanti propugnavano la punizione e la sanzione legale del comportamento "omosessuale" partivano tutti dal presupposto che i delinquenti sessuali non avessero nulla di diverso dagli altri esseri umani, a parte una maggiore viziosità. 
Al contrario, cercare una spiegazione fisiologica del comportamento omosessuale portava ad asserire che l'individuo che ha "quel" tipo di comportamento non lo ha per sua colpa, ma perché irresistibilmente la sua conformazione ve lo spinge, così come la conformazione degli individui "normali" lì spinge al coito eterosessuale.

Iniziata così la ricerca di una causa organica dell'omosessualità, la si trovò grazie all'embriologia.
Infatti, fra i molti stadi di sviluppo che l'embrione umano attraversa, ne esiste uno di indifferenziazione sessuale. In tale fase il feto possiede solo "germi" di organi sessuali, uguali per tutti gli individui, che solo col tempo (e per effetto degli ormoni, aggiungiamo noi oggi) si differenziano in organi omologhi ma diversi (i testicoli e le ovaie, il pene e la clitoride, lo scroto e la vagina...).

I casi di pseudoermafroditismo fisico [11] che per tutto l'Ottocento erano stati studiati con sempre maggiore interesse, grazie a questa scoperta poterono essere agevolmente spiegati come persistenze di rudimenti di conformazioni tipiche dell'embrione, che per errore non erano scomparse.

Ma se lo pseudo-ermafroditismo fisico ha tale causa, si chiesero gli studiosi ed i militanti dell'Ottocento, non è forse possibile che l'inversione sessuale abbia un'origine analoga? Non potrebbe cioè configurarsi come una sorta di "pseudo-ermafroditismo" psichico, causato da una persistenza in età adulta di una fisiologia "ermafrodita" del sistema nervoso, tipica dell'ermafroditismo fetale?
In altre parole: non potrebbe per esempio darsi che il cervello o il sistema nervoso periferico degli "invertiti" maschi sia di tipo femminile, e viceversa?

L'italiano Cesare Lombroso (1835-1909), ad esempio, osservò al proposito: 

"L'amore invertito ci ricorda gli orrori [sic... NdR] Lesbi e Socratici e li spiega, e forse rimonta a quell'ermafroditismo che Darwin divinò nei nostri più antichi preantenati e che si intravvede nei primi mesi dell'età fetale, ed anche, come ben notò Hoffman, in quell'analogia dei due sessi che io scopersi nei delinquenti[12].
(E forse è inutile notare che, una volta di più, ci troviamo di fronte alla degenerazione...)

Questa è invece l'opinione più matura di Richard von Krafft-Ebing (1840-1902), l'autore di quella Psychopathia sexualis che per più di mezzo secolo costituì la "pietra angolare" su cui si fondarono tutti gli studi sulla sessualità "diversa" (compresi quelli di Freud):
 

Fotografia di Richard von Krafft-Ebing
Fotografia di Richard von Krafft-Ebing.
"La differenziazione dei sessi, colla produzione di caratteri definitivi, è certamente il risultato di una lenta evoluzione graduale.
Lo stato originario è l'ermafroditismo o bisessualità, la quale si riscontra ancor oggi negli animali inferiori e negli stadii meno avanzati della vita fetale dell'uomo. 

Il tipo dello stato evolutivo odierno è la monosessualità (...) ma già normalmente delle tracce della sessualità opposta permangono. Ora, in alcuni casi, in forza di disturbi dello sviluppo la cui natura è ancora ignota, codesti caratteri sessuali latenti (Darwin) vengono ad acquistare uno sviluppo anormale. (...) 

La forma di perversione sessuale più frequente, la cosiddetta omosessualità, dipende da un disturbo dell'evoluzione dell'individuo: questo disturbo consisterebbe in ciò, che non accadrebbe in misura sufficiente l'inibizione delle tendenze fra le due sessualità, che in condizioni normali di sviluppo sarebbe destinata a regredire in misura totale (o quasi).

