Indice:
Un ringraziamento a Malcom Gain di Parigi, che mi ha messo a disposizione la sua collezione gloedeniana e la sua consulenza per scrivere queste pagine.
I ritratti di Gloeden (1856-1931) [1]. Nato in Germania, Wilhelm von Gloeden (1856-1931)
frequentò per qualche tempo la scuola d'arte per diventare pittore,
ma non riuscì a completare gli studi perché colpito dalla
tubercolosi.
Nei primi anni del suo soggiorno Gloeden viaggiò per l'Italia e per un certo periodo visse addirittura assieme a Francesco Paolo Michetti, pittore affermato nonché fotografo dilettante, che secondo la stessa testimonianza di Gloeden lo incoraggiò a proseguire il lavoro iniziato nel campo della fotografia, salutandolo (e a ragione, in questo caso) come vero artista (Matteucci, p. 401[2]). Gloeden era nato da una famiglia ricca
e introdotta a Corte, anche se non tanto nobile quanto egli pretendeva
presentandosi come "barone": lui e suo padre non appaiono infatti in alcun
albero genealogico dei von Glöden.
Gloeden a Taormina visse oziosamente di
rendita fino al 1895, dilettandosi di pittura (con risultati alquanto scarsi)
e fotografia.
Di lui è stato scritto: Cinquant'anni di vita taorminese ruotano attorno a questo singolare personaggio: Roger Peyrefitte ne ha raccontato in parte la storia nel romanzo Eccentrici amori: prima che per i nudi degli efebi agghindati con corone di lauro, Gloeden fu famoso per le sue stranezze, le bizzarrie di vita. Amava, per esempio, fare in casa il bagno con acqua di mare, e ogni giorno schiere di ragazzotti (ben pagati) rovesciavano nella vasca grossi barili riempiti <al mare sottostante la collina di Taormina> e trasportati quassù a spalla. (...)
Il
contemporanei di Gloeden.
Il pittore tedesco di paesaggi nonché
conte Otto
Geleng (pronuncia: "ghéleng") fece più di
ogni altro fra i suoi connazionali per lanciare Taormina (dove arrivò
nel 1863, innamorandosene a tal punto che qui si sposò, visse il
resto dei suoi giorni e morì) come paradiso terrestre e meta turistica
ideale.
Tuttavia Gloeden sembrò trovare in loco un paradiso terrestre di un tipo che l'eterosessuale Geleng non aveva affatto preventivato. Il buon Ottone, che cogli anni diventava sempre più cattolico e sempre più reazionariamente rigido, iniziò così a criticare pubblicamente lo stile di vita omosessuale di Gloeden, il quale per tutta risposta lo querelò (assieme ad altri) per diffamazione. Gloeden vinse la causa (il 31 luglio 1894), ma solo perché assai prudentemente si era ben guardato dal concedere la "ampia facoltà di prova" ai querelati (cioè di concedere la rinuncia alla querela se i querelati fossero stati capaci di provare che quanto dicevano è vero [3]. Ecco quel che racconta dell'episodio "Il nuovo imparziale" in data 1 agosto 1894: La "Gazzetta di Messina" nel suo n. 177 riferisce di una dichiarazione fatta in favore del chiarissimo sig. W. von Gloeden dai signori Adolfo Werther Fischer, Otto e Angelo Gelenz (sic), Pancrazio Siligato, che erano stati con citazione direttissima querelati dal sig. Gloeden per diffamazione.Su Geleng si può leggere anche il capitolo ("La scoperta di Taormina", pp. 61-65) che gli dedica il libro di Roccuzzo.
2a) Giuseppe Bruno (1836-1904)
Il primo fotografo professionale attivo (dal 1875 circa) a Taormina, fu il "chimico-fotografo" (così si firmava) nonché ingegnere Giuseppe Bruno (1836-1904), un onesto anche se oggi dimenticato autore di nitide ed assai eleganti vedute paesaggistiche (Mirisola, p. 19). Fu lui ad insegnare la fotografia (all'epoca un'arte alquanto complicata) a Gloeden. Nonché, con ogni verosimiglianza. a Giovanni Crupi.
2b) Giovanni Crupi (1859-1925) Non sappiamo da chi il fotografo Giovanni Crupi abbia appreso la sua arte: è stato ipotizzato che il suo maestro sia stato Giuseppe Bruno, ma non sono per ora emerse prove né a favore né contro questa ipotesi. Crupi, anch'egli ricco di famiglia, viveva
di rendita, e per lui la fotografia fu all'inizio (proprio come per Gloeden)
solo un hobby: fu solo nel 1885 che egli la trasformò in
un'attività.
Gloeden di Crupi fu dunque amico e collega.
E qualcuno (Falzone Barbarò,
p. 22) aggiunge anche "allievo", tuttavia Gloeden
stesso affermò nel 1898 in uno scritto autobiografico
di avere appreso i rudimenti dell'arte fotografica da Giuseppe Bruno; dunque
sulla questione non sono possibili dubbi.
