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don Giovanni Battista Marziani (1881-1917)

Busto di don Giovanni Battista Marziani
Busto di don Marziani (1918).
 
Un grido d'allarme all'indirizzo di tutti i taorminesi  [1908] [1].
 
/p. 3/ ILLUSTRl TAORMINESI, miei carissimi Concittadini e Parrocchiani!

    In data 10 corr.<ente,> sulle porte delle nostre Chiese leggeste un avviso così concepito: Un grido d’allarme all'indirizzo di tutti i Taorminesidiscorso d'interesse morale-economico. Ricordate che poco mancò non facesse dar la volta al cervello di molti... Quante interpretazioni strane!...  quante altre esilaranti!...
    Il discorso, tenuto il giorno 14 successivo, fu da voi ascoltato con  interesse sommo e seguito con unanime approvazione, non essendoci chi non sia convinto delle incontrastabili verità da da (sic) me esposte. Taluni, nell’esortarmi ad insistere senza tregua, fecero risuonare al mio orecchio le parole dell’Apostolo: insta opportune, importune, argue, obsecra, increpa in omni patientia...[2] e conchiusero dicendomi: non trascuri frattanto di dare la maggior pubblicità alle sue idee...
    Ma in qual modo? Con articoli più o meno reboanti a base di acrimonie personali? No: deploro tal sistema, che – blaterando ai quattro venti lordure di pessima specie – arma la mano delle città emule, le quali con zelo interessato, /p. 4/ lavorano a denigrare la buona fama, che circonda la nostra simpatica Taormina[3]. Son convinto che la campagna dev'esser combattuta da noi e tra noi. E pertanto ho trovato più acconcio allo scopo – sebbene lo faccia con trepidazione – pubblicare nella sua integrità il discorso, che, non essendo un giornale, né andando per le mani di tutti, certo non potrà avere dannosa diffusione.
    Moltissimi di voi il 14 Giugno lo ascoltarono: ho fiducia che, leggendolo, si associeranno anch'essi al mio grido d'indignazione ed insorgeranno contro la brutta genìa, che, mentre degrada l'umana dignità, attenta al benessere morale-economico del nostro paese.

    Questo per ora. Tornerò sull'argomento e sottometterò [sottoporrò, NdR] l'idea di un'“Associazione contro l'attentato al buon costume” o, che è lo stesso, una “Lega contro il mal costume[4]. Chi degli onesti, chi dei taorminesi veri nominis[5] – dimenticando per un momento la discrepanza di idee religiose o politiche e gli attriti di partito – negherebbe il suo nome, non darebbe il suo appoggio?

    Taormina, 16 Giugno 1908.