Si tratterebbe ad ogni modo in ciò dell'esagerazione di un fatto normale, poiché già normalmente nell'individuo adulto esiste qualche carattere, che accenna alla bisessualità originaria (filo ed onto-genetica)[13].

E poco oltre così prosegue:
"Se si ritiene che disturbi di sviluppo possono dar luogo alla persistenza in eccesso di caratteri bisessuali, specialmente nei territori cerebrali, si spiegano facilmente molti fenomeni, in apparenza paradossali, della perversione sessuale. E cioè si può pensare che il territorio centrale omologo [del proprio sesso, NdR] delle ghiandole genitali esistenti nel singolo caso ha subìto un arresto di sviluppo, mentre ha subìto un aumento di sviluppo il territorio centrale eterologo [del sesso opposto, NdR] . (...) 

I fattori, donde si elabora la sessualità psichica degli individui omosessuali, probabilmente si formano assai presto, già nella vita fetale: e cioè in tali individui i rudimenti dei centri omosessuali si costituiscono anatomicamente e funzionalmente in misura maggiore di quelli dei centri eterosessuali. E cioè è lecito considerare la contrarsessualità come un'anomalia congenita[14].

Ovviamente esiste una piccola, ma notevole, differenza, fra le opinioni qui riferite di Krafft-Ebing e quelle dei militanti omosessuali dell'epoca. 
Il più importante di essi, Karl Heinrich Ulrichs (1825-1895) sosteneva sì che essendo nella fase embrionale i due sessi poco chiaramente determinati, non si poteva escludere che una "anima" di donna si fosse innestata in alcuni casi su un corpo di uomo, e viceversa. Tuttavia egli riteneva che l'"uranita" (o "uranista" o "urningo", cioè l'individuo con tendenze omosessuali) non fosse la vittima di un'anomalia, ma il componente di un vero e proprio "terzo" sesso, che fino ai suoi giorni non era stato riconosciuto. 
La specie umana, sosteneva Ulrichs, si divide non in due, ma in tre sessi: maschile, femminile ed "intermedio". In questo senso egli, pur utilizzando gli stessi dati e gli stessi ragionamenti da cui partivano gli scienziati degenerazionisti, riusciva a costruire una spiegazione delle "cause" dell'omosessualità che faceva a meno del concetto di degenerazione.

Purtroppo, per il pensiero scientifico della sua epoca, aveva un notevole difetto: parlando di "anima" rinchiusa in un corpo inadatto, non riusciva assolutamente a rendere conto di come materialmente accadesse questo "travaso di psiche" da lui ipotizzato. 
Inoltre, nonostante il suo incredibile coraggio e la sua lungimiranza, Ulrichs aveva proposto uno schema concettuale che si adattava meglio alla condizione dei transessuali (che infatti tuttora ricorrono spesso alla metafora dell'anima femminile incorporata in un corpo maschile) che a quella degli "omosessuali" che, pur avendo desideri erotici per individui del loro sesso, non avevano atteggiamenti esteriori tipici del sesso opposto [15].

La "traduzione" compiuta da Krafft-Ebing di "anima" come "sistema nervoso" è quindi perfettamente comprensibile, e coerente con l'impostazione materialista della scienza ottocentesca. 
Nonostante le sue - molto evidenti - ansie di normalizzazione (particolarmente virulente nei primissimi scritti) questo studioso austriaco subì positivamente l'influenza di Ulrichs, addolcendo grazie a lui l'originale impostazione che vedeva nell'omosessuale un grave degenerato, e un criminale a vita. 

