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Videoclip gay.

L'omosessualità nei videoclip musicali -

Parte 4 - (2006-2014)

2007

A cura di Giovani Dall'Orto

2007

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2007 - Algora - "David". Dal Cd: Planes de verano.

Victor Algora è uno di quei fenomeni che da soli spiegano perché l'Italia è l'Italia... ed è in coda all'Europa.
Inizia già giovanissimo a farsi conoscere ed apprezzare come compositore e cantante, e a vent'anni (nel 2004) scrive questa canzone autobiografica che rivela la sua omosessualità, senza vergogne o infingimenti. E senza paure per la carriera... la quale in effetti procede ottimamente e senza contraccolpi.
Perché questa è la cattolicissima Spagna, mica l'Italia avanzatissima che ci hanno regalato i D'Alemi e i Veltroni e i Fassini...

"David" racconta di una storia d'amore che non è riuscita a decollare per la differenza d'età, ed anche l'immaturità d'un partner adolescente-adulto (quanti ne conosciamo, di gay con la sindrome di Peter Pan!):

Il cantante ripercorre con rimpianto e malinconia una storia che a quanto pare avrebbe voluto che continuasse, parlando nonostante tutto con ammirazione e affetto del suo ex ("David è del tipo di ragazzi / che non brillano da lontano: / occorre avvicinarsi di più") rievocando il passato in cui L'ultimo verso m'ha fatto saltare sulla sedia, perché qui stiamo parlando d'un amore gay che possiede anche una sessualità, e di cui si parla come se fosse una cosa normale, proprio come ne parlano gli eterosessuali!
Eh, la cattolicissima Spagna!

Prevedibilmente (visto il tema) la canzone ha un tono melanconico ed intimistico. La musica, imperniata su due chitarre e una tastiera, è sommessa e dolce.
 

 
Il videoclip alterna immagini del bel viso barbuto del cantante con quelle d'un gruppo di amici tristi o in lacrime, uno dei quali appare con insistenza, e con gesti sincronizzati con le parole, tali da poterlo identificare con il David della canzone. Tutto lascia pensare che David abbia potuto, non accettandosi, uccidersi. Ma nella scena finale è il corpo del cantante, ad essere steso su un letto funebre, attorniato dagli amici piangenti -- "David" (o non-David che sia) incluso.
Siccome nei testi delle altre canzoni di Algora non si trova nulla che esalti il suicidio o si compiaccia dello spleen, credo che la scena finale vada intesa come una metaforica "morte spirituale" dal cantante quale conseguenza della separazione, e non come la messa in atto d'un suicidio.

Questo video appartiene a quelli in cui la bellezza della canzone (sia della musica che del testo, senza contare quella della voce calda e ben modulata di Algora) spicca assai più di quella delle immagini.

C'è da dire che il filmato è stato girato a budget zero (una lampada, uno sfondo nero, e un gruppo d'amici) e che anche l'arte, per volare, ha bisogno di carburante... Ed anche i miracoli riescono solo una volta ogni tanto... se no non sarebbero miracoli!
La modestia estrema dei mezzi, insomma, qui si sente decisamente; tuttavia il regista ha fatto un lavoro dignitoso col poco che aveva, contribuendo all'atmosfera quieta e nonostante tutto serena che la canzone trasmette.
 

 
Il video è uscito in contemporanea col disco nel 2007, e non ha goduto di promozioni particolari, tuttavia ha beneficiato d'un crescente successo "virale", "di bocca in bocca", come dimostra il fatto che sta apparendo su sempre più siti a partire dal 2009/2010.

È insomma un brano da ascoltare rodendosi d'invidia per il fatto che i paesi cattolicissimi riescono ad avere artisti come questo, mentre noi dobbiamo accontentarci di Povia e Renato Zero...

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2007 - Algora - "Paraaguas". Dal Cd: Planes de verano.