                Arciprete Marziani



/ p. 5/    Haeccine ferenda, haeccine toleranda? «E son cose queste da soffrirsi, son cose da queste (sic) tollerarsi?» – Con queste parole, o Signori, lo spirito bollente del Crisostomo, dalla cattedra di Costantinopoli, dava principio al suo infocato discorso col quale energicamente fulminava le dissolutezze di quel popolo paganeggiante.
    Delle stesse parole ardisco servirmi io nel sottoporre alla esecrazione delle coscienze oneste di voi, miei carissimi concittadini, un vizio abominevole, di cui dà miserando spettacolo la nostra cara patria, simpatica ed attraente per tutto, ma nauseante per sì ributtanti nefandezze.
    Haeccine ferenda, haeccine toleranda? E son comunque da tollerarsi tranquillamente tante laidezze, che, con coraggio spudorato, si commettono in onta di ogni legge naturale, divina, ecclesiastica, civile[6]? Tante oscenità che, come torrenti di acqua putrida e limacciosa, allagano l'ambito del nostro paese, paralizzando con le loro esalazioni miasmatiche ogni principio di vitalità economica e morale? Son da tollerarsi, dico, tanti disordini, senza che la coscienza dei buoni, degli onesti, dei virtuosi arda di santo sdegno e levi alta / p. 6/ la voce di protesta? Haeccine ferenda, haeccine toleranda?
    E non può passarsi sotto silenzio, di sopra a questo brutto male, qual'è il vizio della disonestà, e di certa disonestà, che, oltre ad essere la scaturigine feconda di molteplici danni fisici e morali, può anche rendersi causa di una paralisi economica, arrestando quel concorso [arrivo, radunarsi, NdR] di forastieri, che omai costituisce l'industria unica, come ha costituito la resurrezione finanziaria di questa nostra città? Haeccine ferenda, haeccine toleranda?
    Signori. Ho esitato, e troppo, prima di decidermi a parlarvi su questo argomento – sia perché la materia non è punto gradita e per chi parla e per chi ascolta, sia perché ho aspettato che altri avessero fruttuosamente alzato la voce e avessero curato la rimozione del morbo letale, – sia per l’intervento di molti forastieri alla Messa di ogni Domenica e Festa. Non ho creduto opportuno parlarne sin'ora alla lor presenza sicuro che non avrebbero conservato bella impressione della nostra cittadina, venendo in conoscenza di tante brutture morali, che fanno stridente contrasto con le innumerevoli bellezze naturali, di cui il Creatore fu prodigo verso questo sorridente lembo di terra.
    Ma ora non più: non è prudenza il tacere. Rimasi stranizzato [allibito, NdR], o Signori, nel sentirmi riferire, qualche giorno addietro, ciò che, in data recente, pubblicava un giornale, per giunta diffusissimo in tutta l'Isola e fuori[7].
    Nel commento / p. 7/ a proposito d'un processo clamoroso per reati turpi, in cui c'eran coinvolte persone d'alta aristocrazia, quel foglio scriveva «tre sono in Italia i centri in cui si deplorano di simili mostruosità: Roma, Napoli e Taormina»[8].
    Sentii gelarmi il sangue nelle vene a tali parole. Ma... dunque – pensai – quest'è la fama che va creandosi intorno alla nostra cara cittadina? Dunque... vi è cosi radicato questo vizio nefando da farla additare alla pubblica esecrazione come centro d'immoralità e di dissolutezze? E... così triste réclame non potrebbe dar causa a deplorevoli conseguenze pel benessere morale e materiale di questo paese? E… queste mie riflessioni non dovrebbero anche occupar la mente di quanti nutrono amor vero per essa, non dovrebbero tutte le autorità interessarsi per porre un argine al dilagar di questo male?
    Signori! Taorminese anch'io, e preposto alla cura spirituale di quanti abitano questa Parrocchia, ho sentito alto e sacro il dovere di invitarvi a detestare il vizio della disonestà in tutte le sue estrinsecazioni, specialmente nel senso in cui predomina nell'ambito di questa città; ma non basta detestarlo per conto proprio: è necessario che tutti, Autorità e cittadini – ciascuno per quanto può e gli appartiene – si cooperino (sic) /p. 8/ a sradicare la brutta pianta nell'interesse degl'individui, delle famiglie, dell'intero paese.
      Ascoltatemi con pazienza e fino alla fine.
    Non vi aspettate però squarci di oratoria, né fiori: il tema richiede ben'altro (sic), e perciò ho pensato parlarvi da una cattedra anziché dal pergamo [pulpito, NdR], in forma di discorso anziché di predica.
    Non vi aspettate voli arditi e sublimi per i campi della teologia o della filosofia: m'interessa solo di sferzare praticamente il vizio, nelle sue abominevoli conseguenze, accennando di volo a qualche rimedio.
    Non vi aspettate neppure un esame dettagliato delle cause e degli effetti del brutto mostro: converrà dipingere a rapide pennellate il quadro orrendo e trattare con delicatezza certe particolarità – Userò nell'assieme un linguaggio generico, pel resto vi dirò con N.<ostro> S.<ignore:> qui potest capere capiat. «Chi può comprendere comprenda».
    Non voglio però celarvi un mio presentimento: Non mancherà certo chi, pigliando le mosse tra lo scettico e lo scandalizzato, dirà: tempo perduto, induratum est cor Pharaonis[9], e voi non caverete un ragno dal buco. E poi... son discorsi questi da tenersi dinanzi ad un pubblico, tra cui non mancano orecchie caste?...
    Ci ho pensato più volte, o Signori, ma son venuto nella determinazione di parlarne lo stesso. Ne parlo perché pongo la mia confidenza in quel Dio qui respicit terram et facit eam tremere[10] e la cui grazia da sola basta ad illuminare le menti più accecate dall'errore, a scuotere i cuori più induriti nella colpa: ne parlo per declinare di/ p. 9/nanzi all'intero paese la mia responsabilità, e per non venir meno ai miei doveri di Parroco: ne parlo perché ho riflettuto che male non c'è, essendo l'ambiente esterno così guasto e corrotto che quelle stesse orecchie, che un ingenuo supporrebbe caste, sono avvezze ai discorsi più sboccati e disonesti, offerti forse dalle stesse lor famiglie e dalle molteplici – <per> niente castigate – conversazioni. Non è <da> maravigliare quindi se dello stesso soggetto ne sentono parlare in Chiesa dalla bocca del Sacerdote, che nel solo nome di Dio unicamente mira a fulminare il brutto vizio.
    E quand'anche vi fossero orecchie caste, il bene che c'è d'aspettarsi dalla maggioranza cui si parla, è sempre di gran lunga superiore al male temibile per un numero relativamente minimo.
    D'altronde mi son prefisso di esser parco e misurato nelle parole, come conviensi a labbra sacerdotali, bagnate ogni giorno dal Sangue Preziosissimo di Gesù-Eucarestia, e pertanto ho preferito di scrivere e leggere il discorso, per evitare che l'indignazione, ond'è pieno l'animo mio, nella foga del parlar libero mi tirasse di bocca qualche parola men che corretta.
    Cosicché il mio discorso, o Signori, nella sua brevità, risolvesi in un caldo appello ad un grido unanime di raccapriccio e di esecrazione, – ad un'energica levata di scudi contro il vizio e contro i viziosi – ad una cooperazione efficace per arrestare la triste réclame che va facendoci intorno alla nostra città. Ed ecco così pie/p. 10/namente svelato il mistero del mio grido d'allarme all’indirizzo di tutti gli onesti.
    Come già vi siete accorti, non intendo soltanto perorare la causa morale: quand'anche si trattasse di questo solo, esigerei piena la vostra attenzione, poiché allora [tanto più, NdR] prospera un paese, una città, la società tutta, quando vi predomina il più alto sentimento di moralità; ma alla causa morale curerò associare quella economica, epperciò me l'attendo più benevola<,> la vostra attenzione. Non vi impressioni che un sacerdote, che un parroco si occupi anche del benessere materiale del suo paese: noi vogliamo i nostri parrocchiani ricchi di virtù e ricchi d'oro[11]; peraltro, nonché da [oltre che come, NdR] sacerdote, vi parlerò anche da cittadino.


Monumento a don Marziani nella cattedrale di Taormina.
Monumento a don Marziani nella
cattedrale di Taormina.
Foto di Giovanni Dall'Orto.

