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INSEGUENDO VON GLOEDEN

Biografia per immagini di un fotografo e della sua città.
 
di: Giovanni Dall'Orto

[Fare clic qui per l'indice delle pagine su Gloeden nel presente sito].


Indice:


Von Gloeden era un fotografo, dunque nella condizione ideale per lasciare un ampio corredo d'immagini a ricordo della storia propria e di quanti lo circondarono.
Per ricostruire la sua figura, e quel pezzo di storia gay, ma non soltanto, che si svolse a Taormina nei decenni in cui Gloeden ci visse, ho pensato che il metodo migliore fosse un "tributo in immagini". Grazie a due viaggi recenti a Taormina, più che raccontarvi una storia posso mostrarvela.

Un ringraziamento a Malcom Gain di Parigi, che mi ha messo a disposizione la sua collezione gloedeniana e la sua consulenza per scrivere queste pagine.


I ritratti di Gloeden (1856-1931) [1].

Nato in Germania, Wilhelm von Gloeden (1856-1931) frequentò per qualche tempo la scuola d'arte per diventare pittore, ma non riuscì a completare gli studi perché colpito dalla tubercolosi. 
Su suggerimento del collega d'arte Otto Geleng, il ventiduenne Wilhelm partì alla volta di Taormina, nel 1878, per cercare di curarsi. 
Guarito, si sarebbe stabilito nella località che lo aveva salvato, fino alla morte.

Nei primi anni del suo soggiorno Gloeden viaggiò per l'Italia e per un certo periodo visse addirittura assieme a Francesco Paolo Michetti, pittore affermato nonché fotografo dilettante, che secondo la stessa testimonianza di Gloeden lo incoraggiò a proseguire il lavoro iniziato nel campo della fotografia, salutandolo (e a ragione, in questo caso) come vero artista (Matteucci, p. 401[2]).

Gloeden era nato da una famiglia ricca e introdotta a Corte, anche se non tanto nobile quanto egli pretendeva presentandosi come "barone": lui e suo padre non appaiono infatti in alcun albero genealogico dei von Glöden. 
E non certo per dimenticanza: Peyrefitte (p. 143), ci fa sapere che il titolo fu de courtoisie, ovvero concesso (secondo una tradizione prussiana e anche inglese) in soprannumero rispetto al numero massimo che ogni signore feudale dell'impero tedesco aveva il diritto di concedere. 
Un titolo decorativo, dunque, ma privo di valore effettivo in Germania, a differenza di quello della madre, discendente dell'aristocrazia baronale degli Hammerstein.

Gloeden a Taormina visse oziosamente di rendita fino al 1895, dilettandosi di pittura (con risultati alquanto scarsi) e fotografia. 
Quando però nel 1895 per motivi politici il patrigno si vide confiscare tutti i beni e finì in carcere, quello che era stato un hobby divenne per necessità - all'età di quarant'anni - una professione. 
Il resto è storia.

Di lui è stato scritto:

Cinquant'anni di vita taorminese ruotano attorno a questo singolare personaggio: Roger Peyrefitte ne ha raccontato in parte la storia nel romanzo Eccentrici amori: prima che per i nudi degli efebi agghindati con corone di lauro, Gloeden fu famoso per le sue stranezze, le bizzarrie di vita. Amava, per esempio, fare in casa il bagno con acqua di mare, e ogni giorno schiere di ragazzotti (ben pagati) rovesciavano nella vasca grossi barili riempiti <al mare sottostante la collina di Taormina> e trasportati quassù a spalla.  (...)
I "peccati" di Taormina, sui quali si è tanto fantasticato, sono nati con lui. Le notti di follia in casa Gloeden (per soli uomini, è il caso di ricordarlo) stavano alla pari con quelle che a Capri divoravano l'esistenza di Fredrich Krupp. (...) 
La quieta Taormina (...) fu letteralmente sconvolta da questa ondata di follia gay (per usare un termine di moda oggi). (Saglimbeni, pp. 32-33).
     
    Autoritratto di Wilhelm von Gloeden dipinto verso il 1880/85.
    Il celebre autoritratto di Gloeden come "Nazareno", del 1890 circa.
    Autoritratto di Gloeden in travestimento da arabo, del 1890 circa.
    Autoritratto di Gloeden travestito in abiti turcheschi, circa 1890.
    Autoritratto di Gloeden travestito da devoto cattolico in processione (Gloeden era protestante!), attorno al 1890. Il sacerdote che gli è accanto è don Intelisano, parroco di Castelmola e suo amico intimo.
    Gloeden 35enne nel celebre autoritratto "ufficiale", per la rivista "Photographische Correspondenz", del 1891.
    Gloeden assieme ad amici nel 1894, all'inizio del periodo di massimo fulgore della sua vita.
    Foto di anonimo, dell'ultimo decennio del XIX secolo: il fotografo Giovanni Crupi (vedi sotto) e Wilhelm von Gloeden sulla scalinata della villa di Gloeden a Taormina.
    Gloeden, un po' dandy, in compagnia ancora di don Giuseppe Intelisano, parroco di Castelmola. Dettaglio da una foto di Giovanni Crupi.
    Un secondo scatto di Crupi a Gloeden in compagnia di don Intelisano. L'immagine è stata colorita a mano in un secondo tempo per trarne una cartolina.
    Dettaglio dall'originale dell'immagine precedente.
    Gloeden in un ritratto (giovanile!) pubblicato dalla rivista "Varietas" nel 1910, al culmine del successo.
    Autoritratto di Gloeden
    Autoritratto di Gloeden come brigante, nel 1899, nel chiostro del San Domenico. Esiste un altro autoritratto simile a questo, ma inedito, nella collezione di Nino Malambrì, a Taormina.
    Gloeden senza barba e con un bizzarro sombrero, negli anni o immediatamente precedenti o (più probabilmente) seguenti la prima guerra mondiale.
    L'ultimo autoritratto di Gloeden che conosciamo, usato anche per la sua tomba.
    Gloeden ritratto da un anonimo nel suo giardino, poco prima della morte, avvenuta nel 1931.
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Il contemporanei di Gloeden.

1) Otto Geleng (1843-1939)
 

Il busto di Otto Geleng sulla tomba di famiglia nel cimitero cattolico di Taormina. Foto del gennaio 2006.
Ancora il ritratto del pittore Otto Geleng sulla tomba di famiglia, a Taormina.
Sempre la tomba di Otto Geleng, ripresa nel settembre 2006.

Il pittore tedesco di paesaggi nonché conte Otto Geleng (pronuncia: "ghéleng") fece più di ogni altro fra i suoi connazionali per lanciare Taormina (dove arrivò nel 1863, innamorandosene a tal punto che qui si sposò, visse il resto dei suoi giorni e morì) come paradiso terrestre e meta turistica ideale. 
Fu lui ad agire deliberatamente per "lanciare" il turismo a Taormina, "inventando" nel 1865 dal nulla, in una casa privata, l'Hotel Timeo, tuttora esistente a fianco del Teatro Greco. 
E fu lui nel 1878 ad invitare il ventiduenne Gloeden, colpito da tubercolosi, a provare a curarsi nel clima salubre di Taormina... dove effettivamente Gloeden guarì.

Tuttavia Gloeden sembrò trovare in loco un paradiso terrestre di un tipo che l'eterosessuale Geleng non aveva affatto preventivato. Il buon Ottone, che cogli anni diventava sempre più cattolico e sempre più reazionariamente rigido, iniziò così a criticare pubblicamente lo stile di vita omosessuale di Gloeden, il quale per tutta risposta lo querelò (assieme ad altri) per diffamazione.

Gloeden vinse la causa (il 31 luglio 1894), ma solo perché assai prudentemente si era ben guardato dal concedere la "ampia facoltà di prova" ai querelati (cioè di concedere la rinuncia alla querela se i querelati fossero stati capaci di provare che quanto dicevano è vero [3].

Ecco quel che racconta dell'episodio "Il nuovo imparziale" in data 1 agosto 1894:

La "Gazzetta di Messina" nel suo n. 177 riferisce di una dichiarazione fatta in favore del chiarissimo sig. W. von Gloeden dai signori Adolfo Werther Fischer, Otto e Angelo Gelenz (sic), Pancrazio Siligato, che erano stati con citazione direttissima querelati dal sig. Gloeden per diffamazione.

Il fatto è vero: ma ora che si è avuta tanta fretta di divulgarlo, bisogna per debito di lealtà che sia esso chiarito nei suoi precedenti e nella sua conclusione.
Il chiarissimo von Gloeden il giorno 11 ultimo luglio, querelava i suddetti signori, perché si erano permessi di propalare che il querelante (il chiarissimo signor von Gloeden) commetteva delle azioni infamanti ed oscene determinate dal vizio della sodomia.

Per legge l'imputato del delitto di diffamazione non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità, o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa: Né il querelante (il chiarissimo von Gloeden), che pur ne ha facoltà per legge, si piacque ammettere i querelanti alla prova dei fatti.
Per tanto in tribunale non si sarebbe potuto discutere intorno alla verità dello addebito e gentiluomini provati, ch'erano stati mossi, in buona fede, da un nobile ed elevato sentimento di pubblica moralità, avrebbero dovuto passare per diffamatori volgari.

Chi ha coscienza sicura di sé, e va innanzi il magistrato per tutelare l'onor suo, deve volere una sentenza che riconosca la sua onorabilità, dimostrando la insussistenza delle accuse. Ma, nel modo come si è regolato il signor Von Gloeden, questo risultato sarebbe stato impossibile e si sarebbe avuto uno scandalo inutile e nocivo per tutti.