È stato girato con pochi mezzi, questo video, che consiste unicamente in una serie di primi piani di persone che cantano o ballano sulle note di questa canzone d'amore dal testo un po' ermetico:

Piovono oceani anziché pioggia (...)
<e> tu sei il mio ombrello;
(...)
e ti sto aspettando in una stazione sconosciuta
e tu mi aspetti a tua volta,
(...)
ed io ti amo da questa stazione sconosciuta
e tu mi ami a tua volta.
Algora è gay dichiarato, ed ha già prodotto piccoli capolavori esplicitamente gay come "David", quindi la scarsa visibilità del tema gay (mai esplicito nel testo, giusto accennato nelle immagini) non sarà attribuibile a reticenza, quanto alla scelta estetica ultra-minimalista ed un poco ermetica che sta alla base del filmato.
In esso, a parte il chitarrista che bizzarramente suona nudo (ma schermato dalla sua chitarra), appare un eccentrico personaggio a torso nudo, con barba e pesante trucco femminile, che posa abbracciato a un bel ragazzone anch'egli a torso nudo ma col volto coperto da una maschera da coniglio.
Alla fine il ragazzo si toglie la maschera, e appare il volto del cantante.
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Amo la melodia di questa canzone ed amo il modo di cantare e la voce di Algora.
Al contrario il testo, più che poetico, m'è parso semplicemente aggrovigliato, e basta.
Infine il video, nel suo minimalismo, è semplice, ma a tratti sembra solo quel che è: ridotto all'osso e girato con quattro euro.

Quindi, per quanto io sia convinto che Algora possa piacere a molti - perché, insisto, è bravo - questo video non può certamente rientrare fra i clip a tematiche gay più significativi del 2007.
Peccato.

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Copertina del single Jesus is gay

2007 - Gaël - "Jesus is gay" (single)

Gaël Hausmann è un artista francese assolutamente bizzarro (nota: non è lui il protagonista di questo video: lui è il sacerdote che appare di tanto in tanto, illuminato dalla luce a scacchi del confessionale), affezionato all'idea vecchia ma pur sempre feconda secondo cui un artista deve saper "scioccare i borghesotti". Quindi gli va a fagiolo trattare spesso e volentieri la tematica gay nelle sue canzoni...

Certo, questo suo video intitolato "Jesus is gay" ("Gesù è gay") è destinato a scioccare non solo i borghesotti, ma anche e soprattutto le chierichecche, ma tant'è: in fondo anche "scioccare le chierichecche borghesotte" appartiene doppiamente alla missione dell'artista...

In realtà l'accostamento fra le parole "Gesù" e "gay" è tutt'altro che originale, al punto che come precedenti canzonettistici posso citare:

-- e questo elenco non è completo!

Ciò detto, il regista (Jodel Saint-Marc) ha saputo andare al di là della ricerca dello scandalo facile e scontato, con un video che suona molto più come critica al mondo omosessuale che al cristianesimo e alla sua omofobia - e questo in parte anche grazie al testo, scombiccherato e privo di logica, ma nel suo modo contorto e lunatico intenzionato a muovere proprio questo tipo di critica.

Il video ha per protagonista un ragazzo che è la quintessenza del sogno dell'angelo efebico, a quanto pare (dalla scena iniziale) letteralmente evaso da una stanza (di seminario...?) in cui consumava il tempo studiando ossessivamente Gesù.
Attraverso la finestra aperta è fuggito nel quartiere gay di Parigi, il Marais, ben riconoscibile dalle targhe delle vie (e il regista si diverte a scegliere quelle con assonanze cristiane, per esempio rue Sainte-Croix de la Bretonnerie -- cioè "Santa Croce dei Bretoni") e dei locali.

Nel testo, che è un delirio di frasi francesi e inglesi mischiate probabilmente sotto l'influsso di un acido decisamente potente, emerge il parallelo fra dolore e piacere ("Innocente, brutta piccola cosa / indecente / sexual addict / lei discende, feticcio di Higher Street / uniforme: spina-bikini / solo un chiodo, arrossire di piacere / il dolore, la frusta, ed il cuoio"), ma anche la confusione fra sesso gay e martirio di Gesù (un brevissimo flash mostra in effetti il biondo protagonista in un bar gay, circondato dagli avventori nelle pose dell'"Ultima Cena").
Il protagonista infatti "come una cagna / dominata sulla croce, ama se stessa / (...) / Salomè / nelle paludi...", dove "paludi" (marecages) suona esattamente (lo sottolinea un eco su "cages") come "Marais-cages", "le gabbie del Marais".
E nel video il modello (strepitosamente bello, quasi un pornoattore del buonanima Cadinot) esplicita il concetto aggirandosi per il Marais (-cage..), dividendosi equamente fra chiese e locali gay, entrando in un bar gay, nel quale sogna il bacio di un atletico nero che lo spoglia, per concludere in un'orgia per strada dove tre persone lo appoggiano a un muro e finalmente fanno di lui una vera donna... o qualcosa del genere. In questa scena il ragazzo alza a poco a poco le braccia, fino a trovarsi "crocifisso" contro il muro proprio nel momento in cui il terzetto di amanti è occupato a, e preoccupato di, fargli vedere il Paradiso.
 