    Create le cose tutte visibili ed invisibili, esistenti in natura, Iddio creò il re dell’universo: l'uomo. Nella sua infinita sapienza e bontà trovò che l'uomo avea bisogno di una compagna e creò la donna. Benedetta quella prima unione, riservava esclusivamente a sé il diritto di sanzionare il matrimonio come atto religioso, sicché più tardi N<ostro> S.<ignore> G.<esù> C.<risto> riferendosi a quell'avvenimento esclamava: iam non sunt duo sed una caro, quod ergo Deus coniunxit, homo non separet[12].
    Creata e benedetta la coppia dei nostri Protoparenti, Iddio pronunziava quelle altre so/ p. 11/lenni parole: crescite et multiplicamini[13], con le quali lor conferiva la potenzialità alla perpetuazione della specie, e se da un canto non poneva un obbligo assoluto a servirsene, sibbene relativo, dall'altro obbligava l'uomo e la donna ad usarne all'unico scopo della procreazione della prole: et multiplicamini. Di maniera che il matrimonio, istituito da Dio nel principio dei tempi come contratto naturale, e più tardi, nella legge di grazia, elevato da Gesù alla dignità di Sacramento, era destinato a regolare l'andamento della società civile, specialmente in ordine alle divine parole: crescite et multiplicamini.
    Io pertanto, o Signori, attraverso il prisma della legge naturale e divina, non so considerare la donna, che in uno di questi tre stati: o di vergine, olezzante del profumo dei gigli, o di sposa, redimita [incoronata, NdR] la fronte dall'aureola della maternità, o di vedova rassegnata sotto il giogo della sventura. Fuori di queste vie, armonizzanti con la volontà eterna di Dio, o anche in una di esse, ma demoralizzata [fuori dalla morale, NdR] la trovo in istato di decadenza e di riprovazione, asservita al vizio e alla disonestà, strumento abietto di voluttà e di concupiscenza; tal che sempre offusca la raggiante bellezza della sua dignità, tradisce lo scopo della sua sublime missione, perverte i fini supremi della divina Provvidenza. Sorprendetela nell'ultima fase della sua morale degradazione, la troverete: volubile per indole, infingarda per condizione, bugiarda per interesse, freddamente vendereccia a chicchessia, orgogliosa, collerica e sopratutto vendicativa: tal'è la donna che tie/p. 12/ne scritto negli occhi e sulla fronte la parola: disonore.

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    Ma non è di queste povere infelici che io ho promesso di occuparmi, o Signori: esse, convinte spesso della loro abiezione e temendo esser tenute per quel che sono, portano con tristezza il carico della loro ignonimia: – io voglio farvi insorgere specialmente contro un'altra manifestazione del brutto vizio, che da Sodoma piglia il nome, che veramente non è comune a tutte le contrade, ma che, se mette radici, produce tristissimi effetti: una manifestazione quant'altra mai mostruosa e sotto ogni riguardo proscritta dalle leggi naturali e divine.
    – Ove il livello del senso morale è sceso molto basso, ove si è dato l'ostracismo ad ogni idea di virtù, e – perché non dirlo? – ove sopratutto si è scosso il sentimento religioso, voi spesso v'incontrate in certi tipi che colpiscono il vostro occhio scrutatore: sono per lo più giovani, atteggiati a damerini, dall'espressione languida, dalle palpebre enfiate [gonfie, NdR] e livide, rapidamente dimagriti senza malattie apparenti: – sono giovani, dai sentimenti poco o niente elevati, che prostituiscono la lor dignità, che rinunziano ad un avvenire onorato, che vendono se stessi – anima e corpo – al primo offerente, purché le condizioni siano in certo modo vantaggiose; sono giovani che riproducono presso di noi la brutta pianta che sì tristamente attecchì in Sodoma e Gomorra.
    /p. 13/ Signori, inorridisco a pensare e ad accennare a certe degradazioni, ma è tempo che si metta il dito sulla piaga!
    Inorridisco a pensare che tal vizio offra lo spettacolo di un mercato di carne umana e faccia scendere l'uomo giù al livello dei bruti. Inorridisco a pensare con quanta facilità si stipulino certi contratti riprovevoli in cui giovani depravati, con l'intervento spesso di genitori sciagurati, e non meno dissoluti, abbagliati dal luccicchio (sic) di quell'oro che a manate si pone dinanzi ai loro occhi e nelle loro tasche, affittano o vendono se stessi per fini patentemente loschi e inverecondi!...
    Non si tratta qui, o Signori, di principii più o meno religiosi, non si tratta di sfumature della pietà cristiana, non si tratta di delicatezze della perfezione evangelica, no: – ma è appunto il prestigio della moralità, che si è voluto far crollare dal suo piedistallo, è lo spirito della verecondia [senso del pudore, NdR] più comune che pare sia esulato [andato in esilio, NdR] dalla patria nostra – ed ecco perché io richiamo l'attenzione e vorrei provocare un grido di protesta da parte di tutti gli onesti, a qualunque confessione essi appartengano in fatto di Religione.

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    – E bisogna aver chiusi gli occhi alla luce per non vedere i tristissimi effetti che produce tal vizio, <sia che lo> si consideri dal lato religioso, <sia che lo> si consideri sotto l'aspetto fisiologico, <sia che lo> si consideri nei rapporti con l'avvenire della nostra città.
    Nel campo religioso? – Ossevatelo, o Signori! /p. 14/ dando uno sguardo all'ambiente in cui viviamo: Allontana l'uomo da Dio, che è puro spirito, e lo attacca alla materia che ne è la morte: – gli rapisce la dignità e l'onore del suo essere ragionevole, mentre ne sfigura l’immagine divina impressa nel suo volto: – lo abbassa alla condizione dei bruti [animali, NdR], anzi, lo fa scendere al di sotto di essi, poiché gli animali seguono naturalmente l'istinto lor dato dal Creatore per la conservazione della loro specie e non tendono mai alla propria distruzione, mentre l'uomo s'ingolfa nei piaceri sensuali e discende sino alla sua distruzione, malgrado la voce della coscienza ne lo sconsigli. – Come conseguenza tal vizio crea i disertori dalla Bandiera di Cristo e gli Apostati dalla Fede, giacché il dissoluto nella incredulità trova l'origliere [cuscino, NdR] più soffice ai suoi sonni impuri e disonesti; – produce induramento di cuore e acciecamento di mente, sicché il vizioso dubita delle verità più evidenti, nega assiomi irrefutabili e se il freddo teorema di Pitagora importasse il castigo di qualche passione favorita, il dissoluto si sforzerebbe di combatterlo e distruggerlo: come anche se la verità elementarissima «quattro e quattro fanno otto» volesse dire, rompere certe catene, mortificare certi istinti brutali, non sarebbe raro il caso di trovare chi, con inqualificabile spudoratezza, volesse sostenere e dimostrare il contrario.
    – E poi tal vizio forma le coscienze cauteriate[14], che commettono il male e godono, che narrano le proprie nefandezze ed esultano; – provoca nausea per le cose spirituali, per le pratiche re/p. 15/ligiose, per i santi Sacramenti, rinnovando il triste spettacolo degli Ebrei, che disprezzavano la manna prodigiosa del deserto e preferivano le cipolle puzzolenti dell'Egitto; ingenera discredito sulle azioni più sante e sulle persone più intemerate per la stessa ragione che come l'occhio lucido vede tutto lucido, così l'occhio ottenebrato altro non scorge dappertutto che ombre e macchie; – alimenta uno spirito di demolizione, giacché questa specie di viziosi, lontani da Dio, tentano di aggiogare al carro dell'immoralità ch'è il trofeo di Satana, le anime che tengono caro il giogo di Cristo; – attira sopra di loro, sopra le lor famiglie, sopra il lor paese, i fulmini della Divina Giustizia: non accenno, o Signori, per amor di brevità, al Diluvio universale provocato dalle dissolutezze degli uomini, – non accenno ai 24000 Israeliti trucidati nel deserto a cagione delle loro dissolutezze, – non accenno ad altre, terribili stragi ordinate da Dio, come leggesi nei libri santi, sempre in punizione di peccati turpi innominabili: voglio solo che fermiate l'occhio sopra la disgraziata città di Sodoma, affinché nella pioggia di fuoco che la distrusse e nel perenne fetore delle sue rovine, coverte anche oggi dalle acque limacciose del Mar Morto, vi possiate leggere la eterna condanna del vizi e dei viziosi. 