A ciò contribuisce il fatto che, per una serie di vicissitudini, una parte delle negative (che ritraevano paesaggi e monumenti d'arte) fu acquistata da Gloeden, che da quel momento in poi le commercializzò a proprio nome (all'epoca era una procedura considerata normale). Questo fece sì che si trovino oggi esemplari assolutamente identici delle stesse immagini che portano, alcuni, la firma di Crupi, altri, quella di Gloeden. Le foto di Crupi si distinguono comunque
di solito, anche quando siano firmate da Gloeden, per la presenza di una
spessa fascia nera in basso nella quale è scritto il titolo dell'immagine
e il numero di catalogo. Questa fascia manca invece nelle foto scattate
personalmente da Gloeden.
Crupi a seguito delle sue vicissitudini
espatriò, e nel 1899 aprì in Egitto uno studio fotografico
vicino al Cairo, ad Heliopolis (Pohlmann,
p. 15); un suo parente rilevò l'azienda (Mirisola,
p. 23). Al suo ritorno in patria nel 1910 Crupi lo avrebbe assistito
nella conduzione della ditta, ma senza riprendere più a fotografare
(Mirisola, pp. 23 e 25).
In età più avanzata Gloeden avrebbe avuto come assistenti (secondo Falzone Barbarò, p. 25), oltre a Pancrazio Buciunì, il sopra citato parente di Giovanni Crupi. (Per un lapsus Falzone Barbarò (p. 25) elenca fra gli assistenti di Gloeden proprio... Giovanni Crupi, che pure poche pagine prima aveva citato addirittura come suo maestro, tuttavia si tratta palesemente solo d'una svista).
Nella formazione artistica di Gloeden ebbe
un ruolo anche il cugino, Wilhelm
von Plüschow, anch'egli fotografo, anch'egli omosessuale,
ed anch'egli abitante in Italia.
Ciò detto, rispetto al passato (quando
si era fatto senz'altro di Plüschow il maestro di Gloeden,
cfr. Nicolosi, p. 44),
oggi abbiamo chiaro il fatto che un rapporto del tipo maestro-allievo fra
i due in realtà non ci fu mai. Anche perché Plüschow
viveva a Mergellina (Napoli) prima e a Roma poi, mentre Gloeden
stava a Taormina. Mentre, come ho già detto,
la
tecnica della fotografia Gloeden l'apprese da altri, e la sua ispirazione
fu del tutto diversa.
Ad ogni modo, nulla
impedisce che possa corrispondere al vero un'altra ipotesi, secondo cui
potrebbe essere stato proprio Plüschow
ad avere interessato il cugino, durante una sua visita a Napoli
nel 1878, alla fotografia (che dopo tutto era ancora una forma d'arte
relativamente nuova e piuttosto "di élite"). Lo stesso Gloeden conferma,
in
un suo scritto autobiografico del 1899, la data del 1878 come
quella del suo primo interessamento alla fotografia.
Ben presto i nudi di Gloeden (che riuscì ad inventare un affascinante e idilliaco mondo di fantasia in cui ambientare i corpi nudi dei suoi ragazzi sottoproletari), superarono in qualità quelli di Plüschow, molto più carnale e sessualmente esplicito (Plüschow smerciò anche vera e propria pornografia, cosa che Gloeden non fece mai). Non a caso Plüschow conobbe il carcere e finì nel 1907 espulso dall'Italia per un brutto affare di prostituzione di minori, mentre Gloeden vi terminò i suoi giorni indisturbato. Di lui Vanzella ha scritto che: in Plüschow, storicamente antesignano del cugino, manca quell'ispirazione metafisica che spingeva Gloeden sulle tracce del mito, ad inseguire un'autentica estetica della purezza, e per quanto s'impegnasse nel calcarne le tracce, come un epigono qualunque, i risultati furono modesti. (Mirisola, pp. 33 e 35).A mio parere la prima parte del giudizio è corretta, mentre sarebbe un errore passare da un estremo all'altro, e dopo averne fatto a torto il "maestro" fare di Plüschow, altrettanto a torto, un "imitatore" di Gloeden. Plüschow ebbe infatti una sua estetica
ben distinta da quella del cugino, tanto da farci chiedere come sia stato
possibile confondere nel dopoguerra la loro produzione. Quando Plüschow
produce, che so, la foto d'un ragazzo nudo accanto a una bicicletta, non
lo fa certo certo perché non sia capace di usare anche lui rose,
pàmpini e sandali greci. Al contrario, lo fa perché si dimostra
un osservatore della sua contemporaneità (e dei fantasmi erotici
del suo mercato) più attento di quanto non lo sia Gloeden.
Da questo punto di vista, e solo da questo,
Plüschow, sia pure con tutti i suoi limiti morali che non è
il caso di discutere qui ed ora, si rivelò un artista più
attento alla realtà sociale e alla sua evoluzione, anticipando coscientemente
(sia pure con un anticipo eccessivo) la produzione industriale di
nudo rivolta al mercato omosessuale.