Un'immagine da Jesus is gay

Non penso che il parallelo fra sesso e crocifissione esprima il pensiero del cantante: penso illustri piuttosto il "vissuto" dell'angelica chierichecchina, che per raddoppiare il piacere prima gode a godere, e poi gode a confessare masochisticamente al parroco l'intensissima sofferenza spirituale che l'eicaulazione pirotecnica ha provocato alla sua anima tanto spirituale e sublime... La solita furbastra.
In tale lettura del video sono confortato dal fatto che il regista utilizza e cita, all'inizio e nella conclusione, un'opera d'arte intitolata "Christ on the finger cross" (Cristo sulla croce di dita"), in cui il corpo di Gesù è delineato da dita - che lo toccano. E l'inquadratura conclusiva mostra proprio la mano che tocca (e copre) il sesso del Crocifisso.

Non posso che esprimere ammirazione per il modo in cui il regista ha saputo evitare la tentazione di sfruttare lo scandalo a buon mercato dell'abusato accostamento Gesù/gay per smerciare la canzone. Per qualche minuto ho temuto infatti di vedere  un Gesù che frullava la lingua sul velopéndulo di san Giovanni, scena di cui sentivo il bisogno quanto di un ascesso infiammato sul popò.
Al suo posto ho trovato una riflessione non banale (anche se eccessivamente ambigua) sul modo in cui le chieri-checche vivono la loro omosessualità, lacerate fra sensi di colpa, frenesie erotiche senza limiti e senso, e demenziali tentativi di "omosessualizzare" il cristianesimo (una religione che non sa cosa farsene di loro da quando il costo del petrolio è sufficientemente basso da evitare di bruciare vivi i froci per riscaldare le chiese).

Aggiungerò che il video vanta maggiore coerenza narrativa della canzone stessa, il cui testo scombinato non riesce ad esprimere un concetto di senso compiuto che sia uno (ciò che implica che è moooooolto "artistica", suppongo), della serie: "Stella gay, vita gay, vita gay, universo gay, / rock gay, cazzo gay, gay sull'asfalto / miele gay, bono gay, gay in un monaco / (...) / Re gay, gay nella notte... / Gesù è gay."
Come dire: l'omosessualità di Gesù è un elemento a cui si arriva attraverso un'argomentazione assolutamente stringente...

Resta ancora da dire della musica, che è ballabile, estremamente orecchiabile e ben arrangiata, in stile un po' electro-pop.
Il motivetto è gradevole e accattivante, anche se nella sua semplicità difficilmente avrebbe attratto l'attenzione di chicchessia (me compreso) se non fosse stato per il titolo e per il ritornello che insistono sul fatto che: "Jesus is gay".
Ma il fatto che il regista abbia saputo valorizzare, attraverso un video azzeccato, una canzone non memorabile, non mi pare decisamente sia un torto. La canzone non ci dice nulla né sull'omosessualità né su Gesù, mentre il video, nel suo piccolo, qualche emozione ce la concede. Decisamente da vedere, o su Youtube, o sulla pagina Myspace del regista.

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2007 - Grasso, Gabriella - "Come un dessert" (singolo).

Di fronte a una canzone con un testo esplicito quanto questo, nel quale la cantante dichiara alla donna amata che vorrebbe gustarla "come un dessert", il regista a cui ci si è affidati per il videoclip ha tre scelte: o far finta di nulla (e fino a poco fa i videoclip italiani prediligevano questa scelta), o assecondare il testo limitandosi a tradurlo in immagini, o rilanciare, superandolo in audacia o in fantasia.

Il regista di questo clip ha (ed era ora!) scartato decisamente la prima ipotesi: anzi, il testo della canzone non specifica il sesso della persona amata, ed è quindi solo dalle immagini del clip che scopriamo che si tratta di una donna!
Non ha però scelto con decisione fra la seconda e la terza ipotesi, parcheggiando così il video in un limbo a metà strada fra le due (e con una preferenza visibile per la seconda).