Frontespizio dell'opuscolo di Marziani
Frontespizio dell'opuscolo di Mariani.
 

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    – Né meno sconfortanti, o Signori. e disastrose sono le stragi che la disonestà reca nel campo della salute pubblica.
    /p. 16/ Vi ha un'età pericolosa nella vita dell'uomo: l'epoca dello sviluppo. Sturbare gli sforzi che fa l'organismo in tal periodo, per giungere alla sua completa formazione, è lo stesso che anticiparsi la morte, è lo stesso che risentirne gli effetti per tutta la vita. – Estendermi su questo argomento sarebbe metter la falce nella messe altrui [uscire dal seminato, NdR]: domandatene ai Fisiologi e, se vogliono esser sinceri, faranno sfilare dinanzi al vostro sguardo una serie interminabile di mali che trae seco il libertinaggio, specialmente nel ramo sodomitico.
    La consunzione dorsale descritta da Ippocrate, le varie alterazioni del cuore, sì comuni ai dì nostri, l'etisia polmonare sotto tutte le forme, la molteplice categoria delle affezioni cerebrali, l'apoplessia e tanti altri mali, di cui tacere è bello, sono per lo più effetti inevitabili della disonestà.
    E chi non sa quanto sia fortissima l'azione che il libertinaggio esercita sopra il sistema nervoso e sull'intelligenza? Presto si comprende se si riflette all'eccitamento permanente ed ai pensieri abituali che occupano la vita del lussurioso: e perciò l'epilessia, le convulsioni, le aberrazioni dell'udito e della vista, la pazzia, l'imbecillità precoce, la malinconia suicida, in una parola la maggior degradazione fisica e morale, ne sono quasi sempre il triste retaggio.
    Né tal vizio è nocivo soltanto a quelli che vi si abbandonano, ma estende le sue stragi alla infelice progenie che decima o snerva, e che più tardi dovrà risentire gli effetti tristi di colpe non sue, ma che indubitabilmente erediterà

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    Vogliamo anche considerare tal vizio nei rapporti con la grandezza della patria? Quante rovine, o Signori!
    La Morale è forza centripeta che fa convergere tutte le umane attività ad un fine unico nonché nobile e sublime: il perfezionamento dell'uomo: è forza dinamica che eleva a grandezza, sino al fastigio [culmine, NdR], i popoli, additandoli all'ammirazione dei secoli.
    Ma la morale non può andar d'accordo con le cause dissolventi della stessa, tra cui principalmente il libertinaggio.
    Quando regna tal vizio lo scettro della moralità s'infrange, le generazioni si avanzano prive di alte idealità e – di conseguenza – si smarrisce il giusto concetto della umana dignità, si snatura la missione della famiglia, si scinde l'ordine nella società.
    I libertini si allivellano coi bruti, specie con quella classe di animali immondi, che tengono per loro prerogativa di non guardare il cielo, di scavar sempre la terra, di guazzare con diletto nel fango e nel fetore.
    Il libertino non aspira a crearsi un avvenire onesto, non pensa ad arricchir la mente delle tante cognizioni che nobilitano il cuore, non cura di rendersi utile alla patria con l'opera della mente o della mano.
    E poi, o Signori, il vizio, punito in Sodoma, è tale che piglia qualunque via pur di soddisfare alle più abiette passioni, cosicché i più scanda/p. 18/losi disordini diventano un'abitudine familiare, un bisogno imperioso. Ed allora non vi ha più freno: né età, né vincoli di sangue, né sacre promesse, né il disonor delle famiglie, né i tormenti delle vittime, né la perdita della salute, né il timor della morte, trattengono il vizioso dalla sua marcia trionfale attraverso le vie del libertinaggio.
    Da qui il nessun rispetto pel vincolo coniugale, da qui il rallentamento della giurata fè, da qui le scissure tra gli sposi, da qui gli scandali per la prole, da qui le discordie tra le famiglie, da qui sempre i conflitti nella società.
    Consentite dunque, o Signori, che vi parli francamente: quando senza rimorso si beve alla tazza di Babilonia, quando con disinvoltura si ricorre ai mezzi più abbietti affine di appagare istinti bestiali, quando per giunta si ha il coraggio spudorato di farsene un vanto, è segno evidente che la moralità, crollata dal suo trono, è sepolta nel fango: è segno incontrastabile che l'astro benefico della civiltà, ecclissatosi (sic), non diffonde più sulla società i suoi raggi vivificanti.