A scongiurare fin l'ombra dello scandalo due benemeriti cittadini, che furono anche coadiuvati in Messina dall'opera conciliante ed onesta degli avvocati del querelante e dei querelati, riuscirono ad ottenere, da questi ultimi, la dichiarazione, che, come si è detto sopra, fu pubblicata dalla "Gazzetta di Messina".
Con questa dichiarazione, che il chiarissimo signor von Gloeden ritenne di competa riparazione, si ebbe la desistenza della querela, dopo che dai querelati si pagò al signor Gloeden la sommetta di L. 896!!!

Uno degli interessati in questa dolorosa vertenza, il signor Adolfo Werther Ficher (sic), che solo o in compagnia della sua nobile e bella signora, passa varii mesi dell'anno qui, ove possiede un gaio villino, è partito da varii giorni per Vienna.[3].

Su Geleng si può leggere anche il capitolo ("La scoperta di Taormina", pp. 61-65) che gli dedica il libro di Roccuzzo.

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2a) Giuseppe Bruno (1836-1904)
 
 
Ritratto di Giuseppe Bruno (collezione privata).
Il suo timbro, in cui si definisce "chimico-fotografo"
"Porta dei cappuccinini". Uno scatto di Bruno, del 1890.

Il primo fotografo professionale attivo (dal 1875 circa) a Taormina, fu il "chimico-fotografo" (così si firmava) nonché ingegnere Giuseppe Bruno (1836-1904), un onesto anche se oggi dimenticato autore di nitide ed assai eleganti vedute paesaggistiche (Mirisola, p. 19).

Fu lui ad insegnare la fotografia (all'epoca un'arte alquanto complicata)  a Gloeden. Nonché, con ogni verosimiglianza. a Giovanni Crupi.

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2b) Giovanni Crupi (1859-1925)
 
Foto di anonimo, dell'ultimo decennio del XIX secolo, di Giovanni Crupi e Wilhelm von Gloeden sulla scalinata della villa di Gloeden a Taormina.
Giovanni Crupi ritratto (con ogni verosimiglianza da Gloeden), nel giardino della casa di Wilhelm von Gloeden. Prima del 1899.

Non sappiamo da chi il fotografo Giovanni Crupi abbia appreso la sua arte: è stato ipotizzato che il suo maestro sia stato Giuseppe Bruno, ma non sono per ora emerse prove né a favore né contro questa ipotesi.

Crupi, anch'egli ricco di famiglia, viveva di rendita, e per lui la fotografia fu all'inizio (proprio come per Gloeden) solo un hobby: fu solo nel 1885 che egli la trasformò in un'attività. 
Fu abbastanza naturale che facesse amicizia con Gloeden, che condivideva il suo stesso hobby, che all'epoca era riservato ad una élite molto ristretta. La frequentazione tra i due artisti è documentata dalle foto che nel corso degli anni si scattarono l'un l'altro. 

Gloeden di Crupi fu dunque amico e collega. E qualcuno (Falzone Barbarò, p. 22) aggiunge anche "allievo", tuttavia Gloeden stesso affermò nel 1898 in uno scritto autobiografico di avere appreso i rudimenti dell'arte fotografica da Giuseppe Bruno; dunque sulla questione non sono possibili dubbi. 
Non si può negare però che nella produzione paesaggistica i due amici si influenzarono a vicenda, al punto che le attribuzioni dei paesaggi dei due artisti vengono spesso confuse.

A ciò contribuisce il fatto che, per una serie di  vicissitudini, una parte delle negative (che ritraevano paesaggi e monumenti d'arte) fu acquistata da Gloeden, che da quel momento in poi le commercializzò a proprio nome (all'epoca era una procedura considerata normale). Questo fece sì che si trovino oggi esemplari assolutamente identici delle stesse immagini che portano, alcuni, la firma di Crupi, altri, quella di Gloeden.

Le foto di Crupi si distinguono comunque di solito, anche quando siano firmate da Gloeden, per la presenza di una spessa fascia nera in basso nella quale è scritto il titolo dell'immagine e il numero di catalogo. Questa fascia manca invece nelle foto scattate personalmente da Gloeden.
 

Un esempio di foto di Crupi acquistata da Gloeden nel 1899 e venduta a proprio nome. Si nota chiaramente che la firma di Gloeden è aggiunta in un secondo tempo, e che il numero di catalogo è stato modificato, per non raddoppiare quello corrispondente del catalogo di Gloeden, con l'aggiunta di una "B". (Fare clic per ingrandire).

Crupi a seguito delle sue vicissitudini espatriò, e nel 1899 aprì in Egitto uno studio fotografico vicino al Cairo, ad Heliopolis (Pohlmann, p. 15); un suo parente rilevò l'azienda (Mirisola, p. 23). Al suo ritorno in patria nel 1910 Crupi lo avrebbe assistito nella conduzione della ditta, ma senza riprendere più a fotografare (Mirisola, pp. 23 e 25).
Dato curioso: Crupi sposò una damigella della baronessa Stempel, il cui figlio fu uno dei "baroni omosessuali" di Taormina e sarebbe stato l'informatore da cui Peyrefitte avrebbe tratto le informazioni su Gloeden che avrebbe usato per il suo romanzo breve.

In età più avanzata Gloeden avrebbe avuto come assistenti (secondo Falzone Barbarò, p. 25), oltre a Pancrazio Buciunì, il sopra citato parente di Giovanni Crupi. (Per un lapsus Falzone Barbarò (p. 25) elenca fra gli assistenti di Gloeden proprio... Giovanni Crupi, che pure poche pagine prima aveva citato addirittura come suo maestro, tuttavia si tratta palesemente solo d'una svista).

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3) Wilhelm von Plüschow  (1852-1930)
 

Il fotografo Wilhelm von Plüschow sulla scala d'ingresso della casa di Gloeden a Taormina.
Un secondo ritratto di Plüschow scattato da Gloeden durante la visita del cugino a Taormina.
L'ingresso della villa di Gloeden alla fine del XIX secolo. Il personaggio seduto potrebbe essere Plüschow (l'identificazione non è certa).

Nella formazione artistica di Gloeden ebbe un ruolo anche il cugino, Wilhelm von Plüschow, anch'egli fotografo, anch'egli omosessuale, ed anch'egli abitante in Italia. 
Abbiamo una foto dello stesso Gloeden che ce lo mostra sulla scala d'ingresso della villa taorminese di Gloeden  mentre suona il mandolino, ed abbiamo anche foto di Plüschow che ritraggono modelli di Gloeden a Pompei o col Vesuvio sullo sfondo; è quindi palese che Gloeden ricambiò la visita a Napoli almeno una volta.

Ciò detto, rispetto al passato (quando si era fatto senz'altro di Plüschow il maestro di Gloeden, cfr. Nicolosi, p. 44), oggi abbiamo chiaro il fatto che un rapporto del tipo maestro-allievo fra i due in realtà non ci fu mai. Anche perché Plüschow viveva a Mergellina (Napoli) prima e a Roma poi, mentre Gloeden stava a Taormina. Mentre, come ho già detto, la tecnica della fotografia Gloeden l'apprese da altri, e la sua ispirazione fu del tutto diversa. 
Plüschow ebbe semmai un influsso importante su Gloeden in un altro senso: mostrandogli con l'esempio (e forse anche con altro) che era possibile vivere commerciando foto di nudo maschile.

Ad ogni modo, nulla impedisce che possa corrispondere al vero un'altra ipotesi, secondo cui potrebbe essere stato proprio Plüschow ad avere interessato il cugino, durante una sua visita a Napoli nel 1878, alla fotografia (che dopo tutto era ancora una forma d'arte relativamente nuova e piuttosto "di élite"). Lo stesso Gloeden conferma, in un suo scritto autobiografico del 1899, la data del 1878 come quella del suo primo interessamento alla fotografia. 
D'altro canto il 1878 è anche la data del trasferimento a Taormina, quindi l'ipotesi resta tale.

Ben presto i nudi di Gloeden (che riuscì ad inventare un affascinante e idilliaco mondo di fantasia in cui ambientare i corpi nudi dei suoi ragazzi sottoproletari), superarono in qualità quelli di Plüschow, molto più carnale e sessualmente esplicito (Plüschow smerciò anche vera e propria pornografia, cosa che Gloeden non fece mai). Non a caso Plüschow conobbe il carcere e finì nel 1907 espulso dall'Italia per un brutto affare di prostituzione di minori, mentre Gloeden vi terminò i suoi giorni indisturbato.

Di lui Vanzella ha scritto che:

in Plüschow, storicamente antesignano del cugino, manca quell'ispirazione metafisica che spingeva Gloeden sulle tracce del mito, ad inseguire un'autentica estetica della purezza, e per quanto s'impegnasse nel calcarne le tracce, come un epigono qualunque, i risultati furono modesti. (Mirisola, pp. 33 e 35).
A mio parere la prima parte del giudizio è corretta, mentre sarebbe un errore passare da un estremo all'altro, e dopo averne fatto a torto il "maestro" fare di Plüschow, altrettanto a torto, un "imitatore" di Gloeden.