Krafft-Ebing arrivò infine a dichiarare (nonostante l'accusa oggi mossagli dai "costruzionisti storici" di essere stato il più gran "criminalizzatore" degli omosessuali nella sua epoca):

"Si tratta dunque di un fenomeno naturale sul quale la volontà dell'individuo non ha influenza. 
Se qualcuno v'è da incolpare, è la natura, non già gli individui innocentemente affetti da cotesta anomalia. 
Né si può parlare di malattia, ma solo di un'anomalia dello sviluppo sessuale. 
Tale anomalia è compatibile con l'integrità della psiche[16].
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7. Omosessualità e criminalità

Alla luce di quest'ultima affermazione non si può negare al degenerazionismo, nonostante il carattere di strumento di controllo sociale che presto assunse, un grande merito: quello di aver diminuito la colpa che il diverso ha nell'essere tale. Il criminale-nato, cioè chi è incapace di comportarsi normalmente perché è "degenerato", lo è indipendentemente dalla sua volontà. Egli non ha colpa di essere quello che è, perché manca di senso morale per ragioni ereditarie.
Non ha quindi senso punire (con leggi, pene corporali, carcere, sanzioni religiose e scomuniche) queste persone: esse non sono affatto "cattive", come pretende la morale religiosa.

Il "sorvegliare e punire" (per dirla con Foucault) tipico dell'epoca precedente diviene così sempre più un semplice "sorvegliare e reprimere" (affinché l'ordine non sia turbato), senza connotazioni moralistiche. Non è per un caso se nel nostro Paese il nuovo Codice Zanardelli, emanato nel 1889, prevedeva la non-punibilità legale degli atti omosessuali compiuti in privato fra adulti consenzienti, gettando le basi di una tradizione legislativa che s'è mantenuta fino ai giorni nostri [17].
 
Cesare Lombroso in un'incisione coeva.
Cesare Lombroso in un'incisione coeva.

In Italia chi soprattutto si fece portavoce, con la sua cerchia, di questo punto di vista, fu il già citato Cesare Lombroso (1835-1909). Sono note a tutti le sue misurazioni di crani, di mani, di angoli facciali, di andature, allo scopo di determinare il tipo fisico del deliquente-nato degenerato, in modo da poterlo individuare da un semplice esame somatico. 
Lombroso è un convinto assertore dell'omologia fra diverse categorie di "devianti": criminali, invertiti, epilettici, pellagrosi, anarchici, briganti meridionali, alcolizzati. (In appendice a questo saggio ho riportato, come documento, un suo breve scritto sulla questione).

Nei suoi studi su "l'uomo di genio" (1864) e su "l'uomo delinquente" (1878) Lombroso fece alcune "scoperte" in proposito [18]. Secondo lui determinati tipi di pazzia si possono spiegare con l'"aplasia" (cioè il mancato sviluppo) di certe parti del cervello che sovraintendono a precise funzioni dell'intelligenza e del comportamento. 
D'altro canto si constata che anche in "uomini di genio" compaiono conformazioni fisiche che non ci aspetterebbe di trovare, perché "tipiche" di criminali e pazzi. Anzi, spesso la vita dei geni presenta tratti "pazzoidi" (come l'omosessualità) senza che le loro facoltà geniali ne vengano compromesse. 
Lombroso si chiede se i due elementi (genio e follia) non siano correlati, e se la genialità non sia resa possibile (secondo un modello "idraulico" dell'intelligenza) dall'atrofia di una parte del cervello, che permette ad un'altra di esprimersi con insolita potenza. 
Questa teoria ebbe un ruolo notevole nella diffusione della strana idea che gli omosessuali abbiano facoltà artistiche particolarmente sviluppate rispetto al resto della popolazione, pregiudizio duro a morire perfino oggi [19].

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8. Crisi e scomparsa del concetto di degenerazione

Ma ahimé, nella storia umana tutto è transitorio. Dopo qualche decennio di successo anche la barca della "degenerazione" inizia a fare acqua
Si comincia col notare come in realtà non tutti i criminali abbiano le "stigmate degenerative" descritte dagli "scienziati". Anzi, più della metà di loro presenta solo qualche lieve tratto isolato.
 