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    – E questo brutto vizio, mai abbastanza deplorato. è anche il verme roditore che va indebolendo la base di quella grandezza materiale, di quella prosperità economica che pur tiene occupata la mente di illustri governanti e di grandi statisti. Sì, è appunto l'azione deleteria di questo tarlo assiduo che spesso determina le / p. 19/ grandi catastrofi di popoli e nazioni. – Mi limito a lumeggiare questo assunto solo nei rapporti colla nostra città.
    – Non vi ha dubbio, o Signori: tal vizio provoca un santo sdegno in ogni animo onesto e voi già sapete come voci sinistre vadano additando Taormina qual centro di immoralità e di corruzione. D'altro canto – chi nol sa? – la sorgente della prosperità finanziaria di Taormina attualmente è l'industria dei forastieri, che, in numero sempre crescente, ogni anno si riversano qui a bearsi delle bellezze naturali che offre questo lembo incantevole.
    Ma i forastieri, nella gran maggioranza, conservano un alto concetto della moralità, che incarnano in se stessi e vogliono ammirare negli altri. Sono pochi, anzi rarissimi quei depravati che posano l'occhio libidinoso sulla melma più nauseante e profondono pazzamente denaro per saziare la brutale voluttà di guazzarvi dentro.
    I forastieri quindi, nella quasi totalità, detestano le sozzure del libertinaggio più mostruoso e rifuggono da quegli ambienti che rinnovano le abominevoli degradazioni di Sodoma e Gomorra.
    Se dunque quella voce – cui accennavo – pigliasse consistenza, quali funeste conseguenze non potrebbero colpire la nostra simpatica Taormina?… Quale sventura non sarebbe per la patria nostra… per questo punto microscopico nei rapporti col gran mondo, ma che pure è divenuto il punto di convergenza di gente d'ogni nazione, se si ecclissasse (sic) la sua stella polare, cioè il concetto di onestà e di moralità che il fo/p. 20/rastiero sin'ora (sic) ha conservato di essa?!. – Qual triste sorte sarebbe riservata a Taormina, alla patria nostra, se dovesse scolorarsi e sfrondarsi quella corona di gloria, che la contrassegna del primato sulle città emule di Sicilia?!... – Che sarebbe di Taormina se in un giorno non lontano dovesse veder desolate le sue vie, deserti i suoi alberghi, chiusi i suoi negozi?!..

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    Signori! Non è prudenza illuderci, né è più il tempo dei sonni tranquilli: l'ora di una santa riscossa è già suonata per tutti. Ogni indugio è colpevole e la responsabilità grava tutta sopra coloro cui incombe imprescindibile il dovere di capitanare la santa Crociata.
    Era rigorosamente prescritto presso gli Ebrei che i lebbrosi stessero isolati… lungi dal civile consorzio; – provvide son le precauzioni cui ricorrono le autorità per iscongiurare il pericolo, quando il colera è alle porte di qualche città o nazione; savia legge di ogni comune è quella che obbliga il Sanitario a riferire a chi dritto [di diritto, NdR] i singoli casi di malattie contagiose. E noi unanimi approviamo e lodiamo tali disposizioni perché ispirate a sani criteri di tutela della pubblica incolumità.
    Ebbene, o Signori, la scostumatezza è lebbra più contagiosa che quella degli Ebrei, è peste più micidiale che lo stesso colera. Io dunque levo alta la voce e grido: alla peste, alla lebbra-!.. protendo supplichevoli le braccia e dalle autorità invoco misure energiche, per reprimere il male esistente; per prevenire quello temibile.
    /p. 21/ Ma... sento dirmi, è il legislatore che deve prevenire o reprimere certi abusi. Non ci illudiamo neppure in questo: Vi sono, e vero, alcune savie disposizioni relative ai libertini, ma sono così generiche, sono così elastiche, sono così poco osservate che per lo più possono riguardarsi come non esistenti. D'altra parte tali leggi, non punendo il libertinaggio che quand’è potente, quand'è profondamente radicato, vale a dire quando colpisce la morale pubblica, l'autorità mostra infierire contro una passione della quale in certo modo ha favorito lo sviluppo, non usando bastante severità contro il funesto contagio dell'esempio.
    Sono dunque le autorità locali, coadiuvate da tutti i cittadini onesti, che conoscendo più da vicino le circostanze di luogo e di persone, devono adottare rimedi energici, proporzionati alle cause, che producono ed alimentano questo vizio, flagello della società.

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    Scrittori illustri e sotto ogni riguardo autorevoli, che han voluto studiare, sino ai dettagli, gli ambienti, convertiti in templi di lussuria, tra le cause sociali del libertinaggio notano particolarmente la mancanza di Religione, il contagio dell'esempio, l’ozio delle masse, la frequenza degli spettacoli, i libri cattivi, i giornali pornografici, e noi possiamo aggiungere: l'oro che suol corrompere ad un tempo chi, abusandone, lo possiede e chi smodatamente lo agogna.

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    – Ecco dunque, anzitutto, o Signori, il bisogno che Iddio regni negli individui e nella società: ecco il bisogno che ciascuno, prima di concepire amore e timore per un'autorità e per una legge terrena, si avvezzi ad amare e temere l'autorità e la legge di Dio. Purtroppo <è> così! Non sarà mai un suddito ossequ<i>ente all'autorità civile, chi non ha appreso ad amare e temere l'autorità di Dio; facilmente violerà le leggi umane chi non cura l'osservanza delle leggi divine.
    E poi le leggi civili, le autorità tutrici potranno colpire e punire le azioni esterne, consumate e conosciute, ma quando il vizioso, il dissoluto, con accortezza che non gli suole mancare, è riuscito ad eludere la vigilanza del questurino e del carabiniere, le azioni più nefande restano impunite.
    È il santo timore di un Dio Giudice supremo, che inculca l'osservanza del nono precetto del Decalogo, come del sesto: è il timore di questo Dio conoscitor delle azioni più occulte, scrutatore dei pensieri più reconditi, punitor dei desideri men che legittimi, che solo può frenare le più ree passioni, prevenire ed evitare il male, arrestare l'azione deleteria del vizio.