Plüschow ebbe infatti una sua estetica ben distinta da quella del cugino, tanto da farci chiedere come sia stato possibile confondere nel dopoguerra la loro produzione. Quando Plüschow produce, che so, la foto d'un ragazzo nudo accanto a una bicicletta, non lo fa certo certo perché non sia capace di usare anche lui rose, pàmpini e sandali greci. Al contrario, lo fa perché si dimostra un osservatore della sua contemporaneità (e dei fantasmi erotici del suo mercato) più attento di quanto non lo sia Gloeden. 
Alcune foto di Plüschow rivelano addirittura l'apertura a chiari influssi art nouveau, del tutto impercettibili invece nell'opera di Gloeden, che resta inchiodato al classicismo accademico di metà Ottocento e al "pittorialismo fotografico" per la sua intera esistenza, al punto che nella sua produzione non c'è alcuna evoluzione stilistica dal 1890 al 1930.

Da questo punto di vista, e solo da questo, Plüschow, sia pure con tutti i suoi limiti morali che non è il caso di discutere qui ed ora, si rivelò un artista più attento alla realtà sociale e alla sua evoluzione, anticipando coscientemente (sia pure con un anticipo eccessivo) la produzione industriale di nudo rivolta al mercato omosessuale.
E su questo Vanzella concorda, anche se dal suo punto di vista il fenomeno è negativo:

In un confronto tra i due autori tedeschi, è riscontrabile, da parte di Wilhelm von Plüschow, un'indagine fotografica attraverso la quale i giovani corpi giungono a noi in un'atmosfera meno artefatta, in una sorta di maggiore autenticità che li fa precipitare nella scarnificata realtà del loro mondo.
È un occhio crudamente carnale quello che, sovrapponendosi ad un realismo esistenziale, ci trasporta in un luogo dove quegli angeli hanno i piedi sporchi, in un'attenzione interamente dentro la sua epoca dunque, mentre per tutte le generazioni, galleggia nel sogno, Gloeden. (Mirisola, p. 35).


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4) Pancrazio Buciunì, soprannominato 'u Moru (1879-1963)
 

Quest'immagine di Wilhelm von Gloeden è apparsa ad un'asta su ebay, e secondo il venditore riportava scritta sul retro l'identificazione del ragazzo a sinistra (travestito da ragazza) come Pancrazio Buciunì. Ovviamente l'identificazione attende una conferma definitiva.
Lo stesso modello della foto precedente appare anche in quest'immagine di ragazzo travestito da ragazza (un trucco usato spesso da Gloeden) in preghiera. Anche questa immagine è apparsa sul sito d'aste "ebay", ma non riportava il nome del modello.
Un dettaglio ingrandito dell'immagine precedente. Secondo quanto mi è stato detto a Taormina, Buciunì non posò mai per foto di nudo di Gloeden. Oppure - aggiungo io - se Gloeden ne scattò, non volle renderle pubbliche.
Buciunì da vecchio, negli anni Settanta, ritratto mentre sfoglia un album di foto di Gloeden. Quest'immagine e quella seguente sono apparse in: Charles Leslie, Wilhelm von Gloeden, photographer, Soho, New York
 1977 e JFL, New York 1980.
Buciunì mostra l'apparecchio appartenuto a Gloeden. Produceva negativi di grandi dimensioni, permettendo la stampa d'immagini di qualità insuperata. In compenso pesava un bel po', e toccava a lui, in quanto servitore, scarrozzarlo su e giù per le colline taorminesi...
La foto di Buciunì sulla sua tomba, a Taormina.
Il retro di un'altra foto messa all'asta su ebay, con il timbro, e la sigla "PB", con cui Buciunì commercializzò anche nel dopoguerra le immagini di Gloeden. 

Pancrazio Buciunì (ma sui libri di storia è spesso citato anche come Bucinì) era detto in paese "'u Moru" ("il moro", "il nordafricano") per il colore bruno della sua carnagione (e i suoi figli e nipoti e pronipoti, a Taormina, hanno ereditato il soprannome, anche al femminile: " 'a Moru").

Pancrazio fu per decenni l'assistente tuttofare di Gloeden. 
Zinaida Gippius, che ne parla nel 1899 dandogli il nome di "Luigi", dice di lui:

Luigi è il braccio destro del barone. Si occupa della vita domestica e stampa le fotografie (ha d'altronde anche un assistente, Mino).
L'aspetto esteriore di Luigi è straordinario. Quando guardi questo volto selvaggiamente stupendo con il naso corto, con le sopracciglia, che stranamente spiccano il volo - sembra di vedere un fauno vivo di tempi immemorabili. (Gippius).
Durante la prima guerra mondiale, dato che Gloeden tornò in Germania per evitare di trovarsi in un campo di concentramento per residenti nemici (come accade a Geleng, che pure era cittadino italiano e aveva due figli sotto le armi nell'esercito italiano) fu a Buciunì che rimase affidata la casa e la cura degli animali, per dare notizia dei quali continuò a corrispondere con Gloeden tramite la Svizzera. 
La censura militare, insospettita da tutte quelle lettere che parlavano del "corvo", del "tacchino" e del "cane", pensò che si trattasse di nomi in codice, e fece passare un brutto quarto d'ora al Moro per spionaggio e connivenza col nemico (un reato per cui era prevista la pena di morte). Fortunatamente le cose furono chiarite, ma non senza che il buon Pancrazio avesse assaggiato il carcere. (Cfr. Peyrefitte, pp. 159-160).

Buciunì fu anche l'erede dell'azienda e delle lastre fotografiche (tutto quanto era rimasto del patrimonio del vecchio datore di lavoro: la casa era stata - per sua sfortuna - appena venduta). Si sposò ed ebbe figli.

Lavorando per Gloeden Buciunì era diventato un esperto tecnico di laboratorio fotografico, e continuò quindi senza problemi a ristampare e commercializzare il patrimonio di negativi ereditato. 
Inoltre sappiamo che egli eseguì in proprio scatti fotografici, dato che nel processo per oscenità che subì durante il fascismo per le foto di nudo dell'ex padrone, egli dichiarò espressamente che dopo aver subito il primo dei due sequestri 

"egli dovette rassegnarsi a continuare il suo lavoro coi residui dell'assortimento Von Gloeden e con alcune più recenti - ma meno artistiche - negative di sua produzione". (Falzone Barbarò, p. 26).
Dunque, anche Buciunì rientra fra i fotografi italiani di nudo maschile dell'anteguerra, anche se la sua produzione autonoma non è mai stata studiata e riconosciuta, fino ad oggi.

Durante il fascismo, come appena detto, Buciunì subì due sequestri e un formale processo per "oscenità" (da cui uscì assolto), che tra confische espresse e rotture più o meno intenzionali (le negative erano su vetro, all'epoca) ridusse il corpus gloedeniano dai poco meno di 5000 pezzi attestati nella numerazione del suo catalogo ai 1300 circa conservati oggi dalla Fondazione Alinari a Firenze.

Buciunì continuò comunque a commercializzare fino alla morte ristampe dalle negative originali di Gloeden, specie dopo che Peyrefitte ebbe tratto il nome di Gloeden dall'oscurità in cui era caduto, grazie al romanzo breve Eccentrici amori.
Che si spera possa averlo aiutato, dato che lo stesso romanzo nel 1949 lo aveva, forse a seguito delle vicissitudini della guerra appena conclusa, così descritto: 

Il suo erede, il fedele Moro, oggi semplice pescatore. (Peyrefitte, p. 181).
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5) Sophie Raabe (1847-1930)
 
Sophie Raabe detta Sofia, figlia di primo letto della madre di Wilhelm von Gloeden.
La tomba di Sophie Raabe, alle spalle di quella di Gloeden, nel cimitero acattolico di Taormina.

Sorellastra di Wilhelm (era figlia della stessa madre, che rimasta vedova aveva sposato il futuro padre di Wilhelm) al momento del crollo economico del patrigno Sophie Raabe raggiunse Wilhelm a Taormina nel 1895

La sorellastra Sofia sovraintendeva alla casa e preparava i pranzi per gli ospiti. 
Ancora oggi [1980, N.d.R.] alcuni dei taorminesi più anziani la ricordano, minuta di statura, sempre affaccendata, molto semplice nel vestire e nel tratto, molto più stile vecchia Fräulein che signora dell'aristocrazia. 
La aiutava nelle faccende più pesanti Pancrazio Buciunì, entrato proprio all'inizio del secolo al servizio di casa Gloeden, con le mansioni di cameriere tuttofare e di aiuto fotografo. (Falzone Barbarò, p. 23).
La sua silenziosa impotanza nella vita di Wilhelm è confermata da Giuseppe Vanzella: 
Fortunatamente anche la sorella Sofia Raab gli fu fondamentale aiuto, gestendogli con fedele dedizione la casa per lunghi anni ed accogliendo magnificamente gli ospiti, senza mai interporsi nelle sue scelte di vita. (Mirisola, p. 31).
Più vecchia di lui di qualche anno, premorì al fratello, l'11 novembre 1930.
Anche lei è sepolta a Taormina, accanto al fratello.

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6) Don Giuseppe Intelisano (18..?-prima del 1949)
 

Giuseppe Intelisano, parroco di Castelmola, accanto a un Gloeden intabarrato da fedele di una processione cattolica. Si tratta probabilmente di una messa in scena, dato che Gloeden era protestante...
Uno scatto di Giovanni Crupi che ritrae una casupola (oggi non più esistente) in via san Pancrazio. Davanti ad essa, a fare "colore locale" il parroco di Castelmola e il suo amico von Gloeden.
Dettaglio dell'immagine precedente.
Un secondo scatto di Giovanni Crupi in via san Pancrazio che ingloba ancora, sempre per il "colore locale", don Intelisano e von Gloeden. 
Dettaglio dell'immagine precedente.
Maria Intelisano, nipote del parroco, posò per alcune immagini di Gloeden. Per la bellezza della ragazzina, queste immagini sono state spesso riproposte e antologizzate.
Una delle molte immagini scattate nel pergolato della "casa bianca" sul monte Ziretto.