Enrico Ferri (1856-1929)
Enrico Ferri (1856-1929).

Vari studiosi, in polemica con la scuola lombrosiana, sottolineano l'importanza del ruolo giocato dall'ambiente nella determinazione di un "carattere criminale". 
In Italia il più importante di loro è Enrico Ferri(1856-1929) deputato della sinistra e direttore per molti anni dell'"Avanti!", il quotidiano socialista. Egli espresse per la prima volta le sue idee nel 1881, in un'opera in seguito accresciuta con il titolo di Sociologia criminale.

La contestazione di questi studiosi fu cosi serrata ed efficace che alla fine lo stesso Lombroso non poté fare a meno di ammettere, nei suoi studi più tardi, che l'ambiente ha una certa importanza nella determinazione del carattere dei criminali, e che la "degenerazione" da sola non permetteva di rendersi pienamente conto della complessità della questione.

In un altro campo, quello della sessualità, le idee di Sigmund Freud iniziarono a farsi strada a partire dall'ultimo decennio dell'Ottocento, prendendo piede a tutto scàpito delle spiegazioni che si fondavano sul degenerazionismo, e finendo col conquistarsi un'importanza che tutti conosciamo. 
Qui il colpo finale fu dato dalle scoperte dell'endocrinologia (gli ormoni sessuali), che subito dopo la prima guerra mondiale produssero la diserzione in massa dal campo della degenerazione di quanti preferivano continuare a credere che l'omosessualità avesse "cause" organiche anziché psicologiche. Grazie a questa "variazione sul tema", la teoria del "terzo sesso" sarà ricucinata con nuove salse fino agli anni Quaranta da "studiosi" come Gregorio Marañón (1887-1960) e Leonidio Ribeiro.[20], prima di essere spazzata via nel secondo dopoguerra da Alfred Kinsey

Facendo tesoro di questo fervore di idee, nel 1903 Otto Weininger (1880-1903), in un libro molto controverso, Sesso e carattere, lanciò l'idea che ogni individuo è per natura bisessuale, cioè che in ogni individuo còvino per natura tendenze psichiche sia etero che omosessuali. Egli si spinse a dichiarare:

"Non esiste neppure amicizia tra uomini, che sia totalmente priva di qualunque elemento di sessualità. (...) L'esser "benviso", la protezione, il nepotismo fra uomini si riferiscono per buona parte a tali relazioni sessuali spesso incoscienti [inconscie, NdR]" [21].
È chiaro che se tutti gli esseri umani sono in potenza omosessuali, l'omosessualità non può essere una "degenerazione" di solo alcuni fra loro.

La presa di posizione di Weininger.non nasce ovviamente dal nulla, ma è in fondo l'estrema conclusione delle discussioni sui caratteri di ermafroditismo latenti nelle specie animali, che Darwin stesso aveva ipotizzato per primo. 
La pretesa "scoperta" della "bisessualità originaria" dell'essere umano che oggi si sente attribuire a Freud non fu quindi altro che l'accettazione di quello che per gli scienziati biologi suoi contemporanei era un dato di fatto per nulla sconvolgente. 
La "novità" di Freud consistette al più nell'avere applicato metaforicamente il concetto (che in biologia, non lo si dimentichi, è sinonimo di "ermafroditismo") alla psiche e alla personalità umana.
In altre parole il successo della costruzione teorica di Freud richiamò l'attenzione su un'analogia psichica originaria di uomini e donne, che si affiancava all'analogia fisiologica.
 
Lo scrittore olandese Arnold Aletrino, ritratto da J. Beth.
Lo scrittore olandese Arnold Aletrino, ritratto da J. Beth.

Si andava così completando un quadro che rendeva sempre più difficile considerare l'omosessualità come anomalia, e suggeriva con sempre maggiore insistenza che fosse piuttosto una potenzialità presente in ogni essere umano.