Da un lato infatti traduce in immagini, compiacendosi di farlo nel modo più letterale possibile, i suggerimenti dati dalle parole della canzone, mostrando una bella donna mentre fa il bagno... nel caffè, o addirittura stesa su un tavolo mentre la cantante la cosparge di crema e la guarnisce di fragole, panna, e... petali di rosa bianca.
Dall'altro ambienta l'episodio all'interno di una féerie un po' surreale, con un gruppo di amici (sia donne che uomini) riuniti per una cena molto elegante, dove oltre al dessert "anomalo" vien loro servito un liquido sciropposo che suscita calori e pruriti, e che li spinge a manifestare un certo disagio. Da parte sua, la donna che serve questa pozione amorosa civetta seducente con lo sguardo con tutti loro, sia uomini che donne.
Alla fine il regista scioglie l'enigma mostrandoci come tutto fosse in realtà una fantasia erotica della cantante, che spegne la radio che stava ascoltando e si alza per andare ad aprire agli ospiti (o all'ospite) in arrivo.

Il video si segnala per una conduzione diligente, che è il suo pregio ma anche il suo limite. Il regista ha scelta deliberatamente di non "strafare", e mantiene in modo ferreo la narrazione lungo i binari prudenti dell'allusivo e del surreale.
Daltro canto è innegabile che questo video definisca in modo esplicito quale sia il tipo di amore (lesbico) che aveva in mente l'io narrante. E lo fa senza le contraddizioni e le reticenze d'un video come Gino e l'alfetta, che è dello stesso anno (ed è orribile).
Dopo tutto, se l'esito finale è surreale, ciò si deve anche al testo della canzone, basato interamente sulla metafora del "mangiare" la donna amata!

Tutto considerato, allora, questo è un video che merita d'essere visto, anche per la bravura della cantante e l'allegria della musica.
Certo, si sarebbe potuto fare di più, con il materiale e i talenti a disposizione, ma anche così si tratta pur sempre di un buon videoclip, ben riuscito. Non un capolavoro, ma un buon prodotto, una spanna avanti a certi prodotti italiani di quel periodo.
Consigliato.

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2007 - Narcys - "Toi t'en rêves" (versione integrale). Dal Cd: Toi t'en rêves.

Di questo videoclip esistono due versioni: quella "censored", che è stata trasmessa in tv, e quella integrale, che è stata vista solo in Rete, grazie alla pagina Myspace dell'allora sconosciuto cantante Narcys, bisessuale dichiarato.

La canzone che entrambi i video illustrano (molto bella e cantata con una voce gradevole) tratta del tema della transessualità nell'infanzia: "Tu sogni di mostrar loro chi sei / e soffri da morire per il fatto di non poter esistere".

La canzone si rivolge col "tu" a un ragazzino che da piccolo era perplesso quando un altro ragazzo ("lui") voleva essere un cowboy mentre egli giocava con le bambole, e si sentiva simile a sua madre e non a suo padre. Entrambi sono cresciuti, e

Su queste premesse il video ha costruito una storiella graziosa (anche se decisamente confusa) utilizzando i pupazzetti tipo "Lego" e la videografica.
Siamo in una fabbrica automatizzata che produce pupazzetti/esseri umani. Il nastro trasportatore porta al suo destino un nuovo carico di materiale grezzo, privo di connotati e colore, salvo un unico esemplare, che è già cosciente di sé e si guarda attorno curioso.
I pupazzetti passano attraverso il "normalizzatore" (e il pupazzetto-protagonista riesce a schivarlo), e poi premono il bottone per la scelta dell'identità di genere (indicata erroneamente in inglese maccheronico come "sex identity"), uscendone colorati di rosa o blu, e con vestiti e chioma adatti al sesso prescelto. Il protagonista, invece, inizia a giocare con la macchina premendo entrambi i bottoni, causa un errore, e ne viene fuori mezzo rosa e mezzo blu. (Noterò qui solo di passata l'equivoco ideologico, che potrebbe  essere non involontario dato che è propugnato dalla cosiddetta Queer theory, secondo cui uno l'identità di genere, cioè il fatto di sentirsi uomo o sentirsi donna, se la può scegliere. Ma potendo trattarsi di una semplice licenza narrativa, lascerò correre).

Il passo successivo è la seduta d'Educazione.
Un documentario educativo mosta che l'eterosessualità è YES, mentre sono NO l'omosessualità, le coppie inter-razziali e i rapporti a tre (e qui il documentario mostra pupazzetti impegnati in atti sessuali espliciti, cosa che ovviamente in tv non poteva passare liscia).
Il nostro pupazzetto disapprova questa visione delle cose, scuotendo vigorosamente la testa di fronte agli YES e approvando di fronte ai NO, ma tutti gli altri annuiscono e negano in perfetta sintonia col filmato.