Cosa ci facesse il parroco di Castelmola, uomo timorato di dio, assieme a un fotografo protestante e omosessuale non lo saprei proprio dire. Avranno forse avuto degli interessi comuni, che non ci sono stati tramandati.

Quel che sappiamo è solo che don Intelisano fece parte della cerchia degli amici taorminesi di Gloeden.

Peyrefitte (che nel 1949 lo dà per scomparso da molti anni) descrive folcloristicamente don Intelisano, facendone una specie di macchietta, sotto il semplice nome di "don Giuseppe":

don Giuseppe e don Manuele (...) seppero essere, insieme, buoni preti e buoni compagnoni. Robusti contadinotti dalla fede solida quanto le montagne dove eran nati, ma non per questo meno maschi: (...) don Manuele aveva quattro o cinque figli e don Giuseppe ne vantava diciotto. (Peyrefitte, pp. 132-133).

Questi buoni preti, già vicini fra di loro di parrocchia, lo erano inoltre per una piccola proprietà che ognuno di essi aveva sul monte Ziretto, alquanto indietro a Taormina. (...) Quella di don Giuseppe, spaziosa elegante e comoda, l'aveva fatta costruire per lui una ricca svizzera che tornava ogni anno.
Questa casa, dipinta di rosso pompeiano e detta la casa rossa, era circondata da begli alberi e godeva di una posizione magnifica. (...) 
Lassù i miei curati avevan l'abitudine di cenare la sera, e questo soprattutto per aver l'occasione di incontrarsi con le rispettive amanti: esse facevan la cucina, aiutate dal mio fedele Moro e da due o tre ragazzi che conducevo con me, e se anche io li fotografavo in costume adamitico le presenza di quelle brave contadine non c'imbarazzava affatto. (Peyrefitte, pp. 133-134).

Accanto alla "casa rossa" sul monte Ziretto stava la "casa bianca", costruita da un cantante tedesco anch'egli omosessuale, che Peyrefitte chiama "Wullner". 
Qui Gloeden andava, a dar retta a Peyrefitte (e cfr. Falzone Barbarò, p. 24) assieme ai suoi modelli, e nel suo pergolato tenuto a vigna ha ambientato molte sue foto:
<"Wullner"> acquistò da don Giuseppe una parte del suo terreno e vi fece innalzare una bella casa, chiamata poi la casa bianca, cui aggiunse un grazioso giardino in mezzo alle rocce.
Le nostre riunioni in casa sua non avevano però la semplicità di quelle della casa rossa, con tutta la servitù che c'era e ancora c'è, e che cerca di sottrarre la futura eredità al cameriere favorito.
I preti però in queste feste cui soltanto il cielo era testimone, non comparivano mai.
Mi sembra ancora di rivivere quelle felici notti che riunivano ogni voluttà. (Peyrefitte, pp. 136).
Peyrefitte stesso afferma che la "casa rossa" fu distrutta durante il bombardamento che accompagnò lo sbarco inglese nella seconda guerra mondiale (Peyrefitte, p. 182), ma che la "casa bianca" sopravvisse intatta (e mi è stato detto a Taormina che esiste ancora).

Per finire va aggiunto che fra le modelle usate da Gloeden appare la nipote del parroco, Maria Intelisano, dal viso molto bello, che Gloeden trovava somigliante a quello di Eleonora Duse, al punto da fotografarla anche in una posa "dusiana".

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7) Karl von Stempel (1862-1951)
 

L'unico ritratto di Stempel che io conosca, in tarda età.
La tomba di Stempel nel cimitero acattolico di Taormina. Gennaio 2006.
Sempre la tomba di Stempel nel cimitero acattolico di Taormina. Gennaio 2006.
La tomba nel settembre 2006.

Il barone Karl (o Carl) von Stempel (1862-1951) fu il principale informatore su cui Roger Peyrefitte si basò per ricostruire la Taormina gay d'inizio secolo raccontata nel 1949 nel suo romanzo Eccentrici amori (Nicolosi, p. 8). 
Dopo la morte di Stempel, Peyrefitte passò lunghi periodi invernali a Taormina, facendosi riservare deliberatamente la stanza della pensione Strazzeri (già casa di Stempel), in cui si trovavano gli oggetti personali del barone.

Nato in Curlandia (oggi Lettonia) da famiglia tedesca nobile e ricchissima, il barone von Stempel si trasferì a Taormina assieme alla madre, e qui abitò

in quella "casa Rossa" che ancora oggi è possibile ammirare proprio in fondo a una delle prime curve della carrozzabile Villagonia - Taormina. Un'altra casetta che sorgeva vicina - l'attuale "villa Caronia" - servì, invece, da magazzino-deposito. (Nicolosi, p. 8).
Sposato e con prole, Stempel ebbe una "crisi della mezza età" decisamente robusta, che lo portò a cercare di farsi "guarire" dalle sue pulsioni omosessuali da nientemeno che Richard von Krafft-Ebing (Peyrefitte racconta l'episodio con tono ironico, e gli mette in bocca la frase, che possiamo immaginare autentica vista la conoscenza diretta fra scrittore e personaggio:
"Io mi meraviglio ancora d'aver potuto chiedere di guarire di questo male invece d'invocare che me lo dessero"). (Peyrefitte, p. 144).
La crisi lo portò infine a mollare, a 43 anni, moglie e carriera, per inseguire le sue tendenze omosessuali nella Taormina d'anteguerra:
divorziato, visse arditamente secondo i suoi gusti e, poiché certi giornali curlandesi vi avevano fatto allusioni, egli scrisse loro per confermare che tutto era vero.
Fu membro di quel "Comitato scientifico-umanitario" fondato a Berlino <da Magnus Hirschfeld, NdR>, che si proponeva di ottenere la revisione del Codice <tedesco, NdR> in materia di costumi. (Peyrefitte, pp. 144-145).
Stempel non aveva però trovato la felicità negli amori non disinteressati che era così facile comprare a Taormina in quegli anni, come confessò a Peyrefitte verso il 1947-1948: Era stato sposato, aveva avuto due figli che aveva perso, e si era separato da sua moglie per vivere secondo i suoi gusti. Ne aveva avuto molte delusioni, e mi assicurava che al mondo non esiste altro che la gioia della famiglia. 
E poi aggiungeva: "Ciononostante, se ricominciassi da zero, farei la stessa cosa". (Testimonianza di Roger Peyrefitte in Nicolosi, p. 9).
Si legò insomma ai ragazzi del luogo, ma con legami tali che negli anni a venire se ne sarebbe parlato malvolentieri:
la sua generosità non ebbe confini e oggi [1959, NdR], più che ogni altro, potrebbe testimoniare Francesco Strazzeri, il titolare di un'avviata pensione sulla rotabile Taormina-Castelmola, che gli fu molto vicino e che per molti anni curò la sua cucina. Non è abituato a parlare molto di Stempel, lo Strazzeri, e pertanto non si riesce a cavare molte parole dalla sua bocca.
Tale atteggiamento lo si giustifica con il fatto che l'ex cuoco tiene molto alla memoria dell'aitante lettone, per cui teme di poter agire da profanatore se ne parla.
L'ammirazione dello Strazzeri verso Stempel è tale che ancora oggi egli tiene in casa un suo bellissimo scrigno, una sua collezione di trofei da caccia. (Nicolosi, pp. 74-75).
La famiglia Strazzeri
era stata al suo servizio per trent'anni ed aveva salvato, nel corso dell'ultima guerra, gli ultimi resti del suo patrimonio.(Nicolosi, p. 8).
Stempel era giunto a Taormina richiamatovi da Gloeden.
Era uno dei pochi arrivati che non avesse nessuna pretesa di talento artistico o di particolare competenza estetica. Ciononostante divenne un avido collezionista dell'opera di Gloeden.
Arrivò a 42 anni prima di riconoscere a se stesso la sua omosessualità e separarsi dalla moglie e dai figli adulti. Residente in Curlandia (provincia dell'impero russo con un'aristocrazia di etnia tedesca) lui e sua madre ne fuggirono molto prima della rivoluzione bolscevica, attivando a Taormina su suggerimento di Gloeden, con una fortuna in contanti e gioielli nelle loro valigie.
Costruì una grande villa sul sito dove <sarebbe sorto> il casinò e una seconda casa con stalle per i servitori e gli animali.
Abbellì la casa con oggetti d'arte scelti dalla madre e la sua biblioteca privata con quella che fu probabilmente una collezione completa delle stampe di von Gloeden. 
Essendo entrambi tedeschi, Stempel e Gloeden passavano assieme ore a discutere con entusiasmo e Gloeden aiutò Stempel ad imparare il dialetto siciliano del luogo.(Leslie).
A Taormina Stempel fu al centro della cerchia di personalità omosessuali che frequentavano la località: 
Stempel ebbe parecchie amicizie fra gli omosessuali; tra esse la più celebre fu quella con il principe Yusupof, l'assassino di Rasputin. Stempel l'ospitò per qualche tempo in casa sua, ma resosi conto del pericolo di tenere in casa un uomo a cui i servizi segreti zaristi l'avevano giurata, gli consigliò di partire dalla Sicilia. (Nicolosi, pp. 76 e 97-98, Saglimbeni p. 57).
Vissuto di rendita per tutta la vita, dopo la seconda guerra mondiale il barone vide il suo patrimonio assottigliarsi sempre più. Così
andò ad abitare in casa Strazzeri, dove continuò a ricevere gli amici, ma dove, tuttavia, non ebbe il conforto di vedere attorno a sé un solo famigliare, nemmeno quel giovane taorminese che tanti anni avanti aveva adottato come figlio e col quale, però, era da tempo in rotta. (Nicolosi, pp. 77-78).
In realtà dietro al tracollo economico ci fu un risvolto che Nicolosi aveva ritenuto opportuno passare sotto silenzio: 
Stempel  incontrò un ragazzo che in breve divenne la sua ossessione. Nel corso degli anni e ben oltre la morte della vecchia baronessa madre il giovane uomo, il cui cognome era Castorina, spogliò metodicamente Stempel delle sue ricchezze. Nonostante gli ammonimenti dei suoi amici e i pressanti richiami di von Gloeden (che peraltro riconosceva che Castorina era pericolosamente attraente) la dipendenza di Stempel da lui non fece altro che crescere.