Wilhelm von Gloeden, cattedrale di Taormina, circa 1900
La cattedrale di Taormina. Foto di Wilhelm von Gloeden, circa 1900.

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    E dopo questo, vigilanza oculatissima da parte dei genitori sull'infanzia, sull'adolescenza (sic), sulla gioventù. / p. 23/  Non v'impressioni, o Signori, apprendere dalla mia bocca – peraltro non c'è chi nol sappia – che ci sono ragazzi, anche inferiori ai dieci anni, istruiti nella malizia più raffinata, che si esercitano nella palestra della scostumatezza, per consacrarsi quanto prima alla immoralità in tutte le più esecrande manifestazioni.
    E da elementi degenerati sin dall'infanzia potrà la patria attendersi giovani dalla fibra latina e tampoco spartana? E questi giovani, cresciuti tra le più abiette degradazioni, saranno per avventura gl'Italiani preconizzati dai luminari dell'Italia nuova?
    Sarebbe follia lusingarci. No, non saranno mai buoni cittadini, né sposi fedeli, né genitori onesti: saranno viceversa l'abiezione dell'uman genere, l'obbrobrio della famiglia, il disonore della patria.

    Né, mi dite, o Signori, che tante volte i figliuoli si abbandonano per la via sdrucciolevole della corruzione, senza aver avuto tra le pareti domestiche nessun manifesto incentivo.
    Son venuto in conoscenza di casi, d'altronde pubblici, che destano raccapriccio: padri sciagurati che prostituiscono i figli, e, rimproverati, spudoratamente rispondono: questo è il nostro mestiere. Sono eccezioni, lo so, ma che potrebbero pigliare, come van pigliando, proporzioni vaste.
    E sorvolando a queste eccezioni, comprendo, sì, che i genitori nella generalità non trascinano direttamente i figli per la via fangosa della disonestà; ma pensino al contegno usato con loro quando eran fanciulli e giovanetti, ricordino la troppa
/p. 24/ libertà del parlare alla loro presenza, e la notevole incuria nell'allontanarli dalle cattive compagnie, – richiamino alla memoria la poca o nessuna modestia in tante azioni che pur richiedevano circospetta oculatezza... riflettano su tutto questo, e poi mi dicano se quella perversione, che ora deplorano, non è il naturale svolgimento di certe tendenze malvage che non seppero o non vollero reprimere a tempo – o peggio ancora lo sviluppo di certi germi, che colle loro massime e coi loro esempi deposero in quel terreno.
    Il piccolo seme, piantato lungo le sponde del fiume di Babilonia[15], è germogliato: cresciuto rigogliosamente, coll'avanzarsi degli anni, s'è fatto albero e se ne sono pestiferi i frutti, la colpa di chi è? Tutta ed integra dei genitori!
    E notate, o Signori, che se si arriva a far mettere radici profonde, alla mala pianta, indarno più tardi si tenterebbe sradicarla – La storia è la gran maestra della vita e le passioni degli uomini, dopo tanti secoli, non sono punto cambiate.
    E perciò cooperazione illuminata ci vuole, non solo da parte dei genitori nei rapporti coi figliuoli, ma anche e specialmente da parte di tutte le Autorità civili per scovare certe tane, per disarmare certe agenzie, per impedire certe mediazioni, per interdire l'effettuazione di certa specie di contratti nell'interesse della salute pubblica e del decoro d'ogni classe di cittadini.
    – Freno, soprattutto a quella turba, sempre
/p. 25/ crescente di giovinastri che, nella quasi generalità mentre si atteggiano a guide ed a conduttori, si apprestano poi a servizi degradevoli, facilmente si offrono, sfacciatamente si vendono.
    Questi giovani vengono su negli anni senz'arte, senza professione, preferendo un mestiere infamante per quanto lucroso. E questi spostati che, nel periodo di maggior affluenza di forastieri, voi, o Signori, vedete, vestiti da damerini, frequentare sino a notte inoltrata i caffè, a chiedere ed a consumare liquori ricercati e costosi, mentre bruciano un avana profumato, da nulla invidiare all'Inglese ed all'Americano[16], voi poi osservate, emigrati i forastieri, marcire nell'ozio più deplorevole, creandosi nuove vittime alle loro voglie disordinate ed imbrattando della stessa pece tante altre povere creature, che bene avviate sarebbero gli angeli della famiglia, l'onore del paese.
    Ma frattanto dite, o Signori, che cosa rappresenteranno più tardi nel civile consorzio questi spostati se non il vizio in tutte le sue caratteristiche più ributtanti e detestevoli?

*
*    *

    Occhio anche alle scuole, specialmente maschili. Con tutta asseveranza [certezza, NdR] posso attestarvi, o Signori, che vi sono ragazzi cattivi, pessimi: e con ciò non voglio solo accennare a certe discolerie proprie di quell'età e comuni a tutti i paesi – no, voglio, senza restrizione, dire di fanciulli precocemente infangati nel vizio della disonestà. /p. 26/ Guardateli attentamente, ve lo rivelano anche all'esterno: dovrebbero rapire col candor dell'innocenza, col profumo della virtù, con l'ingenuità delle azioni, ma… invece lo sguardo languido, l'occhio smarrito, le labbra smunte, la voce rauca... depongono il contrario: ascoltatene i discorsi... che fetore! quanta oscenità! E la lingua, o Signori, è il termometro del cuore.
    Or le scuole rappresentano il luogo di convegno, il punto di convergenza dei ragazzi di tutte le famiglie e, posto che il male è diffusivo e contagioso, gli scolari si comunicano a vicenda la funesta tabe [malattia degenerativa, NdR] e il modo di logorarsi anzitempo la salute, mentre, solleticando e assecondando sin dai teneri anni le più ributtanti passioni, si predispongono a divenire facili vittime dei vizi più degradanti, principalmente del sodomitico. Esperienza insegni!...
    I maestri certamente non possono tutto quello che vogliono, perché gli alunni si sottraggono per buona parte della giornata e per alcuni mesi dell'anno alla lor vigilanza, e nelle ore che i fanciulli vanno in iscuola risulta molto difficile estirpare ogni cattivo germe gettato nel loro cuore per incuria dei loro parenti o per opera di altri cattivi. Però è sempre vero che, convinti i coscienziosi insegnanti delle incontrastabili verità da me esposte, devono usare la maggiore oculatezza nella sorveglianza e non lasciare mezzo intentato per inoculare negli scolari, con tutta circospezione e delicatezza, un salutare timore pel brutto vizio e pei suoi tristi effetti.