È questa l'opinione cui arriva pionieristicameente nel 1908 l'olandese Arnold Aletrino (1858-1916, che non era omosessuale) come logica conclusione della sua serrata critica alla spiegazione degenerazionistica dell'omosessualità. 
Con grande scandalo dei vari Lombrosi di tutta Europa, egli sostenne pubblicamente che l'omosessualità non è altro che una variante del comportamento umano, naturale quanto l'eterosessualità, e spiegabile con la bisessualità originaria latente in ogni individuo [22].

***

A questo punto la spiegazione degenerazionistica dell'omosessualità era divenuta troppo vetusta per riuscire ad arginare l'irruenza di queste nuove idee, e come se non bastasse era ormai inservibile anche come efficace arma per la giustificazione del dominio di classe della borghesia. Anche i marxisti avevano infatti imparato a servirsene, e avevano fatto propria l'impostazione del darwinismo sociale... ribaltandola.
Essi sostenevano che gli individui "più adatti" alla sopravvivenza non erano quelli della ristretta minoranza al potere, ma quelli della massa popolare, sana e vigorosa, il "quarto stato" che grazie alla marea montante del socialismo avrebbe strappato entro breve il potere all'anemica borghesia, autocondannatasi alla degenerazione per i suoi abusi di lussi, per la sua vita artificiale, molle, innaturale.

Anche i frequenti scandali provocati dalle leggi antiomosessuali in vigore in molti Stati europei furono sfruttati dalla sinistra di allora, che aveva buon gioco nel dichiarare che la "degenerazione" da cui era colpita la borghesia si manifestava chiaramente nel sempre maggior numero di "invertiti" che nascevano nel suo seno [23].

A questa visione della situazione sociale di allora contribuì involontariamente un autore tutt'altro che rivoluzionario, Max Nordau (pseudonimo di Simon Suedfeld, 1849-1923) che, influenzato dalle idee di Lombroso, applicò il concetto di "degenerazione" all'arte, alla filosofia, alla letteratura del suo tempo in un libro che fu un bestseller mondiale, Degenerazione (1892-93) [24]. La sua moralistica condanna come "degenerate" delle espressioni culturali "di punta" della borghesia del suo tempo, non poté non confermare nel loro punto di vista i "sovversivi" di allora.

Così stando le cose, era giunto il momento di sbarazzarsi di questo concetto divenuto ormai inutile, se non controproducente. 
Eppure, ironia della storia, proprio nel periodo in cui gli intellettuali borghesi stavano abbandonando in massa il degenerazionismo, esso celebrò un tardivo, duplice trionfo.

La borghesia piccola piccola aveva trovato in questa visione del mondo certezze "granitiche e irrevocabili", e non volle rinunciarvi senza combattere. Quando, nel corso della Rivoluzione d'Ottobre, questa borghesia piccola piccola si dimostrò disponibile a collaborare con il potere sovietico, non si ebbe una sua conversione al materialismo dialettico (troppo faticoso, con il suo procedere per "negazioni di negazioni") ma piuttosto ad un materialismo "volgare", meccanicistico, più familiare alla cultura che aveva respirato fino a quel momento.

Ecco quindi, nel Paese del "proletariato vittorioso", il trionfo delle idee di cui altrove la borghesia si stava ormai sbarazzando! 
Ecco il trionfo del degenerazionismo, della concezione dell'omosessualità come degenerazione ("borghese", tanto per dare una verniciatina di rosso al concetto!).
Le leggi antiomosessuali introdotte da Stalin nel codice penale dell'URSS nascono direttamente da, e sono perciò gli ultimi residui di, una mentalità scientifica altrove ormai superata da decenni. Solo il "sogno di Biancaneve" che tenne in piedi il "socialismo reale" sovietico, ha permesso la sua mummificazione e conservazione per così tanto tempo.