In un confronto tra i due autori tedeschi, è riscontrabile, da parte di Wilhelm von Plüschow, un'indagine fotografica attraverso la quale i giovani corpi giungono a noi in un'atmosfera meno artefatta, in una sorta di maggiore autenticità che li fa precipitare nella scarnificata realtà del loro mondo.
Pancrazio Buciunì (ma sui libri di storia è spesso citato anche come Bucinì) era detto in paese "'u Moru" ("il moro", "il nordafricano") per il colore bruno della sua carnagione (e i suoi figli e nipoti e pronipoti, a Taormina, hanno ereditato il soprannome, anche al femminile: " 'a Moru"). Pancrazio fu per decenni l'assistente tuttofare
di Gloeden.
Luigi è il braccio destro del barone. Si occupa della vita domestica e stampa le fotografie (ha d'altronde anche un assistente, Mino).Durante la prima guerra mondiale, dato che Gloeden tornò in Germania per evitare di trovarsi in un campo di concentramento per residenti nemici (come accade a Geleng, che pure era cittadino italiano e aveva due figli sotto le armi nell'esercito italiano) fu a Buciunì che rimase affidata la casa e la cura degli animali, per dare notizia dei quali continuò a corrispondere con Gloeden tramite la Svizzera. La censura militare, insospettita da tutte quelle lettere che parlavano del "corvo", del "tacchino" e del "cane", pensò che si trattasse di nomi in codice, e fece passare un brutto quarto d'ora al Moro per spionaggio e connivenza col nemico (un reato per cui era prevista la pena di morte). Fortunatamente le cose furono chiarite, ma non senza che il buon Pancrazio avesse assaggiato il carcere. (Cfr. Peyrefitte, pp. 159-160). Buciunì fu anche l'erede dell'azienda e delle lastre fotografiche (tutto quanto era rimasto del patrimonio del vecchio datore di lavoro: la casa era stata - per sua sfortuna - appena venduta). Si sposò ed ebbe figli. Lavorando per Gloeden Buciunì era
diventato un esperto tecnico di laboratorio fotografico, e continuò
quindi senza problemi a ristampare e commercializzare il patrimonio di
negativi ereditato.
"egli dovette rassegnarsi a continuare il suo lavoro coi residui dell'assortimento Von Gloeden e con alcune più recenti - ma meno artistiche - negative di sua produzione". (Falzone Barbarò, p. 26).Dunque, anche Buciunì rientra fra i fotografi italiani di nudo maschile dell'anteguerra, anche se la sua produzione autonoma non è mai stata studiata e riconosciuta, fino ad oggi. Durante il fascismo, come appena detto, Buciunì subì due sequestri e un formale processo per "oscenità" (da cui uscì assolto), che tra confische espresse e rotture più o meno intenzionali (le negative erano su vetro, all'epoca) ridusse il corpus gloedeniano dai poco meno di 5000 pezzi attestati nella numerazione del suo catalogo ai 1300 circa conservati oggi dalla Fondazione Alinari a Firenze. Buciunì continuò comunque
a commercializzare fino alla morte ristampe dalle negative originali di
Gloeden, specie dopo che Peyrefitte ebbe tratto il nome di Gloeden
dall'oscurità in cui era caduto, grazie al romanzo breve Eccentrici
amori.
Il suo erede, il fedele Moro, oggi semplice pescatore. (Peyrefitte, p. 181).Torna ad inizio pagina
5) Sophie Raabe (1847-1930)
Sorellastra di Wilhelm (era figlia della stessa madre, che rimasta vedova aveva sposato il futuro padre di Wilhelm) al momento del crollo economico del patrigno Sophie Raabe raggiunse Wilhelm a Taormina nel 1895 La sorellastra Sofia sovraintendeva alla casa e preparava i pranzi per gli ospiti.La sua silenziosa impotanza nella vita di Wilhelm è confermata da Giuseppe Vanzella: Fortunatamente anche la sorella Sofia Raab gli fu fondamentale aiuto, gestendogli con fedele dedizione la casa per lunghi anni ed accogliendo magnificamente gli ospiti, senza mai interporsi nelle sue scelte di vita. (Mirisola, p. 31).Più vecchia di lui di qualche anno, premorì al fratello, l'11 novembre 1930. Anche lei è sepolta a Taormina, accanto al fratello.