Alla fine, quando Stempel aveva letteralmente perso ogni cosa ed era molto avanti negli anni, Castorina semplicemente lasciò la Sicilia senza nemmeno salutarlo. Si venne a sapere che era partito per l'Argentina, dove a quanto si sa mise su famiglia. A parte questi nudi fatti, non si seppe più nient'altro sul suo conto.

Ormai impoverito e incapace di badare a se stesso (era oltre a tutto diventato cieco) Stempel fu salvato da un taorminese che aveva aiutato in passato. Il giovane uomo e sua moglie si presero in casa Stempel e la colonia straniere fece quel che potette per lui. 
Sopravvisse di vent'anni a Gloeden, sempre benvenuto nella rarefatta vita sociale di Taormina e ricordato come uno dei più importanti primi collezionisti di von Gloeden. Ma, ovviamente, la sua grande collezione di stampe di Gloeden andò perduta assieme a tutto il resto. Morì nel 1951 all'età di novant'anni. (Leslie).

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8) I ragazzi di Taormina e "chiddi d' 'a tila"

È arrivato il momento di prendere infine il toro per le corna e parlare di loro, dei ragazzi di Taormina che Gloeden frequentava: ma Gloeden con 'sti ragazzi ci andava anche a letto, o li fotografava soltanto?

Rispondiamo senza girarci intorno: sul fatto che ci andasse a letto nessuno ha mai espresso dubbi. Mai
E proprio qui sta il guaio: se Gloeden ha subìto un lungo periodo di oblio a Taormina (che per ironia della sorte ha coinciso col periodo della sua riscoperta e valorizzazione in tutto il mondo), ciò fu dovuto ad una comprensibile rimozione dalla memoria da parte dei nipoti e bisnipoti e trisnipoti dei suoi modelli, che desideravano archiviare per sempre il ricordo del periodo in cui i loro nonni e bisnonni e trisavoli erano stati costretti, per bisogno economico, a scendere a compromessi con la rigidissima morale sessuale siciliana.

Questo periodo di rimozione ha reso possibile l'inconcepibile dispersione di tutto quanto era rimasto a Taormina di Gloeden (se si eccettua quanto ha potuto salvare in loco, fra l'indifferenza di tutti e con mezzi economici non certo all'altezza dei collezionisti forastieri, il collezionista Nino Malambrì). Perfino le lastre delle negative superstiti sono finite a Firenze, dopo essere rimaste per decenni sotto un letto a Taormina, senza che nessuna autorità locale mostrasse il minimo interesse ad acquisirle. Neppure quelle non di nudo: cancellate dalla memoria.

Nel 1951 lo scrittore gay Jean Cocteau registrava acutamente questa fase nel suo diario:

Taormina cerca di vivere su una cattiva reputazione, cosa più difficile che vivere su una buona reputazione. Ho raccontato a Somerset [Maugham] la storia di un pescatore quarantenne, furioso contro una boutique del centro perché esponeva fotografie di suo nonno completamente nudo con una corona di rose. 
La Taormina stile tahitiano non esiste più. Anzi disgusta la nuova generazione che guarda i turisti di traverso, credendo che tutti non pensino ad altro che fare loro delle avances. (Citato in: Cocteau, p. 441).
E in una lettera del settembre 1951 Cocteau ribadisce:
Taormina cerca di sopravvivere sulla sua antica fama, ma non ci riesce. Le rimane il "panorama" e qualche cartolina di giovani inghirlandati di rose, che sono i nonni dell'attuale gioventù la quale peraltro se ne vergogna. (Cocteau, p. 239).
Il punto è che, banalmente, "si sapeva": Taormina è talmente piccola che quando occorre darsi un appuntamento ci si limita ad aspettare d'incrociare la persona cercata mentre passeggia avanti e indietro su Corso Umberto, dove alla sera letteralmente tutto il paese s'incontra. Incrociando un amico gli si chiede: "Vidisti a Peppinu X?" ottenendo informazioni sulla sua localizzazione ("verso Porta Catania", "verso...) degna di un sistema di posizionamento satellitare... o della rete di spionaggio della CIA. In questo contesto si può pensare che sfuggissero le manovre di certi turisti?

Nel 1906 Francesco De Luca, nel descrivere la "corruzione" a suo dire portata a Taormina da turisti inglesi e tedeschi, riferisce che gli omosessuali avevano tra gli indigeni un soprannome: "quei della tela", ("chiddi d' 'a tila"), un nome che i miei amici taorminesi conoscevano ancora nel 2006. E che non ha a che vedere con la tela di stravaganti vestiti da loro indossati, come pensavo io, ma con la tela del ragno, come mi è stato spiegato.

La cultura locale percepisce insomma i turisti omosessuali come ragni che tendono la tela e aspettano che vi incappino ingenui ragazzi locali per divorarseli.
Una visione un poco autoassolutoria, visto che le testimonianze dell'epoca sono unanimi nel raccontare l'assalto di sciami di ragazzotti e anche (ahimè) ragazzini indigeni, pronti ad offrirsi come fattorini, guide e... tutto il resto, a chiunque all'inizio del Novecento scendesse dal treno alla stazione di Giardini ostentando un ricco bagaglio. Se gli omosessuali erano "ragni", allora sono stati i primi ragni della storia a cui le mosche saltavano addosso come se fossero miele...

Saglimbeni, che come storico è decisamente raffazzonato ma che se non altro ha il merito di avere affrontato il problema senza ipocrisie, ha scritto al proposito:

Una cosa è certa: Taormina ha costruito la sua fortuna turistica anche sulle stravaganze, le bizzarrie, le follie dei suoi ospiti, sugli eccentrici amori (per dirla con Peyrefitte) e i vizi privati (ma tutt'altro che segreti) dei suoi baroni. (Saglimbeni, pp. 32-33).
Anche dopo che ricche straniere iniziarono ad esibire i loro amanti indigeni, aggiunge Saglimbeni, continuarono ad esibirli anche i baroni, naturalmente, i loro boy friends locali. Giovanotti, occorre precisarlo, assolutamente refrattari alla "diversità" delle nuove mode sessual-salottiere (sic), per indole, cultura, tradizioni (il gallismo siculo non sarà certo Brancati a inventarlo), ma non insensibili alla straordinaria e incredibile munificenza degli ospiti. 
Furono in parecchi i giovani taorminesi ad arricchirsi in quegli anni, assicurandosi assegni vitalizi, partecipazioni azionarie in banche e pozzi petroliferi, ed ereditando, alla morte dei vecchi e generosissimi amici, ville favolose.
Nobildonne e baroni, insomma, finirono col gareggiare in peccati e stravaganze. (Saglimbeni, p. 54).
Saglimbeni conclude: C'è un'aneddotica molto colorita sui personaggi di quegli anni. Gli ospiti, i famosi "baroni", arrivavano con un treno speciale, appositamente istituito agli inizi del secolo, il Londra-Parigi-Taormina, al quale, a Roma, veniva agganciata una vettura proveniente da Berlino. 
"Treno dei baroni" fu definito. I suoi vagoni-letto (...) raccoglievano "il fior fiore del pederastismo europeo". (Saglimbeni, pp. 56-57).
Quanto a Gloeden in persona, Falzone Barbarò ci tiene a specificare che
visse sempre con molta discrezione la sua condizione di "diverso" e nonostante l'appellativo di viziusu, affibbiatogli da qualcuno, la sua presenza a Taormina non diede mai adito a scandali, né egli ebbe mai rimostranze da parte della autorità civili e religiose, con cui rimase sempre in buoni rapporti. (Falzone Barbarò, p. 23).
Ciononostante, non può fare a meno di ammettere la realtà, per lo meno il fatto che i pettegolezzi erano una realtà paesana con cui fare continuamente i conti:
I suoi biografi parlano anche, in tono scandalistico, di vere e proprie orge che egli avrebbe organizzato in casa propria. (Falzone Barbarò, p. 23).
Concordo con Falzone Barbarò laddove osserva (p. 23) che si fatica ad immaginare che la rigida sorella gli permettesse di organizzarle orge in casa, tuttavia  come abbiamo visto Gloeden aveva a disposizione sul Monte Ziretto la "casa rossa " di don Intelisano e la "casa bianca", dove poteva andare in tutta tranquillità assieme ai suoi modelli a... ehm, ...scattare tutte le foto che voleva.