La stessa classe sociale riuscì anche altrove, per nostalgia e revanscismo, ad imporre per mezzo del nazismo un analogo recupero del degenerazionismo, col risultato di teorizzare la necessità dello sterminio dei "degenerati" omosessuali. Questo tardivo recupero costò la vita a un numero di omosessuali compreso fra i 15.000 e i 30.000 (la cifra è ancora controversa), a causa delle deportazioni nei lager nazisti.

Ho già esaminato altrove  i presupposti culturali e ideologici e lo svolgimento di questa persecuzione, e non insisterò quindi sull'argomento.

Mi basti solo aggiungere che l'uso e abuso che fece il nazismo dell'idea di "degenerazione", fu sufficiente a terminare di screditare e a decretare l'immediata scomparsa di questo concetto dalla scena intellettuale del dopoguerra.

Debellata così per sempre l'ultima resistenza del degenerazionismo, la psicoanalisi americana poté finalmente sbarcare sul Vecchio Continente e trasformare ex abrupto l'omosessuale in un nevrotico.

Il resto è storia d'oggi. 

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9. Appendice

Come appendice a questo saggio, e come esemplificazione delle tesi qui riassunte, ho tradotto dal francese un saggio di Cesare Lombroso, Del parallelismo tra l'omosessualità e la criminalità innata [1906].
 

Incisione frenologica del cervello. La frenologia pretendeva di riconoscere il carattere dai bernoccoli sulla testa.
Incisione frenologica del cervello. La frenologia pretendeva di riconoscere il carattere dai bernoccoli sulla testa.

L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa scheda biografica, e chi gli segnalerà eventuali errori contenuti in questa pagina.

Note

[1] Edito originariamente in "Sodoma" n. 2, anno II, estate-autunno 1985, pp. 59-74. 
Ringrazio Mauro Terzi che ha eseguito per me la scansione OCR di questo scritto.

Per approfondire il tema di questo saggio rimando alla sintesi veramente preziosa di Pasquale Penta, Dei vari studi pubblicati sui pervertimenti sessuali dai primi sino ai più recenti dei giorni nostri, "Archivio delle psicopatie sessuali", 1 1896, pp. 9-15 e 111-117 (purtroppo incompleto perché la rivista scomparve prima della terza "puntata" di questo saggio).

Un po' meno brillante è la sintesi tentata da Vito Massarotti in Nel regno di Ulrichs, Lux, Roma 1913, ma è altrettanto utile.

Molto chiaro e schematico si rivela anche: Giovanni Lombardi, Degenerazione psicopatica e delinquenza, "La giustizia penale", XL 1934, coll. 156-160, che ovviamente, data l'epoca, è "venuto per seppellire, non per lodare". 

Per maggiori dati bibliografici si vedano le pp. 79-101 della mia bibliografia: Giovanni Dall'Orto, Leggere omosessuale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1984, specificamente dedicate agli studiosi ottocenteschi.

Sull'omosessualità in Italia fra Ottocento e Novecento si veda infine: Giovanni Dall'Orto, Frugando nei cassetti del nonno. Quando gli omosessuali non erano ancora "gay".

[2] Ho dedicato al tema un saggio: "L'evoluzione del concetto di 'omosessualità' nei secoli, in: Ferruccio Castellano (a cura di): Essere omosessuali, AGA, Cuneo 1981, pp. 39-62, che però oggi considero superato: avevo appena letto Foucault e ne ero un po' troppo entusiasta. Oggi ci andrei più cauto...

[3] Dante Alighieri, Convivio, Le Monnier, Firenze 1954; tratt. IV, cap. 10, par. 10. Vedi al proposito Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, UTET, Torino 1961-2002, Vol. 4, alle voci: "degenerare", "degenerato", "degenerazione".