Cosa ci facesse il parroco di Castelmola, uomo timorato di dio, assieme a un fotografo protestante e omosessuale non lo saprei proprio dire. Avranno forse avuto degli interessi comuni, che non ci sono stati tramandati. Quel che sappiamo è solo che don Intelisano fece parte della cerchia degli amici taorminesi di Gloeden. Peyrefitte (che nel 1949 lo dà per scomparso da molti anni) descrive folcloristicamente don Intelisano, facendone una specie di macchietta, sotto il semplice nome di "don Giuseppe": don Giuseppe e don Manuele (...) seppero essere, insieme, buoni preti e buoni compagnoni. Robusti contadinotti dalla fede solida quanto le montagne dove eran nati, ma non per questo meno maschi: (...) don Manuele aveva quattro o cinque figli e don Giuseppe ne vantava diciotto. (Peyrefitte, pp. 132-133).Accanto alla "casa rossa" sul monte Ziretto stava la "casa bianca", costruita da un cantante tedesco anch'egli omosessuale, che Peyrefitte chiama "Wullner". Qui Gloeden andava, a dar retta a Peyrefitte (e cfr. Falzone Barbarò, p. 24) assieme ai suoi modelli, e nel suo pergolato tenuto a vigna ha ambientato molte sue foto: <"Wullner"> acquistò da don Giuseppe una parte del suo terreno e vi fece innalzare una bella casa, chiamata poi la casa bianca, cui aggiunse un grazioso giardino in mezzo alle rocce.Peyrefitte stesso afferma che la "casa rossa" fu distrutta durante il bombardamento che accompagnò lo sbarco inglese nella seconda guerra mondiale (Peyrefitte, p. 182), ma che la "casa bianca" sopravvisse intatta (e mi è stato detto a Taormina che esiste ancora). Per finire va aggiunto che fra le modelle usate da Gloeden appare la nipote del parroco, Maria Intelisano, dal viso molto bello, che Gloeden trovava somigliante a quello di Eleonora Duse, al punto da fotografarla anche in una posa "dusiana".
Il barone Karl (o Carl) von Stempel
(1862-1951) fu il principale informatore su cui Roger
Peyrefitte si basò per ricostruire la Taormina gay
d'inizio secolo raccontata nel 1949 nel suo romanzo
Eccentrici
amori (Nicolosi, p. 8).
Nato in Curlandia (oggi Lettonia) da famiglia tedesca nobile e ricchissima, il barone von Stempel si trasferì a Taormina assieme alla madre, e qui abitò in quella "casa Rossa" che ancora oggi è possibile ammirare proprio in fondo a una delle prime curve della carrozzabile Villagonia - Taormina. Un'altra casetta che sorgeva vicina - l'attuale "villa Caronia" - servì, invece, da magazzino-deposito. (Nicolosi, p. 8).Sposato e con prole, Stempel ebbe una "crisi della mezza età" decisamente robusta, che lo portò a cercare di farsi "guarire" dalle sue pulsioni omosessuali da nientemeno che Richard von Krafft-Ebing (Peyrefitte racconta l'episodio con tono ironico, e gli mette in bocca la frase, che possiamo immaginare autentica vista la conoscenza diretta fra scrittore e personaggio: "Io mi meraviglio ancora d'aver potuto chiedere di guarire di questo male invece d'invocare che me lo dessero"). (Peyrefitte, p. 144).La crisi lo portò infine a mollare, a 43 anni, moglie e carriera, per inseguire le sue tendenze omosessuali nella Taormina d'anteguerra: divorziato, visse arditamente secondo i suoi gusti e, poiché certi giornali curlandesi vi avevano fatto allusioni, egli scrisse loro per confermare che tutto era vero.Stempel non aveva però trovato la felicità negli amori non disinteressati che era così facile comprare a Taormina in quegli anni, come confessò a Peyrefitte verso il 1947-1948: E poi aggiungeva: "Ciononostante, se ricominciassi da zero, farei la stessa cosa". (Testimonianza di Roger Peyrefitte in Nicolosi, p. 9). la sua generosità non ebbe confini e oggi [1959, NdR], più che ogni altro, potrebbe testimoniare Francesco Strazzeri, il titolare di un'avviata pensione sulla rotabile Taormina-Castelmola, che gli fu molto vicino e che per molti anni curò la sua cucina. Non è abituato a parlare molto di Stempel, lo Strazzeri, e pertanto non si riesce a cavare molte parole dalla sua bocca.La famiglia Strazzeri era stata al suo servizio per trent'anni ed aveva salvato, nel corso dell'ultima guerra, gli ultimi resti del suo patrimonio.(Nicolosi, p. 8).Stempel era giunto a Taormina richiamatovi da Gloeden. Era uno dei pochi arrivati che non avesse nessuna pretesa di talento artistico o di particolare competenza estetica. Ciononostante divenne un avido collezionista dell'opera di Gloeden.A Taormina Stempel fu al centro della cerchia di personalità omosessuali che frequentavano la località: Stempel ebbe parecchie amicizie fra gli omosessuali; tra esse la più celebre fu quella con il principe Yusupof, l'assassino di Rasputin. Stempel l'ospitò per qualche tempo in casa sua, ma resosi conto del pericolo di tenere in casa un uomo a cui i servizi segreti zaristi l'avevano giurata, gli consigliò di partire dalla Sicilia. (Nicolosi, pp. 76 e 97-98, Saglimbeni p. 57).Vissuto di rendita per tutta la vita, dopo la seconda guerra mondiale il barone vide il suo patrimonio assottigliarsi sempre più. Così andò ad abitare in casa Strazzeri, dove continuò a ricevere gli amici, ma dove, tuttavia, non ebbe il conforto di vedere attorno a sé un solo famigliare, nemmeno quel giovane taorminese che tanti anni avanti aveva adottato come figlio e col quale, però, era da tempo in rotta. (Nicolosi, pp. 77-78).In realtà dietro al tracollo economico ci fu un risvolto che Nicolosi aveva ritenuto opportuno passare sotto silenzio: Stempel incontrò un ragazzo che in breve divenne la sua ossessione. Nel corso degli anni e ben oltre la morte della vecchia baronessa madre il giovane uomo, il cui cognome era Castorina, spogliò metodicamente Stempel delle sue ricchezze. Nonostante gli ammonimenti dei suoi amici e i pressanti richiami di von Gloeden (che peraltro riconosceva che Castorina era pericolosamente attraente) la dipendenza di Stempel da lui non fece altro che crescere.Torna ad inizio pagina 8) I ragazzi di Taormina e "chiddi d' 'a tila" È arrivato il momento di prendere infine il toro per le corna e parlare di loro, dei ragazzi di Taormina che Gloeden frequentava: ma Gloeden con 'sti ragazzi ci andava anche a letto, o li fotografava soltanto? Rispondiamo senza girarci intorno: sul
fatto che ci andasse a letto nessuno ha mai espresso dubbi. Mai.