Inoltre non basta osservare, come fa sempre lo stesso studioso:

Che ci fossero da parte del barone tentativi di corruzione è stato argomento di piccanti dicerie - per anni ci furono sempre allusioni a lui e ai suoi modelli - ma nessuna protesta divenne mai una denuncia formale, né da parte dei parenti dei ragazzi, né da parte del clero locale, piuttosto rigido a quei tempi in materia di morale e di costume. (Falzone Barbarò, p. 25).
Come dicono gli inglesi, "l'assenza di prove non è prova di assenza". 
La verità non è infatti che Gloeden non diede mai scandalo, bensì che lo scandalo che diede (e ne diede, al punto da essere sfrattato dalla prima casa in cui aveva abitato), fu coperto dall'omertà, e dalla decisione dei suoi concittadini di non permettere a scandali di questo tipo di scoppiare, secondo una tradizione tutta italiana
Il tentativo compiuto nel 1908 da Umberto Bianchi - che fosse giusto o sbagliato, qui la cosa ora non  interessa - di denunciare il "giro" omosessuale che circondava Gloeden, arrivando addirittura, drammatizzando, a parlare di "mercato di carne umana", fu accolto con fastidio e con attacchi a Bianchi, per avere sollevato temi su cui i siciliani desideravano che non si parlasse affatto.

Che Gloeden le orge le abbia fatte o non fatte, a me sinceramente non frega nulla saperlo. 
Ciò non toglie che i contemporanei fossero meno stupidi e meno ingenui di quanto li dipingono gli storici di oggi. Avere scelto di non vedere non implica essere ciechi. Implica solo avere appunto deciso che certe cose si preferiva non notarle. 
Salvo poi spettegolare per decenni su Gloeden e i suoi modelli, o appiccicare l'aggettivo di viziusu, e chissà cos'altro, a chi "tesseva la tela" a Taormina.

Da quando è iniziata la rivalutazione critica ed estetica dell'arte di Gloeden (e il valore commerciale dei suoi lavori ha iniziato a salire alle stelle...) si è moltiplicato il numero di critici d'arte, quasi tutti italiani (la bigotteria è ancora il marchio distintivo degli "intellettuali" italiani), che esprimono fastidio se non vera e propria isteria  per la possibile "lettura omosessuale" delle foto di Gloeden (come peraltro aveva già fatto lo stesso Falzone Barbarò, p. 31).

Quale esempio fra tutti (ma ne potrei elencarne parecchi) cito Mirisola:

Si è parlato molto - troppo, a mio parere - dell'omosessualità di von Gloeden, e dell'influenza che questa ha avuto sulla sua produzione artistica.
Guardare alla persona, considerane vizi e virtù, inclinazione e comportamenti, scandagliarne la vita privata per trovare una giustificazione alle immagini, è un modo sbagliato e forviante (sic) di accostarsi all'arte. In arte, e in fotografia, valgono le opere, e solo queste hanno importanza, l'invenzione di forme e la materia plasmata e modellata dalla luce.
Dire che l'estetica di Gloeden è un'estetica omosessuale, è negare gli stessi valori fondanti dell'arte (sic!).
Essa non ha sesso, non esiste un'arte maschile o femminile, e dunque (sic) non esiste nemmeno un'arte omosessuale. Neanche in un piccolo centro lontano dai fermenti culturali, come la Taormina di fine Ottocento, si avevano questi preconcetti.
Nella sua residenza, meta di innumerevoli visitatori di tutto il mondo, alcuni (sic!) dichiaratamente omosessuali, von Gloeden non diede mai scandalo [falso - NdR]. Era intimo amico del parroco di Castelmola, e i suoi ospiti erano spesso sistemati presso i frati del vicino convento di San Domenico [che però all'epoca non abitavano più lì: il convento era stato espropriato ed era - come è - un semplice hotel, NdR].
I taorminesi sorridevano della sua eccentricità e tolleravano le sue piccole manie, rispettosi della diversità e di quella che intuivano essere una grande individualità d'artista. (Mirisola, pp. 9-11).
Ebbene: tutto questo è semplicemente falso, e la benigna indifferenza morale dei taorminesi dell'epoca è semplicemente un mito creato in epoca recente
Tutti sapevano infatti cosa volevano dai ragazzi del luogo i turisti omosessuali; soprattutto lo sapevano i ragazzi del luogo, che se lo vedevano chiedere in modo sfacciato, e che nel giro di qualche anno sarebbero diventati i padri del luogo. 
La società quindi sapeva; chiedeva solo che si agisse in modo discreto, richiesta che in genere venne soddisfatta, anche dal buon Gloeden.
Tanto, i ragazzi in qualche modo si dovevano pur sfogare senza "compromettere" li fimmini, quindi tanto valeva che unissero utile e dilettevole "sfogandosi" coi generosi ricconi stranieri. Non era considerato morale, non era considerato ammissibile, non era visto di buon occhio... ma di fronte alla realtà della miseria, chi sapeva fingeva di non sapere nulla, e si faceva (relativamente: nei paesini sono tutti dei grandi impiccioni!) li cazzi sua.

Uno studio antropologico sull'omosessualità a Taormina prima del 1930 ha scoperto che a quell'epoca

l'omosessualità tra giovani maschi appartenenti alle classi subalterne era, nel paese, certamente diffusa. 
I rapporti avvenivano in ogni luogo dell'abitato e dei suoi dintorni e in circostanze diverse, e tuttavia, era la spiaggia dello Spisone, tra Mazzarò e Letojanni, riparata agli sguardi e frastagliata di rocce, deserta di barche ed equipaggi da pesca, luogo tradizionalmente proibito alle donne, dove i bambini e i ragazzi tra i cinque e i diciassette-diciotto anni si trovavano per fare il bagno, lo scenario privilegiato delle curiosità delle tensioni, dei rituali, delle esperienze omosessuali.

Era abitudine di (sic) bagnarsi nudi. Il momento d'ozio, il calore solare, l'atmosfera di complicità, i giuochi collettivi, centrati sulla lotta su forme di agonismo scherzoso, favorivano uno stato di eccitazione che aveva come naturale orizzonte la cerchia degli amici o di quanti, comunque, erano presenti.

Il partner poteva esser scelto o per relazioni di solidarietà e tenerezza, preesistenti o manifestatesi durante il tempo dello vago o, frequentemente, in base a rapporti di forza e di gerarchia all'interno di un gruppo già formato. (...) 
Relativamente poco praticati erano gli atti di penetrazione (...) molto diffusa la masturbazione reciproca. Affatto sconosciuta, nella cerchia dei coetanei e in ambito giovanile, ciò che eufemisticamente definiamo fellatio. (Faeta, p. 100).

Insomma, farle, certe cose, le si faceva. Semplicemente, era tabù parlare apertamente di cose tanto svirgugnate.

E visto che tanto i ragazzi certe cose se le facevano comunque fra loro gratis, tanto valeva che fossero loro a far "sfogare" i ricchi e generosi furasteri piuttosto che le loro sorelle, dato che i ragazzi non ingravidano, e quindi non "disonorano" le loro famiglie, a differenza delle loro sorelle... 
Li fimmini, per fare le cose in modo "morale", dovevano puntare al matrimonio, ma il rischio di essere sedotte e abbandonate, cioè "disonorate", era enorme: sposare un miliardario non era certo un obiettivo più facile nel 1886 di quanto non lo sia nel 2006, specie se si è nata figlia di pescatori o di contadini analfabeti che parlano solo dialetto siciliano... come i modelli di Gloeden.
Al contrario il ragazzo poteva dedicare qualche anno a barattare la sua irruenza sessuale con un capitale, utile per sposarsi e iniziare un'attività lavorativa, per poi, una volta diventato ufficialmente adulto, dimenticare tutto e lasciare il posto alla generazione successiva. 
L'accordo andava benissimo a tutti, ai ricchi omosessuali, ai ragazzi (in massima parte "eterosessuali-che-però-ci-stavano"), alle loro famiglie, ai loro concittadini, e resse fino a che la città non fu abbastanza lanciata, dal punto di vista turistico, da non avere più bisogno del turismo omosessuale. Che infatti, verso gli anni Trenta, inizia a cercare altre, più esotiche mete.

L'atteggiamento verso Gloeden non faceva eccezione. Al proposito Faeta ha compiuto la suddetta ricerca antropologica sul campo, grazie

a sopralluoghi avvenuti a Taormina nell'autunno del 1984. 
Ho intervistato numerosi anziani, all'epoca appartenenti ai ceti poveri, adolescenti (1910-1930) negli anni in cui  la vicenda di von Gloeden esprimeva una sua declinante maturità. 
Tutti i miei informatori conoscevano il fotografo, la particolarità del suo atelier e dei suoi modelli. 
Qualcuno lo ha frequentato, sia pur occasionalmente. 
Uno, in particolare, V. L.P., nato a Taormina nel 1910, è stato per due anni, nella sua prima adolescenza, amante di von Gloeden. (Faeta, p. 104).
Da questa indagine è emersa infine, e senza ulteriori reticenze, che come ci si poteva aspettare basandosi sulla sua arte
la sessualità di von Gloeden, così come traspare, pur attraverso il velo di atteggiamenti autogiustificatori, dalle testimonianze raccolte, è estroversa, spregiudicata, estrosa, felice, plasmata sui comportamenti raffinatamente eterodossi che si affermavano in quei decenni negli ambienti colti europei. 
Era, inoltre, sostenuta da un innamoramento profondo ed estetico per la terra che nutriva i suoi modelli. Non siamo in grado di sapere quanto il fotografo amasse ciascuno di loro, ma certo li amava tutti insieme in quanto maschi di Sicilia: la sua vita e la sua opera sono, infatti, sotto il segno di un'emozione prepotente ed esclusiva, quella per l'isola e il villaggio di Taormina.