[4] Bénédict - Auguste Morel, Traité des dégénérescences physiques, intellectuelles et morales de l'espèce humaine et des causes qui produisent ces variétés maladives, Ballière, Paris 1857 (2 voll.). In Italia una copia di questo libro è posseduta dalla biblioteca nazionale di Bologna.

[5].Ibidem, pp. 6 e 2.

[6].Ibidem, p. IX.

[7].Ibidem, pp. XIII-XIV.
È curioso che il sito americano che cito nel link, presenti Morel come l'esatto opposto, cioè come un individuo che credeva unicamente nelle cause "costituzionali" delle malattie causate dai danni ambientali. 
L'approccio lì attribuito a Morel non descrive le idee di Morel, ma al massimo quelle di una parte degli antropologi criminali della fine del secolo.

[8] La differenza fra "degenerazione" ed "atavismo" è che mentre il primo termine indica un qualsiasi peggioramento del lignaggio evolutivo di un individuo, e comprende quindi anche le mostruosità fisiche non funzionali, il secondo indica esclusivamente quel "peggioramento" che ripropone soluzioni evolutive che la specie ha già conosciuto nella sua storia passata.

[9] Johann Casper, Über Nothzucht und Päderastie, "Vierteiljahrsschrift für gerichtliche und öffentliche Med. Bin.", I 1852, pp. 21-78;

Johann Casper, Manuale pratico di medicina legale [1856], Botta, Torino 1858;

Johann Casper, Novelle cliniche appartenenti alla medicina legale [1863], Botta, Torino 1872;

Karl Westphal, Die conträre Sexualempfindung, "Archiv für Psychiatrie und Nervenkrankheiten", II 1870, pp. 73-108. (Oggi i "costruzionisti storici", per un qualche motivo che mi sfugge,  venerano Westphal come "Inventore dell'omosessualità").

A livello di curiosità va osservato che la teoria "neurologica" dell'omosessualità fu riesumata nella Germania ex comunista (sic) da Günter Dorner, che sosteneva che l'omosessuale è tale perché il suo cervello è stato "femminilizzato" da un eccesso di ormoni nel periodo fetale. Costui sosteneva addirittura di poter "curare" l'omosessualità per mezzo della "psico-chirurgia".

[10].Heinrich Hössli, Die Unzuverlässigkeit der äusseren Kennzeicheben im Geschlechtsleben des Leibes und der Seele, selbstverlag, Glarus 1836 e Scheitlin, St. Gallen 1838 (2 voll.). Seconda e terza edizione [1892 e 1924] coI titolo Eros, riedita in ristampa anastatica dalla Rosa Winkel verlag, Berlin 1996 (3 voll.).

Karl Heinrich Ulrichs (1825-1895) pubblicò fra il 1864 ed il 1868 ben sette opuscoli (Inclusa, Vindex, Ara Spei, Formatrix, Vindicta, Gladius furens, Memnon), riediti insieme da Spohr, Liepzig 1898. Ristampa anastatica: come: Karl Heinrich Ulrichs: Forschungen über das Rätsel der mannmännlichen Liebe, Rosa Winkel verlag, Berlin 1994, 4 voll.

Karl Maria Benkert (o Kertbeny), Paragraph 143 des preussischen Strafgesetzbuches vom 14 April 1851, Serbe, Liepzig 1869. Ora in: Karl Maria Kertbeny, Schriften zur Homosexualitäts- forschung (a cura di Manfred Herzer), Rosa Winkel verlag, Berlin 2000.

Su Ulrichs vedi anche: Nicolò Persichetti, In memoriam Caroli Henrici Ulrichs, Cappelli, S. Casciano 1896.

Su tutti e tre questi militanti vedi: John Lauritsen e David Thorstad, Per una storia del movimento dei diritti omosessuali, Savelli, Roma 1979.