Questo periodo di rimozione ha reso possibile l'inconcepibile dispersione di tutto quanto era rimasto a Taormina di Gloeden (se si eccettua quanto ha potuto salvare in loco, fra l'indifferenza di tutti e con mezzi economici non certo all'altezza dei collezionisti forastieri, il collezionista Nino Malambrì). Perfino le lastre delle negative superstiti sono finite a Firenze, dopo essere rimaste per decenni sotto un letto a Taormina, senza che nessuna autorità locale mostrasse il minimo interesse ad acquisirle. Neppure quelle non di nudo: cancellate dalla memoria. Nel 1951 lo scrittore gay Jean Cocteau registrava acutamente questa fase nel suo diario: Taormina cerca di vivere su una cattiva reputazione, cosa più difficile che vivere su una buona reputazione. Ho raccontato a Somerset [Maugham] la storia di un pescatore quarantenne, furioso contro una boutique del centro perché esponeva fotografie di suo nonno completamente nudo con una corona di rose.E in una lettera del settembre 1951 Cocteau ribadisce: Taormina cerca di sopravvivere sulla sua antica fama, ma non ci riesce. Le rimane il "panorama" e qualche cartolina di giovani inghirlandati di rose, che sono i nonni dell'attuale gioventù la quale peraltro se ne vergogna. (Cocteau, p. 239).Il punto è che, banalmente, "si sapeva": Taormina è talmente piccola che quando occorre darsi un appuntamento ci si limita ad aspettare d'incrociare la persona cercata mentre passeggia avanti e indietro su Corso Umberto, dove alla sera letteralmente tutto il paese s'incontra. Incrociando un amico gli si chiede: "Vidisti a Peppinu X?" ottenendo informazioni sulla sua localizzazione ("verso Porta Catania", "verso...) degna di un sistema di posizionamento satellitare... o della rete di spionaggio della CIA. In questo contesto si può pensare che sfuggissero le manovre di certi turisti? Nel 1906 Francesco De Luca, nel descrivere la "corruzione" a suo dire portata a Taormina da turisti inglesi e tedeschi, riferisce che gli omosessuali avevano tra gli indigeni un soprannome: "quei della tela", ("chiddi d' 'a tila"), un nome che i miei amici taorminesi conoscevano ancora nel 2006. E che non ha a che vedere con la tela di stravaganti vestiti da loro indossati, come pensavo io, ma con la tela del ragno, come mi è stato spiegato. La cultura locale percepisce insomma i
turisti omosessuali come ragni che tendono la tela e aspettano che vi incappino
ingenui ragazzi locali per divorarseli.