Guidato da un istinto seduttorio netto, von Gloeden adopera argomenti che i giovani del luogo conoscevano, quello della soddisfazione di un bisogno tra complici, quello del potere e del fascino del più forte e del più anziano. Lascia loro, interamente, l'alibi della propria virilità, li seduce con la sua estraneità; offre piacere attraverso la sua consumata familiarità con il corpo maschile.

Il paese adulto, tollerante e pettegolo, vitale e sanguigno, registra che la dimensione dell'omosessualità giovanile può essere ricondotta senza sforza all'interno dei circuiti del proprio piacere. Ciò inquieta, divide, genera tensione, invidia, incomprensione.
Il giovane che si dona all'anziano in modo così esplicito ed evidente contravviene alle regole comunitarie: e, infatti, diviene ozioso, intrigante, curioso. Télari (coloro che, continuamente, ordiscono tela) vengono definiti quanti sono nella cerchia di von Gloeden, e gli omosessuali in genere.

Il paese sa, tuttavia, che costoro rientreranno, con il passar del tempo, nella norma, che il fenomeno von Gloeden, non è che è una variante di qualcosa che è sempre esistito. Concede loro, quindi, tutte le attenuanti, li accredita di una virilità che farebbe felice il barone tedesco. 
Il mito dell'insaziabile disponibilità nordica - aristocratica - che si appaga dell'inesauribile eppur pacata potenza meridionale - popolare -  costante di certa cultura del Sud negli anni del suo intenso rapporto con il Nord (turismo, emigrazione) viene plasmato a Taormina in versione omosessuale. 
La dialettica tra lo straniero, sicuro oggetto di seduzione sessuale, perché già sedotto intellettualmente e sentimentalmente, e il dongiovannismo autoctono, irrequieto e febbrile, si dispiega qui, divenendo elemento di giustificazione e rassicurazione, in una dimensione maschile. (Faeta, p. 101).

Si sia d'accordo o no con questa analisi (io lo sono), resta comunque il fatto, dimostrabile sul terreno, che da questa esperienza di forte impatto con la realtà omosessuale al momento della propria nascita come località turistica, Taormina uscirà come città più tollerante delle altre verso le "diversità" dei forestieri (mentre per e fra gli indigeni continuava a restare in vigore una ben più rigida morale siciliana, e l'omosessualità non era affatto benvista), al punto che per anni questa fu la sola realtà siciliana ad avere locali gay, ben prima che li aprisse la ben più grande e moderna Catania.
Ma questa è (già) un'altra storia.

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9) I modelli
 

Questo modello appare in molte foto del primo periodo, vestito ora da greco, ora da arabo (come qui, dove è chiamato "Ahmed"). Una delle sue foto si intitola "Peppino": potrebbe quindi essere lui Peppino Caifasso?
Un altro modello molto presente nelle foto di Gloeden, per una buona decina d'anni. Qui è chiamato "Pietro". Se questo non è un nome "regalatogli" da chi ha pubblicato la foto, potrebbe essere lui Pietro Caspanu,  pescatore. 
La stessa immagine, trasformata in quadro da Gloeden, ci rende alcuni colori della sua scalinata.
Lo stesso modello, negli abiti che indossava nella vita reale. 
Abiti non certo di lusso, e non certo da "Arcadia". Questo è il volto vero del mondo che Gloeden trasfigurò nelle sue immagini.
 
Questo modello appare in moltissime foto del primo periodo taorminese (circa 1895-1905). 
Visti i tratti delicati, e la sua presenza costante per molti anni, potrebbe forse essere lui il Vincernzo Lupicino ("Virgilio") di cui parla Nicolosi?
Ancora un modello molto presente nelle foto di Gloeden, e addirittura in una celebre serie scattata a Pompei da Plüschow. Fu lui ad essere portato al museo di Napoli, come racconta qui sotto Gloeden. Non so dare un nome neppure a lui.
 
 
"I miei soggetti erano contadini, pastori, pescatori. 
Ci volle molto tempo per entrare in confidenza con loro prima di poterli osservare in mezzo alla natura, avvolti in vesti leggere, per poi selezionarli ed ispirarli con racconti delle leggende di Omero, aiutato dalla mia conoscenza del dialetto siciliano. (...)

I modelli erano quasi sempre allegri e contenti, avvolti nei loro abiti leggeri, si sentivano a loro agio all'aria aperta e camminavano suonando il flauto e chiacchierando allegramente.

Non pochi di loro si divertivano a posare e non vedevano l'ora che mostrassi loro le fotografie scattate.

Una volta per ricompensa portai uno dei miei modelli più bravi al museo di Napoli e rimasi deliziato dalla genuinità dei suoi commenti e dalla sua autentica gioia nell'ammirare le sculture di epoca classica".

Così Gloeden stesso descrive il suo rapporto con i suoi modelli nel resoconto presentato nel 1899 alla "Libera società fotografica di Berlino".

Chi erano costoro? Qualche nome ci è stato salvato dal gran naufragio della memoria, nel 1959, da Nicolosi:

Pur essendo trascorsi tanti anni, ancora oggi sono in vita molti di quei personaggi che servirono da modelli.
Tra i nomi di questi ultimi fa spicco Vincenzo Lupicino (un barbiere napoletano al quale fu dato il soprannome d'arte di "Virgilio" e che il Gloeden fece espressamente giungere dalla sua città natale perché attirato dalle sue forme, delicate e gentili come quelle di una giovinetta).
E poi: Peppino Caifasso, Pietro Caspano, Nicola Scilio, Giuseppe De Cristofaro... (Nicolosi, pp. 52-53).
Nel romanzo di Peyrefitte c'è un altro "Virgilio", taorminese, figlio di un asinaio e poi fotografo, morto durante la prima guerra mondiale, che come molti altri persoangi dello scritto di Peyrefitte è più un personaggio simbolico che una persona reale. 
Secondo Peyrefitte uno degli ulivi del Viale della rimembranza della Villa Comunale (i giardini pubblici) porta il suo nome (Peyrefitte, pp. 178-179), che ovviamente non è "Virgilio" (ho controllato di persona: l'unico Virgilio caduto nella prima guerra mondiale commemorato nel viale fu il ten. Virgilio Rizzo, un ufficiale, il che all'epoca implicava che fosse di famiglia almeno borghese).

Peyrefitte lo presenta, sedici o diciassettenne, come primo amante del barone von Gloeden all'arrivo a Taormina e sua prima guida. (Peyrefitte, pp. 102-116 e 178).

Virgilio, che aveva concepito per me una specie di passione, vedeva con dispetto il successo che ottenevo coi suoi amici e il suo carattere giunse a incupirsi tanto da far temere una malattia.
Un giorno, trovandosi solo con sua madre, le confessò, dopo una crisi di pianto, di soffrire per causa mia e la povera donna ebbe all'improvviso una strana idea; attribuendo, e giustamente, a gelosia amorosa il dolore del figlio, gli domandò se per caso io non fossi una donna travestita. Di colpo Virgilio smise di piangere e cominciò a ridere, ma sua madre, cui probabilmente per la prima volta veniva in testa un'dea così ardita, non si arrese: dichiarò che potevamo essere tutti d'accordo e che avrebbe creduto soltanto ai suoi occhi. (Peyrefitte, pp. 111-112)
Il racconto prosegue con la madre che con una scusa va sulla spiaggia, dove il barone e il figlio facevano il bagno nudi, per verificare il sesso dell'innamorato del figlio: scoprendo che è un uomo, se ne va sollevata. Una scena più comico-folcloristica che storica.

Non è stata per ora fatta una ricerca storica sui modelli di Gloeden (Faeta è infatti più interessatio ai risvolti psicoanalitici ed antropologici che a quelli storici). Ascoltare anche il loro punto di vista, a mio parere, sarebbe stato interessante.
Negli anni Sessanta una rivista "omofila" svizzera andò a cercarli, ma si limitò a fotografarli da vecchi, ormai nonni. Non ho mai trovato quel documento, quindi non so se contenesse o no testo. So che, calcolando che nell'ultima parte della sua vita Gloeden fotografò poco o nulla, i suoi modelli dovrebbero essere ormai morti tutti, o avere minimo cent'anni. La possibilità di chiedere il loro punto di vista, quindi, ormai non esiste più.

Con un poco di pazienza si potrebbe interrogare i loro discendenti, anche perché nel mio ultimo viaggio a Taormina ho trovato un atteggiamento più aperto che un passato rispetto al tema (quando la gente addirittura si stupiva del fatto che Gloeden fosse noto al di fuori di Taormina). Ormai i "fattacci" sono talmente vecchi (per i più giovani è roba da quadrisavoli), e il turismo a Taormina si è talmente emancipato da quelle prime mosse, che parlare della cosa suscita meno paranoia che vent'anni fa (quando feci i primi, infruttuosi tentativi in tal senso).