[11] Un buon esempio di questo interesse per l'ermafroditismo è: Hérculine Barbier, Una strana confessione: memorie di un ermafrodito, Einaudi, Torino 1979 (pubblicato originariamente nel 1874 da Ambroise Tardieu).
In Italia abbiamo un documento molto interessante in: Pietro Tonni, et al., Relazione, riflessioni e giudizio sul sesso di un individuo umano vivente, chiamato e conosciuto sotto il nome di Giacoma Foroni, Pazzoni, Mantova 1802.

[12] Cesare Lombroso, L'amore nei pazzi, "Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale", II 1881, p. 32.

Assassino col pugnale. Incisione commerciale ottocentesca.

[13] Richard von Krafft-Ebing, "Sulle perversioni sessuali", in: E. Leyden - F. Klemperer (a cura di), La clinica contemporanea, vol. VI, Soc. Ed. libraria, Milano 1908 (pp. 94-132), p. 96.

[14].Ibidem, pp. 98 e 105.

[15] Fu probabilmente per questa ragione che Benkert, nell'opuscolo già citato, coniò il termine "Homosexualität" in concorrenza con il termine "Uranismus" che era stato proposto da Ulrichs: Benkert infatti insisteva sulla virilità a tutta prova dell'"omosessuale", mentre Ulrichs non aveva paura di ammettere la propria "effeminatezza".

[16] Richard von Krafft-Ebing, Op. cit., p. 108.

[17].Ho avuto già modo di esaminare le vicissitudini della legislazione penale italiana nel mio saggio: "Le ragioni di una persecuzione", in: Martin Sherman, Bent, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985, pp. 101-119.

[18] Cesare Lombroso, Genio e follia, Milano 1864 (ed. definitiva col titolo di: L'uomo di genio, 1894);

Cesare Lombroso, L'uomo delinquente, Bocca, Torino 1878 (quinta edizione: 1896-1897).

[19] Vedi ad esempio, al proposito:
Ernani Mandolini, Omosessualità e genio, "Rassegna di studi sessuali", II 1922, pp. 280-284;

Havelock Ellis, Nota sulle facoltà artistiche degli invertiti, "Archivio delle psicopatie sessuali", I 1896, pp. 243-45.

[20] Gregorio Marañón, L'evoluzione della sessualità e gli stati intersessuali [1929], Zanichelli, Bologna 1934.

Leonidio Ribeiro, Omosessualità ed endocrinologia [1938], Bocca, Milano 1939 (con prefazione di Marañón).

[21] Otto Weininger, Sesso e carattere, Bocca, Torino 1922, p. 44. Nuova edizione: Feltrinelli, Milano 1978.

Si veda anche Ernest Jones, Vita e opere di Freud, Il Saggiatore, Milano 1962, vol. 1, pp. 371-385 (su Weininger, Freud e Fliess).

[22] Arnold Aletrino, Uranisme et dégénérescence, "Archives d'anthropologie criminelle", XXIII 1908, pp. 633-667.

Aletrino aveva comunque già esposto idee avanzatissime nel 1901, nell'articolo: La situation sociale de l'uraniste, "La scuola positiva", XI 1901, pp. 481-496.

[23] Cfr. al proposito: Giovanni Dall'Orto, La rivoluzione contro gli omosessuali e la contro-rivoluzione sessuale del socialismo, "Lotta continua", 14 gennaio 1982, soprattutto per quanto riguarda Paolo Valera, Silvano Fasulo e lo scandalo Krupp.

[24].Max Nordau, Degenerazione, Bocca, Torino 1896, 2* ed.
L'ironia della storia vuole che queste tesi di un ebreo sionista siano state rubate dal nazismo diventando le parole d'ordine del suo giudizio sull'arte delle avanguardie borghesi: arte "degenerata", appunto.

Lo scrittore, e militante sionista, Max Nordau
Lo scrittore, e militante sionista, Max Nordau



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Originariamente edito su "Sodoma" n. 2, anno II, estate-autunno 1985, pp. 59-74.
Ripubblicazione consentita previo permesso dell'autore: scrivere per accordi.

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