Saglimbeni, che come storico è decisamente raffazzonato ma che se non altro ha il merito di avere affrontato il problema senza ipocrisie, ha scritto al proposito: Una cosa è certa: Taormina ha costruito la sua fortuna turistica anche sulle stravaganze, le bizzarrie, le follie dei suoi ospiti, sugli eccentrici amori (per dirla con Peyrefitte) e i vizi privati (ma tutt'altro che segreti) dei suoi baroni. (Saglimbeni, pp. 32-33).Anche dopo che ricche straniere iniziarono ad esibire i loro amanti indigeni, aggiunge Saglimbeni, Furono in parecchi i giovani taorminesi ad arricchirsi in quegli anni, assicurandosi assegni vitalizi, partecipazioni azionarie in banche e pozzi petroliferi, ed ereditando, alla morte dei vecchi e generosissimi amici, ville favolose. Nobildonne e baroni, insomma, finirono col gareggiare in peccati e stravaganze. (Saglimbeni, p. 54). "Treno dei baroni" fu definito. I suoi vagoni-letto (...) raccoglievano "il fior fiore del pederastismo europeo". (Saglimbeni, pp. 56-57). visse sempre con molta discrezione la sua condizione di "diverso" e nonostante l'appellativo di viziusu, affibbiatogli da qualcuno, la sua presenza a Taormina non diede mai adito a scandali, né egli ebbe mai rimostranze da parte della autorità civili e religiose, con cui rimase sempre in buoni rapporti. (Falzone Barbarò, p. 23).Ciononostante, non può fare a meno di ammettere la realtà, per lo meno il fatto che i pettegolezzi erano una realtà paesana con cui fare continuamente i conti: I suoi biografi parlano anche, in tono scandalistico, di vere e proprie orge che egli avrebbe organizzato in casa propria. (Falzone Barbarò, p. 23).Concordo con Falzone Barbarò laddove osserva (p. 23) che si fatica ad immaginare che la rigida sorella gli permettesse di organizzarle orge in casa, tuttavia come abbiamo visto Gloeden aveva a disposizione sul Monte Ziretto la "casa rossa " di don Intelisano e la "casa bianca", dove poteva andare in tutta tranquillità assieme ai suoi modelli a... ehm, ...scattare tutte le foto che voleva. Inoltre non basta osservare, come fa sempre lo stesso studioso: Che ci fossero da parte del barone tentativi di corruzione è stato argomento di piccanti dicerie - per anni ci furono sempre allusioni a lui e ai suoi modelli - ma nessuna protesta divenne mai una denuncia formale, né da parte dei parenti dei ragazzi, né da parte del clero locale, piuttosto rigido a quei tempi in materia di morale e di costume. (Falzone Barbarò, p. 25).Come dicono gli inglesi, "l'assenza di prove non è prova di assenza". La verità non è infatti che Gloeden non diede mai scandalo, bensì che lo scandalo che diede (e ne diede, al punto da essere sfrattato dalla prima casa in cui aveva abitato), fu coperto dall'omertà, e dalla decisione dei suoi concittadini di non permettere a scandali di questo tipo di scoppiare, secondo una tradizione tutta italiana. Il tentativo compiuto nel 1908 da Umberto Bianchi - che fosse giusto o sbagliato, qui la cosa ora non interessa - di denunciare il "giro" omosessuale che circondava Gloeden, arrivando addirittura, drammatizzando, a parlare di "mercato di carne umana", fu accolto con fastidio e con attacchi a Bianchi, per avere sollevato temi su cui i siciliani desideravano che non si parlasse affatto. Che Gloeden le orge le abbia fatte o non
fatte, a me sinceramente non frega nulla saperlo.
Da quando è iniziata la rivalutazione critica ed estetica dell'arte di Gloeden (e il valore commerciale dei suoi lavori ha iniziato a salire alle stelle...) si è moltiplicato il numero di critici d'arte, quasi tutti italiani (la bigotteria è ancora il marchio distintivo degli "intellettuali" italiani), che esprimono fastidio se non vera e propria isteria per la possibile "lettura omosessuale" delle foto di Gloeden (come peraltro aveva già fatto lo stesso Falzone Barbarò, p. 31). Quale esempio fra tutti (ma ne potrei elencarne parecchi) cito Mirisola: Si è parlato molto - troppo, a mio parere - dell'omosessualità di von Gloeden, e dell'influenza che questa ha avuto sulla sua produzione artistica.Ebbene: tutto questo è semplicemente falso, e la benigna indifferenza morale dei taorminesi dell'epoca è semplicemente un mito creato in epoca recente. Tutti sapevano infatti cosa volevano dai ragazzi del luogo i turisti omosessuali; soprattutto lo sapevano i ragazzi del luogo, che se lo vedevano chiedere in modo sfacciato, e che nel giro di qualche anno sarebbero diventati i padri del luogo. La società quindi sapeva; chiedeva solo che si agisse in modo discreto, richiesta che in genere venne soddisfatta, anche dal buon Gloeden. Tanto, i ragazzi in qualche modo si dovevano pur sfogare senza "compromettere" li fimmini, quindi tanto valeva che unissero utile e dilettevole "sfogandosi" coi generosi ricconi stranieri. Non era considerato morale, non era considerato ammissibile, non era visto di buon occhio... ma di fronte alla realtà della miseria, chi sapeva fingeva di non sapere nulla, e si faceva (relativamente: nei paesini sono tutti dei grandi impiccioni!) li cazzi sua. Uno studio antropologico sull'omosessualità a Taormina prima del 1930 ha scoperto che a quell'epoca l'omosessualità tra giovani maschi appartenenti alle classi subalterne era, nel paese, certamente diffusa.Insomma, farle, certe cose, le si faceva. Semplicemente, era tabù parlare apertamente di cose tanto svirgugnate. E visto che tanto i ragazzi certe cose
se le facevano comunque fra loro gratis, tanto valeva che fossero loro
a far "sfogare" i ricchi e generosi furasteri piuttosto che le loro
sorelle, dato che i ragazzi non ingravidano, e quindi non "disonorano"
le loro famiglie, a differenza delle loro sorelle...