Finita la programmazione, il nuovo carico esce dalla fabbrica. I maschi dalla porta dei maschi, le femmine da quella delle femmine, e il nostro pupazzetto da quella degli errori.

Restato solo, si guarda attorno desolato.
Ma ecco che dalla fabbrica esce un altro pupazzetto, con la gonna blu e i pantaloni rosa.
È amore a primissima vista, nonché lieto fine.

Il messaggio del video è sufficientemente chiaro da non avere bisogno d'ulteriori commenti. È palese che qui s'è voluto dare un messaggio positivo sul diritto alla differenza sessuale, nonché una critica al conformismo alienante di quella che Mario Mieli chiamava "edu-castrazione".
Ciononostante lascia perplessi la confusione mentale che il video esprime a proposito delle diversità d'identità di genere.
Diciamo che l'ideologia del paradigma eterosessuale è così forte che neppure parlando d'una critica ad esso si riesce ad uscirne. Perché l'omino col maglione rosa e i pantaloni blu alla fine troverà la donnina con la gonna blu e i pantaloni rosa, e la polarità eterosessuale maschio (sia pur "sbagliato") e femmina (sia pur "sbagliata") in questo modo viene ricostruita laddove tutto, nel video, lasciava pensare che fosse di transessualità che si stesse parlando.
E in effetti la canzone di questo parla, mentre il video al più tratta di eterosessuali non perfettamente conformi ai ruoli maschile/femminile imposti dalla società.

In altre parole il video ha, come mille altre volte, ahinoi, "eterosessualizzato" il messaggio del testo della canzone. Magari senza neppure accorgersi di averlo fatto.

Devo comunque ammettere che il bilancio su questo clip non è negativo.
Da un lato, infatti, chi non sapesse il francese può comunque godere il video (che è molto grazioso e realizzato con cura e senso del ritmo) come una critica alla rigidità dei ruoli sessuali per maschi e femmine, ed effettivamente letto in questa prospettiva il video sta perfettamente in piedi.
Dall'altro lato, poi, il video ha inserito una sezioncina sulla sessualità e la famiglia omosessuale che non era presente nel testo della canzone, il che in qualche modo funziona da risarcimento per quanto è stato tolto...

Ciò detto resta comunque interessante rimarcare quanto sia difficile, per la mentalità eterosessuale, riuscire a entrare nel fenomeno della transessualità e dell'omosessualità, che senza volerlo vengono lette in chiave di un "terzo sesso" che è una "via di mezzo" fra i comportamenti eterosessuali maschili e femminili, come in questo clip.
Per fortuna i pregi della canzone e del filmato d'animazione sono tali da meritare comunque (e da far consigliare agli amici) la visione di questo video.
 
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2007 - Perfume genius - "Gay angels". Poi nel Cd: Learning (2010) col titolo: "No Problem (with gay angels)".

Questo video autoprodotto, di un minimalismo esasperato, accompagna un testo cantato in sottofondo in modo poco comprensibile (ma riportato in sovraimpressione) che parla di "angeli gay": "Io vi sento. / Il mio Vero Amore chiama, / Angeli gay chiamano / e cantano: / "Vi amiamo esattamente come siete".
La parte visuale ha la genialità delle cose ridotte ferocemente all'essenziale. L'immagine è infatti la ripresa di una persona dal volto coperto, vestita d'una tuta che la copre interamente, di colore rosa-femminuccia ma splendente e luminosa (caratteristica che richiama gli angeli del titolo).

Nel corso della canzone la creatura angelica si sveste a poco a poco e con difficoltà dell'abito rosa, rivelando al di sotto una tuta di colore grigio, smettendo in questo modo d'essere del colore d'una femminuccia, ma al tempo stesso anche d'essere splendente e sovrannaturale.
Credo che la metafora (vestito rosa splendente = omosessualità) sia sufficientemente chiara da non richiedere commenti.
Io ho trovato questo umile filmato, "fatto in casa", della semplicità e grandezza dei "classici".

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Un fotogramma dal video ''What what'' di Samwell.

2007 - Samwell - "What what (in the butt)" (single).