/p. 27/

*
*    *

    Per isradicare dunque, o signori, la mala pianta, è necessaria una energica cooperazione da parte di tutti. È ormai tempo, come vi dicevo, di metter fine agli indugi ed alle esitanze. No, non si tratta più di consigli, di esortazioni, di misure preventive: è già tempo di reprimere il male, di epurar l'ambiente, e subito, per impedire che la brutta gramigna diffonda sempre più le sue propagini.
    E non c'è chi possa esimersi da questo compito, specialmente i genitori, responsabili della condotta e dell’avvenire dei figli, e le Autorità cui incombe l'obbligo di tutelare la pubblica incolumità, il benessere morale, la prosperità materiale del paese.
    Signori, io ripeto in questo giorno il mio grido d'allarme e vi invito ad una coraggiosa ed energica alzata di scudi contro i viziosi che disonorano noi e la patria nostra.
    lo vi invito in nome di Dio, che con la legge naturale scolpita nei nostri cuori e con leggi positive scritte condanna il libertinaggio, sopratutto (sic) nella manifestazione sodimitica (sic).
    Vi invito in nome della morale: questo vizio è di sua natura tale che non sa tenersi celato ed i libertini manifestano la tabe, di cui sono imbrattati, attraverso le parole scurrili, i discorsi osceni, i gesti impudici, le azioni invereconde, sicché il male si propaga col contagio e con lo scandalo piglia tutte le forme, frangendo i vincoli di sangue, violando il santuario della
/ p. 28/ famiglia, rallentando e spesso rompendo la fedeltà coniugale.
    Vi invito in nome della salute pubblica: il vizio sfibra l'uomo, ne ottunde l'energia, ne logora le forze, ci prepara una generazione fiacca e rachitica.
    Vi invito in nome della buona fama e della prosperità materiale della patria nostra. Iddio l'ha ricolmata di bellezze materiali, i secoli l'han<no> arricchita di monumenti artistici, in questi ultimi tempi nell'industria del forastiero ha trovato la sua resurrezione economica: noi quindi, da veri Taorminesi, dobbiamo cooperarci (sic) alla sua maggior grandezza con la bontà dei costumi, che rispecchi nella vita pratica la purezza e lo splendore del nostro cielo.
    Ma non dimenticate, o Signori, che il vizio, già sferzato, radicandosi e propagandosi, va scavando la tomba al benessere ed alla prosperità di essa.

    Ah! Che sarebbe – vi dirò ancora una volta in sul conchiudere perché resti bene impresso nella vostra mente – che sarebbe di questo lembo di Paradiso, come lo si è voluto chiamare, che sarebbe di quell'avvenire dorato e iridescente, che va spiegandosi all'immaginazione di chi realmente ama Taormina, se sopra di essa dovesse un giorno stendersi il funereo lenzuolo dell'oblio, che già cuopre la gaia isoletta di Capri, che pur un tempo formava il soggiorno più gradito del forastiero?[17]
    Signori, non mi dite, no, profeta si sventure: la quistione è supremamente vitale. Io /p. 29/ amo il mio suolo natio, amo la patria mia, e la voglio sempre più prospera, sempre più progredita, sempre più circondata dall'affetto delle nazioni; la voglio sempre il centro di attrazione di gente che vi porti il benessere anche materiale. E perché ho sentito il dovere di dare il grido di allarme, di levare alta la mia voce di sacerdote, di parroco, di cittadino: – e perciò mi protesto pronto, coadiuvato dai miei commilitoni nel Sacerdozio, a lavorare con tutta l'energia dell'anima mia per rimuovere quei nuvololoni che possono offuscare l'orizzonte della suamaggior grandezza avvenire.
    Ma vi ricordo, o Signori, che noi disponiamo solo della forza morale, e se nel grave compito la nostra voce resterà isolata, se non saremo sorretti dalle autorità civili e dalla buona volontà di tutti gli onesti, a poco o a nulla approderà l'opera nostra. Il male diverrà più audace, più sfrontato, sempre più insolente.
    Su dunque all'opera! Insorgiamo unanimi contro il brutto vizio, flagello della società. – Si formi come una santa Crociata contro quella turba di depravati che, dopo aver buttata nel fango la propria dignità, insidiano alla prosperità della patria nostra.
    Preferiamo invece... restarcene sonnolenti e neghittosi?
    Ma allora, o Signori – mi sanguina il cuore a dirlo e Iddio ne sperda l'infausto presagio, – prepariamoci alla catastrofe dell'avvenire!


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L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa pagina, e chi gli segnalerà eventuali errori in essa contenuti.
Note 

[1] Sac. G. Battista Marziani, Parroco-arciprete, Un grido d'allarme all'indirizzo di tutti i taorminesi. Discorso. 14 giugno 1908, Tipografia S. Giuseppe, Messina 1908.
Questo sermone, che però l'autore pretende non essere un sermone, fu tenuto, come rivela l'allusione al "mercato di carne umana", come reazione alla campagna di stampa scatenata da Umberto Bianchi (che usò tale espressione in un articolo), nel maggio 1908, contro il turismo omosessuale a Taormina e soprattutto contro il fotografo Wilhelm von Gloeden, accusato d'esserne l'epicentro, nonché appunto un "mercante di carne umana".
A sua volta Bianchi stava solo importando in Italia il "panico morale" scatenato all'estero dallo scandalo Moltke-Eulenburg.