L'atteggiamento verso Gloeden non faceva eccezione. Al proposito Faeta ha compiuto la suddetta ricerca antropologica sul campo, grazie a sopralluoghi avvenuti a Taormina nell'autunno del 1984.Da questa indagine è emersa infine, e senza ulteriori reticenze, che come ci si poteva aspettare basandosi sulla sua arte la sessualità di von Gloeden, così come traspare, pur attraverso il velo di atteggiamenti autogiustificatori, dalle testimonianze raccolte, è estroversa, spregiudicata, estrosa, felice, plasmata sui comportamenti raffinatamente eterodossi che si affermavano in quei decenni negli ambienti colti europei.Si sia d'accordo o no con questa analisi (io lo sono), resta comunque il fatto, dimostrabile sul terreno, che da questa esperienza di forte impatto con la realtà omosessuale al momento della propria nascita come località turistica, Taormina uscirà come città più tollerante delle altre verso le "diversità" dei forestieri (mentre per e fra gli indigeni continuava a restare in vigore una ben più rigida morale siciliana, e l'omosessualità non era affatto benvista), al punto che per anni questa fu la sola realtà siciliana ad avere locali gay, ben prima che li aprisse la ben più grande e moderna Catania. Ma questa è (già) un'altra storia.
"I miei soggetti erano contadini, pastori, pescatori.Così Gloeden stesso descrive il suo rapporto con i suoi modelli nel resoconto presentato nel 1899 alla "Libera società fotografica di Berlino". Chi erano costoro? Qualche nome ci è stato salvato dal gran naufragio della memoria, nel 1959, da Nicolosi: Pur essendo trascorsi tanti anni, ancora oggi sono in vita molti di quei personaggi che servirono da modelli.Nel romanzo di Peyrefitte c'è un altro "Virgilio", taorminese, figlio di un asinaio e poi fotografo, morto durante la prima guerra mondiale, che come molti altri persoangi dello scritto di Peyrefitte è più un personaggio simbolico che una persona reale. Secondo Peyrefitte uno degli ulivi del Viale della rimembranza della Villa Comunale (i giardini pubblici) porta il suo nome (Peyrefitte, pp. 178-179), che ovviamente non è "Virgilio" (ho controllato di persona: l'unico Virgilio caduto nella prima guerra mondiale commemorato nel viale fu il ten. Virgilio Rizzo, un ufficiale, il che all'epoca implicava che fosse di famiglia almeno borghese). Peyrefitte lo presenta, sedici o diciassettenne, come primo amante del barone von Gloeden all'arrivo a Taormina e sua prima guida. (Peyrefitte, pp. 102-116 e 178). Virgilio, che aveva concepito per me una specie di passione, vedeva con dispetto il successo che ottenevo coi suoi amici e il suo carattere giunse a incupirsi tanto da far temere una malattia.Il racconto prosegue con la madre che con una scusa va sulla spiaggia, dove il barone e il figlio facevano il bagno nudi, per verificare il sesso dell'innamorato del figlio: scoprendo che è un uomo, se ne va sollevata. Una scena più comico-folcloristica che storica. Non è stata per ora fatta una ricerca
storica sui modelli di Gloeden (Faeta
è infatti più interessatio ai risvolti psicoanalitici ed
antropologici che a quelli storici). Ascoltare anche il loro punto di vista,
a mio parere, sarebbe stato interessante.
Con un poco di pazienza si potrebbe interrogare i loro discendenti, anche perché nel mio ultimo viaggio a Taormina ho trovato un atteggiamento più aperto che un passato rispetto al tema (quando la gente addirittura si stupiva del fatto che Gloeden fosse noto al di fuori di Taormina). Ormai i "fattacci" sono talmente vecchi (per i più giovani è roba da quadrisavoli), e il turismo a Taormina si è talmente emancipato da quelle prime mosse, che parlare della cosa suscita meno paranoia che vent'anni fa (quando feci i primi, infruttuosi tentativi in tal senso).