Questo divertente video camp è stato il primo, fra quelli a tematica gay, a comprendere le potenzialità offerte da un nuovo sito lanciato l'anno precedente (2006), Youtube., che permettevano di aggirare il problema della censura Tv sui video a tema esplicitamente sessuale.
Esso è infatti nato espressamente per la Rete, dato che le parole escludono a priori la sua apparizione in Tv:

Ebbene: contro ogni più rosea previsione dei creatori, alla data del luglio 2010 il video aveva ricevuto lo sproposito di trenta milioni di visite su Youtube. Molte più di quanto gli autori s'aspettassero, tant'è che la boutade visiva della croce ardente che apre il filmato, che sarebbe passata sotto silenzio se il video non fosse diventato così celebre, è motivo d'imbarazzo ora che il clip è una celebrità mediatica (il sesso è ormai un mercato ed è quindi ok esibirlo, la religione invece è un tabù e quindi non è affatto ok criticarla).
Tant'è che per cercare di mettere una toppa sul buco viene ora ridicolmente spiegato che si tratta d'una dichiarazione visiva sulle credenze spirituali di Samwell. (Infatti è palese a tutti che il posto migliore per esprimere la propria spiritualità è una darkroom...).
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Un fotogramma dal video ''What what'' di Samwell.

Il filmato è fatto con pochi mezzi ma è ben curato. Presenta il cantante in tre diverse acconciature da "cuccatore" da discoteca (una della quale esibisce la scritta "what what" in borchie metalliche sul sedere), esibite in contemporanea, mentre balla e canta su uno sfondo modificato di continuo da effetti di computer-graphic.
Il risultato è più che dignitoso, e la sfacciataggine camp del cantante, un negretto "convinta" al 101%, è assolutamente spiazzante, e molto divertente.

Questo spiega il successo straordinario del video, che è diventato un "fenomeno mediatico" grazie ai soli mezzi della Rete, al punto da meritarsi una parodia nel cartone animato South Park.

Se sapete l'inglese e v'interessa un'intervista con l'autore che commenta le reazioni suscitate da questo bizzarro video, la trovate su Youtube.

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2007 - Silvestri, Daniele - "Gino e l'alfetta" - da - Il latitante.
Il video tratto da questa canzone è paradigmatico del "panico da omosessualità" che il solo nominare la parola scatena nel mondo dei cinematografari italiani. Il quale, a giudicare dalle prove negative che ha continuato a collezionare in tutti questi anni, per omofobia è secondo solo alla Chiesa cattolica, e precede, sa pur di poco, il  mondo della moda. (E quando uno si chiede cos'abbiano in comune queste tre realtà la risposta è semplice: attirano come calamite i froci incapaci di accettarsi come tali, e che quindi odiano con ferocia chi non è represso come loro: da qui la loro pervicacia nel cercare di dare la peggiore immagine possibile di "quelli là").

La canzone in sé è perfettamente ok: il testo racconta d'un uomo, non è chiaro se gay represso o bisessuale, che finalmente sembra rendersi conto del fatto che un certo Gino possa "dargli di più".
Un po' meno ok è il modo in cui si relaziona con la sua ragazza, che rassicura: "Maria, sei sempre mia, / sei l'unica possibile", salvo poi aggiungere l'inevitabile "ma": "ma di Gino io mi fido un po' di più: / lui mi conquista / e mi rilassa; / Gino ha i miei stessi punti di vista, / e per adesso mi basta". Occorrerebbe capire se ciò "basti" anche a Maria, ma è notorio che della sorte e del punto di vista delle donne che hanno avuto la sfortuna d'inciampare in un uomo gay velato o "bisex", come partner, la canzonetta italiana s'è disinteressata, diciamo, fino al 2010/2011.

L'io narrante comunica ai presenti che deve andare, che ha fretta, perché questo Gino lo aspetta dentro la sua Alfetta, sfuggita miracolosamente alla rottamazione, ma a lui va bene così:

Naturalmente questa rivelazione porta con sé le ovvie domande da parte degli amici con cui si sta parlando l'io narrante, che se non altro hanno il diritto d'essere stupiti, dato che l'io narrante continua a tenere il piede in due scarpe, per via di Maria.
Lui comunque, che ha ancora la testa non troppo lucida relativamente a quel che è, non sa dare una risposta, ma si produce nel numero del "sono gay, cazzi miei, va bene? Anzi non lo sono, anzi sì, anzi no, anzi sì".
Ok, abbiamo capito che il ragazzo ha ancora bisogno di un attimino di tempo per riflettere chi sia e cosa voglia. Augurandogli che non faccia la fine, tipicamente italiana, di chi conclude che froci sono coloro che vanno a letto con lui, mentre lui è normalissimo o "al massimo, biseccs".
Per ora si difende però abbastanza bene, fatto salvo l'ipocrita rassicurazione a Maria sulla sua "unicità": Diciamo che il punto di vista espresso dall'io narrante è piuttosto chiaro, per quanto riguarda i diritti delle persone gay, e che Maria è stata infilata nella canzone come "donna dello schermo", come omaggio all'ideologia dell'eterosessualità obbligatoria.
La canzone ha insomma alcuni punti d'ombra, ma è la vita stessa ad averne.