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10) Gaetano D'Agata (1883-1949)
 

Non ho trovato nessun ritratto del viso di D'Agata. Ringrazio chi potesse aiutarmi a trovarne uno.
Il timbro delle foto di Gaetano D'Agata.
Gaetano D'Agata, Nudo maschile. Prima del 1929.
Gaetano D'Agata, Nudo maschile che imita la posa del celebre Caino di Gloeden. 1923.

Qui parliamo della concorrenza a Gloeden. Che a quanto pare ebbe anche imitatori. Quelli di cui Peyrefitte ha scritto(e non senza buone ragioni), facendo parlare in prima persona Gloeden:

Non basta, per ottenere un nudo artistico, mettere un po' di fiori attorno al capo o fra le braccia del modello, come ognuno può constatare dai tentativi dei colleghi che non tardarono a pullulare sul luogo. Ma gl'imitatori mi han sempre divertito, coi loro efebi che parevano esser pagati da un nemico di Taormina, o dagli efebi stessi. (Peyrefitte, p. 119).
Falzone Barbarò segnala (p. 25) fra gli assistenti di Gloeden nel momento del suo massimo successo, oltre a Pancrazio Buciunì e al parente di Crupi già citato più sopra, anche un Gaetano D'Agata (1883-1949).

Si tratta di un taorminese, che in un momento imprecisato (ma le sue foto di nudo datate che sono venute alla luce fino ad oggi si concentrano negli anni Venti) si sarebbe "messo in proprio" cercando di far concorrenza a Gloeden.

Gaetano D'Agata cercò, con personale impegno, di mantenere vivace un progetto di lavoro basato sulla fotografia, non solo quale strumento di documentazione, ma anche d'improvvisazione artistica. 
Originario della provincia catanese (proveniva da Aci S. Antonio), giunse giovanissimo a Taormina, trovando nella località costiera stimoli ed interessi tali da stabilirvi la propria residenza. 
Sposò una ragazza del posto e, alla morte di questa, una donna austriaca, avendo un figlio da entrambe. 
Viaggiò molto in Spagna, Irlanda, India e Stati Uniti d'America, arrivando ad aprire un atelier in New York, studio che però rimase attivo per un solo anno. 
Partecipò ad alcune esposizioni di livello nazionale, come quella di Torino del 1923 e di Roma l'anno successivo, riportando lusinghiere segnalazioni. 
Il suo lavoro consistette, per la gran parte, nella ripresa di tradizionali vedute di paesaggio, appena permeate del fascino di un pittorialismo di maniera, adatte ad un pubblico di medi interessi artistici. (Mirisola, p. 37).
D'Agata registrò in effetti una più che dignitosa produzione come paesaggista "da cartolina", e molte sue foto "di genere" furono usate per cartoline che rimasero in circolazione per decenni. In questo campo D'Agata si rivelò un buon fotografo commerciale.

Accanto a quella di paesaggi ci fu però una produzione di nudo maschile, che non merita certo di passare alla storia dell'arte. Innanzi tutto, a colpo d'occhio si capisce immediatamente che D'Agata era eterosessuale. Nei suoi nudi maschili si vede chiamaente che egli non riusciva a percepire gli elementi che possano rendere erotico un corpo maschile. Di conseguenza sbaglia spesso la messa in posa dei suoi modelli, mentre Gloeden, fino alla fine, non ha mai sbagliato una posa.

Prendiamo per esempio l'imitazione che D'Agata fa del celebre Caino di Gloeden (del 1905 circa), una foto che è stata ristampata innumerevoli volte ed imitata altrettante, e che dal processo a Buciunì sappiamo essere stata perfino esposta come decorazione artistica negli alberghi taorminesi. 
D'Agata, palesemente, vuole provare a ripetere il "colpaccio", variando ovviamente un poco la posa perché non si dicesse che aveva copiato. 
E allora, cosa fa? Al posto di un giovanotto muscoloso mette un ragazzotto che l'adolescenza ha appena prosciugato di volume dandogli membra lunghe e sottili, carino di viso ma giraffesco nelle proporzioni. Inoltre ne mette in primo piano i piedi, in modo tale da farli sembrare sproporzionati, enormi.
Alla fine, il ragazzo è caruccio, porino, la foto è antica di quasi cent'anni quindi alle aste online il suo prezzuccio lo spunta comunque, ma l'immagine in sé resta comunque solo "una copia del Caino di Gloeden" e basta. Un "vorrei-ma-non-posso".

Il bello è che anche la foto di Gloeden imitata era a sua volta una imitazione del Giovane uomo seduto sulla riva del mare di Flandrin, oggi al Louvre (una icona gay). Ma Gloeden ha abbastanza cultura artistica e dell'immagine per rifarlo come cosa sua, come avrebbero fatto anche Fred Holland Day, Robert Mapplethorpe o Tony Patrioli. D'Agata invece conosce solo Gloeden; quindi non imita direttamente Flandrin, ne imita l'imitazione... col risultato inevitabile dell'impoverimento del risultato.

Inoltre, come un cuoco che per coprire le sue malefatte esagera coi condimenti, nelle sue foto D'Agata esagera col principio secondo cui "giovinezza è bellezza", rifilandoci nelle sue foto ragazzini spesso a malapena puberi, gracili, ossuti, adatti al massimo a fare il puttino con le ali in processione...

Insomma, le sue, più che foto di nudo, sono foto di ragazzini senza le mutande, nelle quali sia la sensibilità omoerotica sia la poesia presenti in Gloeden sono assenti.

Date queste premesse, e dato che anche lo stesso erede di Gloeden ebbe problemi con la stretta censoria innescata dal regime fascista a partire dal 1930, e dato infine che il pittorialismo fotografico di Gloeden che D'Agata imitava era passata di moda a partire dal periodo della Grande Guerra, è improbabile che la produzione di nudo maschile di D'Agata sia sopravvissuta oltre il terzo decennio del XX secolo.

Ciò non toglie che di tanto in tanto emerga sul mercato qualche scatto ben impostato (a volte nei luoghi di Gloeden, ad esempio la sua casa, il che lascia sospettare un aiuto del maestro nella concezione dell'immagine).

D'Agata è insomma un altro fotografo di nudo maschile che attende di essere studiato e catalogato, ma che non può aspirare alla fama artistica di Gloeden. Ne è un epigono, brilla di luce riflessa, e la sua stagione si chiude al chiudersi di quella dello stesso Gloeden. 

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11) ...Nedda & c.
 

Nedda cucciola. Incisione da una foto di Gloeden, edita su rivista nel 1893.
 Nedda cresciuta, in una foto successiva.
Ancora Nedda mentre fa le feste a un modello.

Zinaida Gippius, nel 1899, nomina nel suo racconto di una serata passata a casa Gloeden 

Nedda, il cane nero, che capisce perfettamente l'italiano ed è molto abituato a posare per le fotografie. (Gippius).
(In realtà, essendo "Nedda" un nome siciliano femminile, vale a dire "Nella", sarà stata semmai una cagna).

E Falzone Barbarò ha raccolto dalla voce dei testimoni che Gloeden

aveva molti altri animali domestici, tra cui un grosso cane nero a cui aveva insegnato a zampettare sul suo pianoforte. (Falzone Barbarò, p. 23).
Gloeden aveva infatti una vera passione per gli animali, divertendosi ad ammaestrali e lasciarli girare liberi per la casa. In molte foto della scalinata di casa Gloeden si intravede sul retro perfino una voliera per gli uccelli.

Così scrive Nina Matteucci, nel 1910:

È notorio ed anche sorprendente, come egli arrivi ad ammaestrare i volatili, dal tacchino al colombo, dal corvo all'usignuolo.
Egli riesce ad insegnare, col fischio, una canzone ad un uccello, che la ripete subito dopo modulandola nella piccola gola, in tutte le note alte e acute, basse e morenti. Ad un suo cenno l'uccello  gli salta sul dito, contento di venir portato a spasso, lo bacia, gli va sulla spalla, e dopo un certo tempo ad un secondo cenno rientra nella gabbia, e canta come di sfida alla libertà! 
Uno stuolo di colombe vola riunito, dal tetto della casa, e gira e rigira nell'aere libero nel medesimo verso, fino a che egli non dica “basta” battendo due o tre volte le mani, al che come dal desìo chiamate con l'ali aperte e ferme ritornano sul tetto; nel medesimo attimo. (Matteucci, p. 404).
In questo zoo, Nedda fu il suo animale preferito.

Appare cucciola in una foto sicuramente anteriore al 1893 e quindi la sua presenza può essere d'aiuto a datare al decennio successivo le foto in cui appare (Gloeden datava le foto in base all'anno in cui le stampava via via, e non in base a quello in cui le aveva effettivamente scattate, perciò datarle con esattezza è problematico).

Oltre a Nedda, in altre foto di Gloeden appare un cagnolino di piccola taglia, bianco e con una macchia nera su un occhio.

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La Taormina di Gloeden. Ieri e oggi.
 

Giovanni Crupi, Gloeden e il parroco di Castelmola davanti a San Pancrazio, ca. 1900.
 La stessa immagine, colorizzata per essere venduta come cartolina turistica.
 La stessa strada, come si presentava nel 2006.
Giovani Mariani, Palazzo Corvaja, [circa 1900].
Palazzo Corvaja nel 2006 (mannaggia a tutti 'sti alberi cresciuti davanti nel frattempo!).
Palazzo Corvaja nel 2006.
Il teatro grecoromano in una foto di Gloeden.
 Il teatro grecoromano nel 2006.