Qui parliamo della concorrenza a Gloeden. Che a quanto pare ebbe anche imitatori. Quelli di cui Peyrefitte ha scritto(e non senza buone ragioni), facendo parlare in prima persona Gloeden: Non basta, per ottenere un nudo artistico, mettere un po' di fiori attorno al capo o fra le braccia del modello, come ognuno può constatare dai tentativi dei colleghi che non tardarono a pullulare sul luogo. Ma gl'imitatori mi han sempre divertito, coi loro efebi che parevano esser pagati da un nemico di Taormina, o dagli efebi stessi. (Peyrefitte, p. 119).Falzone Barbarò segnala (p. 25) fra gli assistenti di Gloeden nel momento del suo massimo successo, oltre a Pancrazio Buciunì e al parente di Crupi già citato più sopra, anche un Gaetano D'Agata (1883-1949). Si tratta di un taorminese, che in un momento imprecisato (ma le sue foto di nudo datate che sono venute alla luce fino ad oggi si concentrano negli anni Venti) si sarebbe "messo in proprio" cercando di far concorrenza a Gloeden. Gaetano D'Agata cercò, con personale impegno, di mantenere vivace un progetto di lavoro basato sulla fotografia, non solo quale strumento di documentazione, ma anche d'improvvisazione artistica.D'Agata registrò in effetti una più che dignitosa produzione come paesaggista "da cartolina", e molte sue foto "di genere" furono usate per cartoline che rimasero in circolazione per decenni. In questo campo D'Agata si rivelò un buon fotografo commerciale. Accanto a quella di paesaggi ci fu però una produzione di nudo maschile, che non merita certo di passare alla storia dell'arte. Innanzi tutto, a colpo d'occhio si capisce immediatamente che D'Agata era eterosessuale. Nei suoi nudi maschili si vede chiamaente che egli non riusciva a percepire gli elementi che possano rendere erotico un corpo maschile. Di conseguenza sbaglia spesso la messa in posa dei suoi modelli, mentre Gloeden, fino alla fine, non ha mai sbagliato una posa. Prendiamo per esempio l'imitazione che
D'Agata fa del celebre
Caino
di Gloeden (del 1905 circa), una foto che è stata ristampata
innumerevoli volte ed imitata altrettante, e che dal
processo a Buciunì sappiamo essere stata perfino esposta
come decorazione artistica negli alberghi taorminesi.
Il bello è che anche la foto di Gloeden imitata era a sua volta una imitazione del Giovane uomo seduto sulla riva del mare di Flandrin, oggi al Louvre (una icona gay). Ma Gloeden ha abbastanza cultura artistica e dell'immagine per rifarlo come cosa sua, come avrebbero fatto anche Fred Holland Day, Robert Mapplethorpe o Tony Patrioli. D'Agata invece conosce solo Gloeden; quindi non imita direttamente Flandrin, ne imita l'imitazione... col risultato inevitabile dell'impoverimento del risultato. Inoltre, come un cuoco che per coprire le sue malefatte esagera coi condimenti, nelle sue foto D'Agata esagera col principio secondo cui "giovinezza è bellezza", rifilandoci nelle sue foto ragazzini spesso a malapena puberi, gracili, ossuti, adatti al massimo a fare il puttino con le ali in processione... Insomma, le sue, più che foto di nudo, sono foto di ragazzini senza le mutande, nelle quali sia la sensibilità omoerotica sia la poesia presenti in Gloeden sono assenti. Date queste premesse, e dato che anche lo stesso erede di Gloeden ebbe problemi con la stretta censoria innescata dal regime fascista a partire dal 1930, e dato infine che il pittorialismo fotografico di Gloeden che D'Agata imitava era passata di moda a partire dal periodo della Grande Guerra, è improbabile che la produzione di nudo maschile di D'Agata sia sopravvissuta oltre il terzo decennio del XX secolo. Ciò non toglie che di tanto in tanto emerga sul mercato qualche scatto ben impostato (a volte nei luoghi di Gloeden, ad esempio la sua casa, il che lascia sospettare un aiuto del maestro nella concezione dell'immagine). D'Agata è insomma un altro fotografo di nudo maschile che attende di essere studiato e catalogato, ma che non può aspirare alla fama artistica di Gloeden. Ne è un epigono, brilla di luce riflessa, e la sua stagione si chiude al chiudersi di quella dello stesso Gloeden.
Zinaida Gippius, nel 1899, nomina nel suo racconto di una serata passata a casa Gloeden Nedda, il cane nero, che capisce perfettamente l'italiano ed è molto abituato a posare per le fotografie. (Gippius).(In realtà, essendo "Nedda" un nome siciliano femminile, vale a dire "Nella", sarà stata semmai una cagna). E Falzone Barbarò ha raccolto dalla voce dei testimoni che Gloeden aveva molti altri animali domestici, tra cui un grosso cane nero a cui aveva insegnato a zampettare sul suo pianoforte. (Falzone Barbarò, p. 23).Gloeden aveva infatti una vera passione per gli animali, divertendosi ad ammaestrali e lasciarli girare liberi per la casa. In molte foto della scalinata di casa Gloeden si intravede sul retro perfino una voliera per gli uccelli. Così scrive Nina Matteucci, nel 1910: È notorio ed anche sorprendente, come egli arrivi ad ammaestrare i volatili, dal tacchino al colombo, dal corvo all'usignuolo.In questo zoo, Nedda fu il suo animale preferito. Appare cucciola in una foto sicuramente anteriore al 1893 e quindi la sua presenza può essere d'aiuto a datare al decennio successivo le foto in cui appare (Gloeden datava le foto in base all'anno in cui le stampava via via, e non in base a quello in cui le aveva effettivamente scattate, perciò datarle con esattezza è problematico). Oltre a Nedda, in altre foto di Gloeden appare un cagnolino di piccola taglia, bianco e con una macchia nera su un occhio.
La
Taormina di Gloeden. Ieri e oggi.
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