Questo documento oggi rarissimo è stato scoperto da Mario Bolognari, che ne ha parlato nel suo libro: I ragazzi di von Gloeden, Città del Sole, Reggio Calabria 2012, alle pp. 241-245, e che ringrazio per l'invio della fotocopia che ho usato per questa trascrizione.
Ho trascritto in modo conservativo, mantenendo i refusi e gli errori di lettura introdotti dal proto nel testo.

Lo scandalo coglie impreparati i taorminesi, che per un quarto di secolo s'erano accomodati alla prassi del "si fa, ma non se ne parla". Marziani (un cognome della nobiltà taorminese) è palesemente lacerato fra la tentazione di continuare ad applicare la vecchia strategia (basata sul vecchissimo assunto cattolico secondo cui anche solo a parlare di omosessualità, sia pure per condannarla, se ne favorisce la diffusione, perché si dà l'idea di provarla a chi ne ignorava l'esistenza), e la necessità di reagire al tumulto generato dall'asserita esistenza di un "mercato di carne umana" a Taormina.
L'intervento si bilancia fra le distinte esigenze di salvaguardare sia i "valori tradizionali" cattolici, sia il turismo, vera e propria "industria del forastiero", origine d'uno strabiliante boom economico (peraltro non da sopravvalutare, come ben sottolinea Mario Bolognari nel suo saggio: Falsi miti di Belle Epoque. Ai tempi “felici” del fotografo Wilhelm von Gloeden la Taormina dei poveri emigrava in America, "Illuminazioni", n. 16, aprile-giugno 2011, pp. 13-63). 

[2] Citazione da San Paolo, II Timoteo, 4, 2:  "Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina" (traduzione C.E.I.)

[3] Esilarante il continuo richiamo campanilistico all'invidia delle altre cittadine siciliane, che tutto avrebbero fatto pur di privare Taormina del suo successo, ricorrendo se necessario anche alla calunnia. Paradossalmente l'argomento ritorna anche negli scritti di quanti difesero Gloeden dalle accuse, che le liquidano come frutto d'una campagna di fake news scatenata da cittadine rivali, rose dall'invidia.
E a proposito di campanilismo, si noti come quando Marziani nomina la "patria", non intende l'Italia, ma Taormina.

[4] Non fu una minaccia vana. Nel 1910 troviamo una denuncia contro Gloeden alle autorità di polizia di Taormina  per "pornografia". La vicenda si trascinò senza esito fino a che lo scoppio della Prima guerra mondiale e la partenza di Gloeden dall'Italia non la fecero cadere nel dimenticatoio (la tratteggia brevemente Luigi Tomassini in: Fotografia, pornografia e polizia in Francia e Italia tra ottocento e novecento, "AFT", n. 2, 1985, pp. 46-67, alle pagine 65-67).
Interessante qui notare come la tradizione della  "Lega per la difesa della morale" composta da laici, sia di origine puritanica inglese e statunitense. In altre parole Marziani qui impara dai "forastieri", che esecra, e paradossalmente esce dalla tradizione per salvare la tradizione.

[5] "Degni di tale nome". Nella sua insistenza nel creare un'alleanza politica fra tutti i conservatori di Taormina, laici o cattolici che fossero, Marziani sente lo spirito del tempo, preannunciando quel "patto Gentiloni", che sarebbe stato effettivamente realizzato nel 1913.

[6] In realtà dal 1889 l'omosessualità non era affatto un reato in Italia, motivo per cui i "forastieri" venivano ad esercitarla proprio qui. Ma si sa che un banale fatto non ha mai sciupato una buona tirata omofobica.
Ovviamente è possibile che Marziani alludesse qui in realtà al reato d'induzione alla prostituzione di minori. Reato che non c'è motivo di negare sia esistito, visto come funziona
anche oggi la logica predatrice del "turismo sessuale". Colpisce però il fatto che mai, in tutta l'orazione, si senta parlare dei reati compiuti ai danni di bambine e adolescenti di sesso femminile, quasi che con loro il reato cessasse di essere tale. Del resto il pericolo costituito dai "pederasti" per i bambini è da sempre l'argomento prìncipe di ogni campagna di "panico morale" contro gli omosessuali, anche ai giorni nostri.
Si noti come qui la predazione di bambini scandalizzi (giustamente) Marziani, non perché fossero bambini (la reticenza della Chiesa a combattere la pedofilia è proverbiale anche oggi), bensì perché erano maschi.

[7] "Giornale di Sicilia." (Nota originaria del testo).

[8] "Il concetto con certezza è questo; le parole non sono riportate nella loro integrità perché nella fretta di scrivere il discorso, non ho potuto riscontrare i numeri arretrati del giornale suddetto per rintracciarvi l’ articolo, cui accenno." (Nota originaria del testo).
Il commento sarà ovviamente stato relativo al già citato "Scandalo della Tavola Rotonda", che fece discutere l'Europa intera.

[9] "Il cuore del faraone è ostinato". Esodo, VII,13.

[10] "Guarda la terra e la fa sussultare". Salmo 134, 32. (Traduzione CEI).

[11] "La virtù guida al retto uso dell'oro, – il danaro, usato rettamente, facilita la pratica della virtù". (Nota originaria del testo).

[12] "Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi", Matteo, 19:6(Traduzione CEI).

[13] "Siate fecondi e moltiplicatevi", Genesi 9:1. (Traduzione CEI).

[14] Suppongo intenda dire "rese insensibili". La parola non esiste sui dizionari.

[15] Città che nella Bibbia è simbolo di superbia e malvagità, ma anche luogo dell'esilio degli ebrei dopo la caduta del Primo Tempio.

[16] Sta parlando di sigari. 

[17] Questo giudizio ingigantisce a sproposito l'effetto avuto su Capri dallo scandalo Krupp, del 1902. Ovviamente non è vero che il turismo crollò in seguito ad esso.

 


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