Se però si passa al video, l'ombra dilaga e conquista lo schermo.
Perché la storia d'amore con Gino svanisce nel nulla, e si trasforma in una storia di furto d'automobili ai danni dell'Alfetta. Sì, avete letto bene.
La storia per immagini vede due colleghi (secondo Wikipedia, due poliziotti in borghese di pattuglia assieme) che evidentemente praticano il car sharing, uno dei quali va a prendere al mattino presto l'altro con l'Alfetta, e un Daniele Silvestri che si rassetta in una stazione di servizio. A un certo punto due "donne", alle sue spalle si mettono a urinare in piedi negli orinatoi, e già questo "butta male".

Fra i due amici esiste una tensione latente, dato che uno dei due palesemente innamorato dell'altro, Gino, e trasalisce ogni volta che l'amato lo tocca in un gesto amicale, che per lui è qualcosa di più.
A Daniele Silvestri viene rubata l'auto, e allora che fa? Ruba a sua volta l'Alfetta, lasciando i due a piedi. (Due poliziotti che lasciano l'auto aperta e con le chiavi inserite? Mah!).
I due colleghi trovano una borsa dimenticata dal ladro, che contiene il manifesto con il quale Silvestri aveva annunciato che avrebbe partecipato al Roma Pride di quell'anno (e qui l'innamorato-di-Gino ha un sorriso di sollievo nel vedere dove stanno per andare) per girare le riprese di questo video.
I due amici vanno al Pride, trovano Silvestri, lo tirano fuori dalla macchina e l'innamorato-di-Gino ha un gesto d'intimità col ladro bevendosi l'aranciata che Silvestri aveva in mano mentre guidava l'Alfetta al Pride. Gino lo guarda sconcertato, e l'innamorato sorride soddisfatto di sé e della propria "prodezza".

Come si vede, il video contraddice completamente il testo della canzone. Com'è d'abitudine nei clip italiani di canzoni che potrebbero anche lontanamente essere sospettate d'essere gay-friendly.
Da seduttore che "conquista" l'amico, Gino è trasformato in ignaro oggetto d'un amore inconfessato e inconfessabile.
Da strumento che facilita gli amori fra i due, l'Alfetta è trasformata in refurtiva.
Da persona che affronta gli amici per ammettere con loro quel che è, l'io narrante diventa uno che si tiene dentro tutto e lo nasconde.

Ovviamente, a questo punto, restava il problema non piccolo di spiegare il ritornello "sono gay, sono gay, sono gay", e qui è entrato in gioco il Roma Pride 2007, che visto così è una roba che non si capisce cosa c'entri. E infatti non c'entra, ed è stato infilato per negare quel che la canzone affermava. Gli altri, quelli del Pride, sono gay, ma Gino e l'io narrante, no...

Non ho voglia di perdere tempo a commentare queste scelte di regia. Che si riducono tutte ad una sola: il regista aveva per le mani una relazione gay, con i suoi problemi, ma anche col necessario coraggio per mostrarsi al mondo. Ha scelto di censurarla. Come al solito.

L'Italia è una nazione in cui i dirigenti televisivi teorizzano apertamente il dovere di censurare qualsiasi riferimento alle coppie e ai matrimoni gay. Anzi, è l'unica nazione europea in cui ciò avvenga.
I registi italiani, per quante arie di "artisti liberi" si diano, non sono più liberi, e più degni di dirsi artisti, di quanto non lo siano questi dirigenti televisivi, che a tutti gli effetti possono essere considerati fascisti, perché gestiscono la televisione come ai tempi del MinCulPop: a colpi di veline dal Palazzo (per chi se lo fosse scordato, le "veline" erano esattamente questo, e non vallette televisive).

Può darsi che un Paese alla fine abbia sempre "i politici che si merita", tuttavia a volte riesce almeno a consolarsi con "gli artisti che non meritava". Ma palesemente, purtroppo, questo non è il caso dell'Italia.

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2007 - Sirpaul - "Do U". Dal Cd: Objectified.

Per questo "tormentone" electropop da discoteca, di qualche successo internazionale, ecco un altro videoclip che si rivela "vincente" grazie alla forza d'un paio d'idee semplicissime ma azzeccate. Nessun bisogno d'investire quintilioni di dollari e una troupe con quaranta ballerini e dodici elefanti, qui.

La prima idea è il look del cantante, un bel giovanotto italoamericano palestratino, certo, ma come tanti altri -- anzi, visto l'andazzo generale, esattamente come tutti gli altri. Farlo cantare a torso nudo è stato quindi un "minimo sindacale", per gli standard correnti. Tuttavia leggendo i commenti su Youtube salta subito all'occhio come il look da "nazareno" (capelli lunghi fino alle spalle e barba e baffi) abbia attratto attenzione e consensi, oltre che molti commenti sulla bellezza di Sirpaul. Che con quel look insolito effettivamente spicca e "spacca" nella massa.
 

 
La seconda idea è il raddoppio dell'immagine del cantante per creare un faccia-a-faccia seduttivo molto divertente. Il merito della riuscita va in parte anche a Sirpaul, molto bravo a reagire a tono, gigioneggiare, flirtare, sorridere malizioso, abbassare gli occhi intimidito, o al contrario fissarli con intenzione in quelli della "controparte". Una perfetta scena di seduzione omosessuale (il "messaggio" della canzone è "I wanna do u", "Io ti voglio fare"...), nella quale a chi guardasse distrattamente il video per la prima volta potrebbe sfuggire il fatto che si tratta d'una persona  che corteggia... se stessa.

Si tratta solo d'una boutade, per carità. Lo "scherzo" è far credere che sullo scherno ci sia una coppia omosessuale intenta a corteggiarsi, mentre invece si tratta d'una persona sola. Ma è significativo il fatto che ormai sia possibile proporre "scherzi" di questo tipo, senza essere terrorizzati dall'idea che da questo video qualche distratto potrebbe concludere che il cantante è gay perché lo ha visto in un clip mentre corteggiava un uomo...

Bravo Sirpaul, e bravo anche il regista, che ha creato un video azzeccato (ma risparmioso) grazie a giusto due buone idee e quattro effetti grafici.

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2007 - VonTanner, Chris - "So gay?". Dal Cd: So gay?

Questo non è tanto un vero e proprio videoclip, quanto l'illustrazione (per quel che ho capito, realizzata dalla stessa coppia di cantanti/attori) della canzone d'una coppia di cabarettisti gay, Chris Tanner e Michael Vaughn, che quando lavorano assieme firmano col nome d'arte collettivo  "Chris VonTanner". Le immagini si limitano infatti a commentare passo per passo il testo umoristico, che è il vero fulcro della canzone.

Siamo di fronte a una satira dei tipici argomenti che tutti i genitori di figli gay, in gradi diversi, hanno usato di fronte alle manifestazioni della diversità della loro progenie (anche se in questo caso siamo di fronte a un travestito, che è un piatto decisamente più duro da digerire per uno stomaco materno):

"Perché devi parlare in quel modo?
E perché devi camminare in quel modo?
Perché devi dire quelle cose?
E perché indossi così tanti anelli?
(...)
A me vanno bene, a patto che non ostentino.
Perché devi essere così gay?"
(e una scritta nel video replica: "Perché lo siamo!").
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I due cabarettisti, l'uno dotato d'una coloratissima parrucca creata digitalmente per ricoprire il ruolo della madre, l'altro nel ruolo del figlio che dialoga con lei (e conclude esasperato sbottando "Mamma, per favore, stai zitta!") si divertono a raccogliere le uscite più o meno infelici sull'omosessualità pronunciate dalla madre di Michael.

Mi riesce difficile definire questo filmato come un videoclip a pieno titolo, perché vi si fa ampio uso di fotografie, per quanto ritoccate e "mosse" digitalmente. Peraltro la qualità del prodotto è buona, nonostante sia impossibile non notare il fatto che è stato realizzato con un budget di due dollari o poco più.

Il solo vero problema, che purtroppo diventa una controindicazione, è che la canzone si regge interamente sul testo, dato che la musica è giusto un motivetto elementare, le capacità canore non sono quelle di Pavarotti, e le immagini, come detto, sono giusto un accompagnamento al testo.
Chi non capisce l'inglese avrà quindi serie difficoltà ad apprezzare il video. Chi invece lo mastica lo troverà, penso, decisamente divertente, o se non altro originale.

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